Soyalism, l’allevamento si mangia il pianeta

Il nuovo documentario di Stefano Liberti ed Enrico Parenti descrive il sistema industriale di allevamento dei suini e di produzione di soia che dagli Stati Uniti al Brasile mettono in crisi la piccola agricoltura locale,  la nostra salute e quella del nostro pianeta.

Piove molto in Soyalism, il nuovo documentario di Stefano Liberti ed Enrico Parenti. Piove su un sistema di produzione del cibo che è iniquo e non sostenibile. Il documentario, attraverso interviste a ricercatori, attivisti, produttori e ragionamenti complessi, ben resi grazie a un uso sapiente dell’animazione grafica, analizza la filiera di produzione industriale della carne di maiale – dall’allevamento allo smaltimento dei reflui alle monocolture di soia per i mangimi – e denuncia le conseguenze del sistema industrializzato e centralizzato. Lo fa in un viaggio che dagli Stati Uniti arriva in Cina torna in America Latina e infine approda in Africa, mostrando come le vittime di tutto questo siano le popolazioni locali inermi e impossibilitate a ribellarsi. A qualsiasi latitudine.

Tutto ha inizio nel North Carolina. In questo stato – e nell’Iowa – si concentra il maggior numero di allevamenti di suini degli Stati Uniti, circa 8-10 milioni di capi. Negli ultimi anni però la situazione è radicalmente cambiata. Dimenticate i pascoli enormi dove gli animali vivono in libertà, è un’immagine da film d’epoca. Le piccole fattorie che un tempo caratterizzavano le aree rurali, oggi sono sostituite da grandi allevamenti dove vivono anche 10, 20.000 capi.

«Il nostro problema è che qui tutti questi maiali sono ammassati uno sull’altro, come in delle specie di città»,

commenta Rick Dove, della Ong Waterkeeper Alliance. Allevamenti che producono enormi quantità di liquami, smaltiti in pozze o nei campi che rendono l’aria irrespirabile e contaminao le falde acquifere di un’area – come quella costiera del North Carolina – molto fragile.

Come potete immaginare, questi enormi allevamenti sono stati via via acquisiti da grandi multinazionali che hanno portato a un sistema di integrazione verticale. Una sola grande azienda è proprietaria degli allevamenti di riproduzione, delle strutture dove si producono i mangimi, dei mezzi con cui si trasportano i maiali, dei macelli in cui sono uccisi e trasformati. E se fino a ieri proprietari indiscussi erano i colossi Smithfield e Murphy ora il loro nome è WH, l’ex Shuanguai, e parlano cinese, con un utile netto di 200 milioni di dollari a trimestre.

Sì perché il Pil della Cina ha iniziato a correre talmente tanto che il governo cinese ha aumentato la disponibilità di cibo per la propria popolazione. E naturalmente sono i cibi calorici a farla da padrone, carne compresa tanto che oggi la Cina alleva il 47% di tutti i maiali del mondo. «Sono anni che in Cina si cerca di mangiare come in Occidente», spiega Dan Basse, trader della borsa di Chicago.  Ecco allora che assicurarsi il controllo dell’allevamento dei suini diventa fondamentale per la Cina, primo per assicurarsi le forniture (in Cina la quantità di terreni coltivabili è limitata) poi, attraverso l’acquisizione di colossi americani, per imparare il funzionamento di una produzione così grande in spazi così piccoli. «Il che vuol dire che questo modello industriale di produrre carne di suino è stato esportato in Cina», conclude Janet Larsen, scrittrice e ricercatrice.

«Gli allevamenti intensivi oggi consumano un terzo di tutte le terre arabili», denuncia Tony Weis, autore di The ecological hoofprint, «tra queste i principali cereali prodotti al mondo, come il mais, quindi la soia. Ci sono queste enormi monocolture intorno a isole di allevamenti intensivi».

E di nuovo l’allevamento di suini fa emergere l’ennesimo paradosso.

Cinque aziende controllano il 70% del settore solo negli Usa, producono gli stessi semi, gli stessi prodotti chimici, la stessa commercializzazione, gli stessi meccanismi di definizione dei prezzi. Un sistema di produzione omogeneo nonostante si proponga in contesti sociali molto diversi. E il primo produttore al mondo di soia è il Brasile dove i contadini sono costretti a vendere le proprie terre, interi ettari di foresta amazzonica sono disboscati e per garantire la crescita delle colture si è costretti al ricorso di fertilizzanti e pesticidi.

CAMPO VERDE, MATO GROSSO, BRAZIL – MARCH 02, 2008: Mass soybean harvesting at a farm in Campo Verde

«In Brasile e in tutto l’emisfero sud, la soia è la punta di lancia di un nuovo modello di produzione di capitale chiamato agri-business perché è un prodotto standardizzato, facile da produrre su larga scala e ha un mercato mondiale controllato da appena cinque aziende che speculano sui prezzi e manipolano il mercato. È stato commesso un crimine dal punto di vista agronomico», spiega Joao Pedro Stedile, leader del movimento Sem Terra. «Noi siamo fuori da tutti i mercati, la nostra roba non ha più valore. Se pianti il mais, poi lo cogli e non sai dove venderlo. I mercati sono fatti per i grandi. La soia per il piccolo contadino non è coltivabile», racconta un produttore brasiliano. Ma dove va finire tutta questa soia? Di nuovo, in Cina e negli Stati Uniti. Situazione analoga anche in Africa, in Mozambico dove con il progetto Pro-Savana il governo locale intendeva sottrarre terra ai contadini per darla a bassi costi a investitori brasiliani. Soia, cotone e mais principalmente per il mercato cinese. Di nuovo.

E allora se i cinesi finissero per mangiare come gli americani cosa succederebbe alla foresta amazzonica e al nostro clima? «Non dobbiamo raddoppiare la produzione di cibo ma dobbiamo produrlo in modo molto diverso e pensare alle nostre diete come parte fondamentale per riconfigurare il sistema agricolo», è il messaggio individuale per ciascuno di noi che ci lascia il documentario attraverso le parole di Tony Weis.

Eleonora Giannini
e.giannini@slowfood.it

Soyalism è in tour in tutto il mondo.

Ecco le principali date in Italia e all’estero

22 marzo, Italia, Volterra

24 marzo Olanda, L’Aja – www.moviesthatmatter.nl/festival/programma/filmprogramma/film/2596

26/27 marzo, Italia, Milano

29 marzo, Italia, Spoleto

2/3/4 aprile, Stati Uniti, Cleveland – www.clevelandfilm.org/films/2019/soyalism

2/4 aprile, Lituania, Vilnius – kinopavasaris.lt/en/programa/6988-soyalism

3 aprile, Italia, Firenze

10 aprile, Italia, Pisa

10/20 aprile, Francia, Tolosa, Festival International du Film d’Environnement – www.festival-fredd.fr/

 

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