Wendell Berry (mancato ieri all’età di 92 anni), docente universitario, scrittore e agricoltore americano, ha vissuto a New York e in Europa prima di ritornare nel natìo Kentucky a condurre la fattoria avita. È autore di libri di poesia, narrativa, saggistica e un’antologia dei suoi scritti sull’agricoltura, La risurrezione della rosa, è stata pubblicata da Slow Food Editore (2009). Da sempre vicino a Slow Food. Da anni c’era un dialogo e un confronto di grande stimolo e ispirazione. È intervenuto a incontri organizzati dall’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.
Creare una domanda locale per produzioni locali
Conversazione con Wendell Berry
Già allora, nel 2004, si moltiplicavano i meeting e le iniziative in tema di globalizzazione. Ma i soggetti più direttamente interessati e colpiti dai suoi effetti non erano mai coinvolti in prima persona e, ai destini dell’umanità, ci pensavano politici, funzionari, scienziati, professori. Terra Madre, invece, ha sempre visto protagonisti proprio loro, i semplici, le classi una volta definite “subalterne”. Contadini come Wendell Berry dal Kentucky, che è pure grande poeta e saggista, un “intellettuale della terra” nel più ampio senso del termine.
Carlo Petrini Slow Food è nato come movimento gastronomico per evolversi sempre di più verso le tematiche riguardanti la produzione del cibo e quindi dell’agricoltura. Al piacere di mangiare bene abbiamo coniugato la responsabilità di promuovere tecniche produttive sostenibili e rispettose delle culture locali. La sua frase più famosa, che mi piace sempre citare, è «Mangiare è un atto agricolo».
Wendell Berry I consumatori urbani stanno decidendo il tipo d’agricoltura che ci troviamo oggi e, in buona parte del mondo, si tratta di una scelta basata completamente sull’ignoranza. L’agricoltura industriale, per dirne una, è un’invenzione urbana. I contadini ormai sono così pochi, negli Stati Uniti meno del 2%, che non sono neanche in grado di decidere da soli la strada produttiva da seguire. Fanno solo quello che il mercato chiede loro. È quindi meglio partire subito dal presupposto che, se ci sarà spazio per una nuova agricoltura, anche questa dovrà essere un’invenzione urbana. Bisogna che il consumatore si renda davvero conto di ciò che è importante affinché l’agricoltura possa portare a un panorama globale accettabile e a una produzione di cibo buono, salutare e gustoso. Perciò, in Kentucky, stiamo creando associazioni che cercano di mettere insieme agricoltori e consumatori, per farli conoscere, per stimolare una comprensione reciproca.
CP Si può dire che qualunque boccone la gente inghiottisca, sia un voto di approvazione o di rifiuto per un determinato modello di agricoltura. Se si riempiono i fast food, siamo di fronte a un’approvazione del modello agricolo industriale. Ma tu che tipo di consumatore sei, qual è il tuo rapporto con la gastronomia? Se mangiare è un atto agricolo, anche coltivare deve essere un atto orientato da princìpi gastronomici.
WB Il mio rapporto con la gastronomia è sostanzialmente con ciò che cucina mia moglie, che è sempre fantastico, perché noi produciamo il nostro cibo e ci divertiamo a mangiare. È vero, la gastronomia è molto importante. I consumatori urbani purtroppo non hanno questo rapporto immediato con un cibo davvero buono e locale. Possono avvicinarvisi nei farmers’ markets, i mercati che gli agricoltori organizzano in città, o tramite la Community-supported agriculture (Csa), un modo intelligente e funzionale per finanziare le produzioni agricole locali e avere, allo stesso tempo, cibo fresco a casa tutto l’anno. Una delle cose più difficili rimane però aiutare i cittadini a imparare come utilizzare i nostri prodotti una volta tornati a casa dal mercato.
CP I farmers’ markets sono il luogo d’elezione per il fiorente movimento del biologico. Visti i prezzi cui è venduta la merce in questi eventi però, la sensazione che mi sono fatto negli States è che coinvolgano uno strato molto elitario. Non trovi che ci sia il rischio di perdere di vista l’aspetto umano e sostenibile di questo genere di produzioni, formando un settore di consumo per facoltosi ma senza incidere realmente sull’alimentazione di tutti?
WB Il biologico oggi è diventato, come del resto era destinato a diventare, semplicemente un’etichetta e, secondo me, non è mai stato un termine buono. Infatti, è sempre stato possibile avere delle monoculture biologiche che uccidono il terreno insieme alla sua fertilità. Non ho mai usato questa parola e penso sia molto meglio parlare di buona agricoltura e di buon cibo. Questi termini sono troppo piatti e poco entusiasmanti per diventare degli slogan o delle etichette. Quindi, se li usi, sei sempre obbligato a spiegare cosa intendi e questo evita la tentazione di semplificare le cose. Mi preoccupa già da parecchio tempo la tendenza elitaria nel biologico e nei tentativi di produrre buon cibo. Ma l’altra parte della risposta è che, in qualunque modo si arrivi alla produzione di buon cibo, è sempre meglio di niente. Se i ricchi mangiano bene stanno comunque imparando qualcosa. Oggi ci piace il pane bianco perché l’élite lo ha imposto e possiamo solo sperare che l’élite in futuro inizi a preferire il pane integrale.
CP Mi hanno detto che, comunque, sono in corso tentativi per “democratizzare” in qualche modo la produzione di cibo locale e biologico negli Stati Uniti. Ci sono progetti governativi che permettono di acquistare nei farmers’ markets con i food stamps, buoni d’acquisto dati ai più poveri, e ci sono pure ristoranti interessanti, non molto costosi, che promuovono il biologico in maniera più popolare. Penso, ad esempio, a quello nel Vermont dove tutto il cibo che si serve non proviene da una distanza superiore a 100 km, è di altissima qualità e ha prezzi accessibili. Ma se non sbaglio tu hai criticato questo famoso locale, perché?
WB Ho solo detto ironicamente che 100 km sono troppi, ma non intendevo criticare il ristorante. Volevo dire semplicemente che, se avessimo abbastanza buoni contadini in giro, il gestore del locale non avrebbe avuto la necessità di andare a comprare le materie prime così lontano. L’unico modo per permettere condizioni di vita sostenibili è quello di creare una domanda locale per produzioni locali, perché tutta questa teoria di dare ai nostri contadini un accesso al mercato globale, significa in pratica che gli stessi contadini verranno distrutti. Il mantra che ci sentiamo ripetere spesso – «Bisogna competere nell’economia globale» – non vuol dire altro che svendere al minor prezzo a chiunque nel mondo. Ecco perché abbiamo il forte desiderio della costruzione di una partnership tra città e campagna. Quello che stiamo cercando sono ragioni pratiche per sostenere efficacemente la nostra agricoltura. Noi tutti sappiamo quali sono i vantaggi del buon cibo per il benessere dell’uomo. Non ci vuole niente a farne la lista, ma per le comunità rurali ci sono anche ragioni più pratiche, economiche e di sopravvivenza.
CP Ogni realtà locale esige un approccio diverso e specifico, non c’è una formula uguale per tutti. Bisogna lavorare con la propria diversità, che è sempre la vera forza di un territorio. È fondamentale quindi ricostruire il ruolo e le forme delle comunità rurali. L’omologazione lascia dietro di sé il deserto.
WB Le comunità locali oggi sono diventate più consapevoli di quello che sta succedendo nel mondo e questo è bene. Ma non è bene che ciò che conoscono del mondo a un certo livello le distragga o le distrugga. Mentre, ovviamente, sarebbe poco saggio dire che le comunità dovrebbero sapere meno di quello che accade sul pianeta. È già un disastro che conoscano sempre meno se stesse e i loro luoghi. Sono convinto che una delle risposte è quella di stimolare nei consumatori urbani e nei contadini stessi la domanda di cibo prodotto localmente. È forse l’unico modo perché le comunità ricomincino a capire chi sono e dove vivono.
CP Tra le contraddizioni cui ci pone di fronte la globalizzazione economica, ne esiste una tra l’agricoltura sovvenzionata, che può salvare determinate produzioni locali nel mondo ricco, in contrapposizione ai bisogni delle economie più povere che, spesso proprio a causa delle ripercussioni di quelle sovvenzioni sulle loro economie, non trovano vie di sviluppo sostenibili e realizzabili.
WB La situazione attuale non è certo quella ideale perché siamo nel bel mezzo del fallimento di questo modello che ha causato molte perdite, alcune irreparabili. Per i prossimi anni bisognerà essere guidati da princìpi diversi. Più in concreto, dobbiamo iniziare ad avere un approccio che chiamerei di “adattamento locale”. Si tratta di un principio che ogni specie animale sulla terra pratica da sempre e non si vede perché la specie umana debba essere esente da questa necessità. Nel passato l’abbiamo fatto perché non avevamo scelta e l’agricoltura era adattata al territorio perché non c’era nessun’altra alternativa. Ci siamo poi allontanati da questo principio perché la natura ci ha dato carburanti a basso costo e la regola economica è diventata «Se non lo puoi prendere qui, lo puoi prendere da un’altra parte». Ma quando questo metodo non sarà più conveniente – e ci siamo vicini! – dovremo pensare di nuovo ad adattarci localmente, il che vuol dire che dovremo di nuovo pensare a qual è il potenziale di una zona e ai suoi limiti. Questo concetto è strettamente collegato a quello di sussistenza, ovvero la capacità delle persone di un luogo di vivere delle proprie risorse. Uno dei fattori che ha accelerato la transizione verso l’agricoltura industriale è stato convincere le famiglie a rinunciare alla sussistenza generata dalla loro piccola azienda agricola. La regola dovrebbe essere: prima di tutto, qualunque Stato o comunità deve pensare a nutrire se stesso e, solo una volta raggiunto quest’obiettivo, potrà pensare ai commerci. Sussistenza prima di tutto quindi e poi, eventualmente, il surplus, che potrà essere usato per carità o commercio.
CP La base del capitalismo è guadagnare sul surplus, sarà dura…
WB La base del capitalismo è il peccato! Un altro principio è quello del buon vicinato. Se hai un vicino che è povero e affamato, allora gli regali del cibo; se il vicino è affamato e ha dei soldi, glielo vendi a un giusto prezzo. È un principio di giustizia.
CP Tu parli di carità. Quello della donazione è un concetto molto profondo nella cultura contadina.
WB Negli anni passati, prima che l’agricoltura fosse tanto industrializzata, prima che avessimo tutti questi strumenti di riduzione del carico di lavoro, facevamo il nostro dovere all’interno della famiglia e scambiavamo il lavoro con i vicini. Vigeva la regola per cui nessuno terminava il proprio raccolto finché tutti gli altri non avevano finito il loro. Ho conosciuto persone che erano fiere di aver lavorato in tutte le fattorie del circondario senza aver mai ricevuto soldi. Questo non è capitalismo: al massimo, si può considerarlo come una singolare forma di investimento. Un investimento nel corpo della comunità.
CP So che tu hai un rapporto molto particolare con la tecnologia. Hai scritto un pezzo diventato famoso contro i computer, per esempio. Ti dà quasi fastidio usare il telefono di casa, figuriamoci il cellulare.
WB Ho 69 anni e sono cresciuto nel mezzo dell’agricoltura vecchio stile del mio paese. Era un’agricoltura di sussistenza e si produceva gran parte del cibo all’interno della fattoria. Sono cresciuto con un amore molto forte per questo modo di lavorare e ho imparato molto dai contadini del tempo, i miei maestri. Il buon senso dice che non ci può essere una condanna a priori della tecnologia industriale. La domanda, invece, è: che tipo di standard dovrebbe essere usato per poterla applicare bene? Perché se le potenzialità massime della tecnologia diventano lo standard ovunque, allora si rovina la terra. Se lo standard è la salute della terra, invece, allora c’è speranza. Una delle questioni più importanti è quella della scala di produzione. Spesso, infatti, si utilizzano dei macchinari troppo pesanti e troppo grossi per lavorare un terreno piccolo. In altre parole, ci sono molte situazioni in cui la tecnologia estesa non può essere utilizzata con buon senso per ottenere dei buoni risultati.
CP Il rispetto per le antiche pratiche agricole, in alcuni casi un vero e proprio ritorno ad esse, sembra una delle soluzioni più moderne per restituire alla terra un’agricoltura sana, locale e “gustosa”. Oggi molti iniziano a discutere di biodinamica, anche in questo caso a partire da una certa élite di produttori. Il mondo del vino francese, per esempio, non parla d’altro. Tu che idea ti sei fatto?
WB Sinceramente, non ne so abbastanza per avere un’opinione. I risultati sembrerebbero buoni, ma è un tipo di agricoltura per cui bisogna avere un maestro, uno che ti segue e ti insegna cosa e quando farlo. Io, da parte mia, non ne ho mai avuto bisogno. A casa abbiamo un orto assolutamente sano che fertilizziamo in modo assolutamente naturale, tutti gli anni. Alla fine il modo di fare un’agricoltura più sostenibile è piuttosto semplice. Io, per esempio, prendo i miei cavalli e li porto in giro lasciando che concimino. Ho iniziato a fare il compost per qualche anno, ma poi mi sono reso conto che avevo già troppo concime naturale e così ho smesso.
CP Consiglieresti ai giovani di fare i contadini?
WB No, perché tanto se lo vogliono fare lo fanno comunque! A parte le battute, ricevo tante lettere di persone che vogliono lasciare tutto e tornare in campagna, ma io rispondo sempre «Non fatelo!». Le persone che tornano in campagna per un richiamo superficiale sono un fallimento dopo l’altro. Secondo me, il problema più urgente è quello di riuscire a dare sostegno ai ragazzi che sono stati allevati nelle fattorie e vorrebbero mollare. Ma, in linea generale, è molto pericoloso dare dei consigli ai giovani. Io chiedo loro, soprattutto, di imparare a conoscere le loro terre e di iniziare a farsi delle domande riguardo alle loro economie del cibo. Qual è la storia di una testa di lattuga? A quale costo culturale ed ecologico è stata prodotta? Mi auguro che riescano a capire che, per poter comprendere la storia di ciò che mangiano, dovranno iniziare a mangiare prodotti locali. Spero in un processo più naturale. Se si sviluppa una domanda locale per cibo locale, allora a quel punto le persone normali inizieranno ad avere una cognizione maggiore dei problemi dell’agricoltura. E alcuni di questi avranno una vocazione vera per lavorarci. Una domanda forte di alimenti locali porterà a una diffusa diversificazione produttiva che, a quel punto, avrà bisogno di persone che se ne occupino. Allora, e solo allora, i giovani potrebbero avere un’alternativa reale.
Tratto dal libro di Carlo Petrini, Voler bene alla terra Dialoghi sul futuro del pianeta. Edito da Giunti Editore e Slow Food Editore