Viva l’olio di oliva (e chi lo produce)

Novembre, nel mio piccolo borgo ai confini della provincia, è il mese più vivace. Il frantoio diventa il centro nevralgico di un intenso e colorato traffico composto da, in ordine di ingombro, trattori non cabinati con carrelli, Fiat Panda per lo più 4×4 anch’esse con carrello e, il mio mezzo preferito, eterne Ape Piaggio colmate in ogni loro spazio fino all’inverosimile.

 

La mattina presto, con i raggi del sole ancora obliqui a scoprire la collina, il corteo festoso è già in moto. Gli oliveti che, durante l’anno, mi paiono un involontario dono naturale alla bellezza del paesaggio e allo spirito umano a disposizione di animali domestici e bimbi selvatici, tornano ai legittimi proprietari che lo curano in modo discreto durante il corso delle stagioni. Te ne accorgi già a metà ottobre quando i frullini decespugliano preparando il letto alle reti future. Le reti a novembre sono tutte stese e formano una policroma veste a ricoprire la pelle verde della collina.

 

Mentre percorro i soliti tornanti che mi portano a valle devo porre molta attenzione alla guida. I mezzi sono parcheggiati male e alla meno peggio. Chi li guida sembra avere cose più importanti da fare. Senti gli abbacchiatori come farfalle meccaniche che sbattono le ali e tirano giù le olive raccolte nelle reti. Il bar che non può accogliere, in tempi di pandemia, come al solito diventa l’agorà del bollettino quotidiano. «Quanto t’hanno fatto» dice uno. «Poco» bestemmia l’altro. «Non ne vale la pena – mi dice un vecchio che interrogo mentre aspetto il pulmino che riporta a casa i bimbi da scuola e parcheggia davanti al bar – è una rimessa te lo dico; se lo vuoi il prossimo anno me lo guardi tu che sei giovane e ti prendi l’olio. Mi paghi con quello che mi serve per casa». Dico di sì ma tanto so che è una bella bugia; è l’oliveto che lo tiene in vita e lo sa anche lui. Nella bella stagione apre il casottino di legno, tira fuori la griglia, un tavolo, delle sedie e giù grigliate e fiaschi di vino con famiglia e amici.

 

È l’olivo più della vite, da queste parti, a saldare le persone alla campagna, a perpetuare i gesti agricoli. Te ne accorgi la domenica della raccolta quando gli oliveti si riempiono di famiglie, alcune mai viste qui in paese, tutte chinate a brucare olive e strattonare reti. Di vigne qui non se ne trovano più. Chi aveva la vigna in gestione famigliare non è riuscito a trasmetterla alla generazione dopo. Quelle “messe bene”, come si dice qui, sono prese dalle aziende viticole organizzate che hanno ormai imparato come le viti vecchie rappresentino un potenziale di qualità, quelle meno curate, dove la fallanze e le malattie hanno falcidiato la popolazione vegetale, non valgono lo sforzo né dei vecchi né degli agronomi. La vite ha bisogno di più cure che dell’olivo e lo strappo borghese rispetto alla vita campestre del passato ha progressivamente eroso il margine temporale della dedizione alla terra. La vendemmia implica il lavoro di cantina e un’organizzazione non comune di spazi e attenzioni; le olive sono consegnate al frantoio dal quale se ne esce con contenitori inox colmi di oro verde.

 

Olivi e viti sembrano avere in questo lembo geografico della campagna italiana, futuri diversi. La viticoltura sarà specializzata e distante dalla vita quotidiana delle persone; la coltivazione degli olivi dipenderà molto invece dalla capacità dei vecchi di poter tramandare alle nuove generazioni l’amore per questi luoghi; l’assenza di margine economico nella coltivazione dell’olivo non spinge le azienda a rilevare oliveti e il ricambio latita. Potrebbe darsi che molti degli oliveti che rendono splendido questo paesaggio saranno abbandonati come già sta accadendo per quelli più lontani. Un destino paradossale per entrambe le piante simbolo della cultura mediterranea.