Viticoltori di San Paolo: prove di zonazione e valorizzazione territoriale

Per chi si è stancato di sentir parlare genericamente di Verdicchio – già differenziare i Castelli di Jesi e Matelica sarebbe un passo avanti che restringerebbe ulteriormente il campo – questo è il post(o) giusto.

Quello che viene considerato il più grande bianco italiano, o quantomeno il più premiato della critica specializzata, ad oggi non ha ancora un abbozzo di zonazione che possa rendere giustizia alle sue molteplici sfaccettature. Un territorio che vuole uscire da dinamiche esclusivamente regionali, che può e deve aspirare alla definitiva crescita in Italia e, soprattutto, all’Estero, non può utilizzare il vitigno, per quanto questo sia un fuoriclasse, come unico e solo biglietto da visita per riuscire a generare interesse e curiosità.

Il Verdicchio dei Castelli di Jesi è stato per anni un ottimo investimento per ristorazione, operatori e appassionati. Grande valore intrinseco e prezzo relativamente basso, a volte troppo basso proprio perché nascosto nel cono d’ombra del vitigno, utilizzato come un ariete commerciale, ma che ha appiattito le differenze. Il che ha costretto il comparto ad adeguarsi a un mercato al ribasso, spesso cieco nell’osservare le gerarchie qualitative, portando chi scrive e racconta i vini a parlare di aziende più che di territori. Le griffe ci sono, gli chateau sono consolidati e sempre in forte crescita numerica, manca però il passaggio successivo nel cercare di far capire differenze e sfumature.

Per fortuna c’è chi, con spirito di iniziativa non separatistico, ha voluto mettere un primo tassello, ri-accendendo una miccia che non si era innescata definitivamente in altre occasioni (vedi Cupramontana nel 2015), su un argomento quanto mai attuale, non fine a sé stesso o utile soltanto per burocratizzare un mondo già complicato di suo.

Staremo a vedere con curiosità e speranza quali potranno essere gli sviluppi di un pomeriggio di inizio maggio nel Polo Tecnologico di Jesi.

Perché San Paolo di Jesi?

“Perchè no?” verrebbe da rispondere. San Paolo ha da sempre avuto un ruolo di outsider, stretto com’è tra comuni di storica e comprovata vocazione come Staffolo e Cupramontana, ma al tempo stesso ha dimostrato coi fatti in bottiglia di avere le carte in regola per poter rivendicare la propria identità territoriali. «In un areale come quello dei Castelli di Jesi, con ben 25 comuni tra zona classica e non, sta a noi il compito di far capire che il vino può assumere delle caratteristiche peculiari della zone e della vigna d’origine, ad altri soggetti ed enti spetta invece il compito di avviare e concretizzare il processo di zonazione. Noi dobbiamo sottolineare le caratteristiche di San Paolo, leggerlo attraverso i nostri vini e in questo progetto ho trovato piena disponibilità sia tra i produttori che hanno sede qui, che di quelli che vinificano vigne del nostro comune. È un tema che suscita interesse, è fuor di dubbio». Questa è stata l’introduzione appassionata di Francesco Campanelli, dell’azienda Campanelli, che ha fatto da ideale prosecuzione a un giro mattutino tra le vigne, un tangibile preludio a quello che il laboratorio ha messo su carta: un areale complesso per struttura dei terreni, esposizioni, altimetrie, insolazione e ventilazione, un tour che ha dimostrato che il Verdicchio di San Paolo è plurale, non singolare.

La ricognizione

Un laboratorio egregiamente moderato da Jacopo Manni, con ritmo e invitanti spunti di riflessione, e un lavoro didattico accurato, certosino, svolto dal nostro Francesco Quercetti che ha reso su schermo uno studio approfondito, nato dalla sinergia coi produttori di San Paolo e che ha sottolineato, qualora ce ne fosse bisogno, un’indubbia conoscenza di un’area così complessa.

Il ritratto territoriale parte dalla divisione per sottozone che si caratterizzano per differenze a volte nette, a volte maggiormente sfumate.

Una passeggiata iniziata da San Nicolò, un poggio di 170 metri, che si erge di fronte a San Paolo, che per la propria conformazione è in grado di offrire decise differenze in base all’esposizione. Il terreno passa dalle argille della sommità, fino a degradare su terreni di carattere sabbioso-arenaceo. I vini prodotti si distinguono per una lettura chiara e netta, più avvolgenti nell’esposizione sud e più delicati nel versante nord.

Si passa a contrada Battinebbia, la più grande dell’areale: una zona mediamente più calda che si sviluppa tra i 200 metri della sommità ma che trova il grosso delle vigne sui 140-150 metri, con terreni dove l’argilla predomina, con tendenza sabbiosa verso Follonica. I vini di questa contrada, come possiamo immaginare, sono vini ricchi e sostanziosi ma senza eccessi alcolici, grazie anche a un’acidità più evidente e appuntita rispetto a San Nicolò, quindi bisognosi di più tempo per armonizzarsi.

Follonica è una collina contesa territorialmente tra Staffolo, Cupramontana e San Paolo, si erge fino alla sommità di oltre 360 metri. Nella parte sampaolese ha uno sviluppo nord/nord-est ed è soggetta a ventilazione costante: siamo di fronte a quello che probabilmente è il vero e proprio Grand Cru di San Paolo, caratterizzato da terreni di medio impasto con forte presenza di arenaria sciolta in superficie, che si fa via via più compatta in profondità. Ciò si traduce in vini profondi e ricchi di dettagli, con una grande tensione acido-salina al sorso in cui la struttura, pur importante, non è mai protagonista.

Da qui si scende verso Cesola – Acquasalata, una zona esposta da nord a ovest che va dai 280-250 metri della parte confinante con Follonica fino ai 150 metri, con pendenze anche ripide. Il suolo, vero punto focale e distintivo della sottozona, passa dall’essere decisamente sciolto, ricco di scheletro e calcare, con una forte componente sabbiosa, nella parte alta, fino alle argille della parte bassa, caratterizzate da una freschezza di fondo donata dalle sorgenti naturali (il nome Acquasalata non è un caso). Da qui nascono vini eleganti e freschi, che nella parte bassa diventano sempre più decisi e austeri, dotati di acidità ficcante e decisa.

Dal versante Ovest si passa al versante Est con Cerrete-Santa Maria d’Arco-Scappia: se il primo è un vero e proprio anfiteatro che ha la sommità a 200 metri, con terreni che passano da argille asciutte e compatte, con evidente presenza di carbonato di calcio, a Santa Maria d’Arco si ha una doppia esposizione est – nord caratterizzata da argilla predominante con striature di sabbia e calcare. I vini di questo versante sono robusti e ricchi, con una componente glicerica importante al pari della sapidità. Su Scappia invece i vini si fanno più gentili e delicati, immediati e pronti sin dalla gioventù.

Si degrada ulteriormente verso Colle-Coste, tra i 100 e 120 metri, sottozona molto calda e a forte componente argillosa da cui provengono vini robusti, simili a quelli di Santa Maria d’Arco ma con una componente glicerica ancora più centrale nel sorso.

Un percorso che ha ulteriormente sottolineato quanto visto dal vivo: parlare del Verdicchio di San Paolo sarebbe limitante perché bisognerebbe parlare dei Verdicchio di San Paolo, tante e tali sono le loro sfaccettature territoriali che risulta impossibile racchiuderli in una sintesi. E in questo il buon Francesco è stato un perfetto cicerone.

La degustazione

La palla passa a Pierpaolo Rastelli, degustatore del Gambero Rosso ed esperto del territorio che ci ha accompagnato durante una ricognizione alla cieca, tra le pieghe del Verdicchio sampaolese. Dopo aver ribadito la centralità dell’uomo all’interno del concetto di terroir, sono stati proposti 12 vini del territorio incasellati secondo una sua personale quanto comunicativa classificazione: Classico, New Classical, AC-DT, Super Natural e Crossover.

Classico ovviamente richiama uno stile che appartiene alle aziende storiche, a quelle in cui la mano enologica è ben presente e la vinificazione avviene in prevalenza in  ambiente riduttivo. New Classical racchiude quelle aziende, spesso bio, che si stanno affermando sul mercato con vini contemporanei e a briglie maggiormente sciolte enologicamente parlando. AC-DT (parafrasando il noto gruppo rock) comprende quelle aziende che puntano forte sulla verticalità del sorso e sulle sensazioni più dure. Super Natural è per i vini senza compromessi che puntano tutto sulla naturalità e sul controllo ridotto all’osso dei processi di vinificazione. In ultimo, Crossover è lo stile associato alle aziende ancora in cerca di una propria identità oppure con un cambiamento di stile in corso.

Un percorso di stili ma al tempo stesso territoriale alla ricerca di assonanze con il mirabile lavoro di Francesco Quercetti.

Vino n°1: anice netta, cenni verdi e mentolati, mandorla fresca e sorso sottile e lieve, niente è fuori posto e tutto scorre con grande piacevolezza, senza strattoni fino a un lieve amarognolo finale sottolineato dalla sapidità. (Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Sup. San Nicolò 2022 – Campanelli: Sottozona San Nicolò, stile New Classical) 

Vino n°2: maturo con qualche nuance tropicale e di canfora, solare e caldo, si muove sinuoso al sorso su note di frutta a polpa gialla, con profilo rotondo e finale amarognolo. (Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Sup. San Nicolò 2022 – Brunori: Sottozona San Nicolò, stile New Classical)

Vino n°3: si avverte una parte del vino affinata in legno ma è in uno stile non smaccato; ha tanta sapidità, l’acidità non è acuminata ma progressiva, l’olfatto è a tinte chiare e floreali. (Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Sup. Marca Albente 2021 – La Valle: Sottozona Battinebbia, stile Classico)

Vino n°4: è verticale e asciutto, quasi essenziale, si avverte una piena maturità del sorso che chiude tostato sulla frutta secca. Il naso, inizialmente scontroso, trova la propria dinamica nel bicchiere con notevole intensità. (Castelli di Jesi Verdicchio Ris. Cl. Ambrosia 2020 – Vignamato: Sottozona Battinebbia, stile New Classical)

Vino n°5: anice e passo montano, fresco e fruttato, ha dolcezza e sapore al sorso che viene contrastato dalla scorza di limone in chiusura. (Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Sup. Disinvolto 2022 – La Follonica: Sottozona Follonica, stile Crossover)

Vino n°6: completo e sfaccettato, ha olfatto accogliente e serio al tempo stesso, misura e potenza, calore e acidità coinvolgente; riesce nell’intento di vincere la combinata tra passo montano e abbraccio mediterraneo. (Castelli di Jesi Verdicchio Ris. Cl. San Paolo 2021 – Pievalta: Sottozona Follonica, stile New Classical)

Vino n°7: verticale, dall’acidità quasi furente ma che non perde in sapore, è agrumato al naso tra lime e cedro, sicuramente un vino divisivo per chi non cerca compromessi.(Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Sup. Collebianco 2022 – Edoardo Dottori: Sottozona Acquasalata, stile AC-DT)

Vino n°8: frutta a polpa bianca al naso, ha acidità potente di sottofondo ma tantissima eleganza e struttura a corredo che ne rendono il sorso complesso e completo, appagante. (Castelli di Jesi Verdicchio Ris. Cl. Kochlos 2021 – Edoardo Dottori: Sottozona Acquasalata, stile AC-DT)

Vino n°9: incerto al naso, non perfettamente a fuoco, dimostra maturità e una certa solarità, al palato è ampio e sapido. (Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Sup. Santa Maria d’Arco 2021 – Enrico Ceci: Sottozona Santa Maria d’Arco, stile Classico)

Vino n°10: giocato sulle morbidezze e sull’accoglienza della frutta, il profilo aromatico è evidente e marcato, si muove docile al sorso, senza scossoni, chiude tostato. (Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Sup. Grestio 2022 – Zannotti: Sottozona Scappia, stile Classico)

Vino n°11: spazia su da un profilo verde-agrumato fino a cenni tropicali e di fiori gialli, al soro è ampio e morbido con l’alcol in evidenza, chiude sulla mandorla. (Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Sup. Barbangelo 2022 – Benforte: Sottozona Coste, stile Classico)

Vino n°12: olfatto mieloso da vendemmia tardiva con sentori di zafferano tipici della botrite, al sorso è più asciutto e serio di quello che ci si possa aspettare. (Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Sup. Terre di Sampaolo 2022 – Piersanti: varie sottozone, stile Classico)