Vino o picciòlo?

Tra le mani della mia anziana vicina c’è un bocciolo verde di un papavero non ancora in fiore. «Vino o picciolo?» dice a uno dei miei bimbi che sgrana gli occhi. Non aspetta risposta e apre il batuffolo verde dal quale escono alla luce petali porpora. «Vino!» esclama la donna con gli occhi scintillanti. I miei bimbi non hanno capito molto ma, subito, vanno alla ricerca dei germogli di papaveri per continuare il gioco che, a quanto pare, li ha divertiti un sacco. Il picciòlo è, nel dialetto lucchese, il vino di uva non troppo matura, di colore scarico quindi, un tempo consumato dai contadini che dovevano quello dei grappoli migliori ai padroni.

La donna disfa un altro bocciolo davanti ai miei occhi; stavolta è di rosa pallido. Tocco i petali che sembrano fatti di tessuto prezioso; non li avevo mai presi in mano nonostante, da tempo, viva in campagna. «Quando ero giovane ­– mi dice – passavamo ore in questo gioco. Affidavamo al colore dei papaveri chiusi il nostro destino». Ecco perché gli occhi brillavano di non so quale ricordo.

Mentre ho nel calice questo rosso mi è venuta in mente la sensibilità della mia vicina. Sto assaggiando per Slow Wine 2021 i vini delle colline lucchesi. In effetti il colore di questo vino è talmente insolito da attirare l’attenzione. Non è rosso violaceo o porpora e nemmeno cerasuolo o chiaretto. Ha una luminosità tutta sua e inusuale; mi viene voglia di toccarlo. Lo faccio con la bocca. Ha succo trascinante, pieno e dinamico. La materia liquida lascia il palato intriso di aromi speziati, balsamici. È un sorso corroborante e ricco di energia. Un piccolo capolavoro di semplicità. Non è ascrivibile a categorizzazioni di appartenenza, non è, per usare il gioco della mia vicina, né vino né picciolo, per quanto la sua essenza mi ricordi certi Cerasuolo d’Abruzzo.

A fine degustazione apprendo che si chiama Flos-Còncori, la vendemmia è del 2019; è l’ultimo vino realizzato da Gabriele Da Prato sulle colline di Fiattone a Gallicano in Garfagnana. A quanto pare dopo aver fissato un paradigma per i rossi con il suo Melograno, il viticoltore lucchese sta trovando una sua personale declinazione del vitigno syrah poco estratto. Un levità che non sfibra la pienezza del sorso ed esalta la traccia sapida e la voglia di bere. Un’altra prova di talento al quale siamo molto grati.