Viaggio in tre decenni del Rubesco Vigna Monticchio, un’icona della viticoltura umbra

Cuore verde d’Italia, l’Umbria vitivinicola è quintultima tra le regioni italiane per estensione vitata con 12.000 ettari (poco più delle Langhe!) ma non per questo da sminuirsi. Negli ultimi 15 anni è stata collegata alla rivalsa del Sagrantino ma sono anche altre le varietà che stanno trainando un rinnovato interesse verso questa piccola realtà. Il trebbiano spoletino in particolare si sta facendo spazio insieme al più rinomato grechetto.

A raccontarci in Banca del Vino la propria esperienza come produttrice, come donna portavoce della principale realtà vitivinicola umbra per estensione e produzione, è stata Chiara Lungarotti, dell’omonima azienda.

La cantina principale è a Torgiano (dove gli ettari di vigneto sono 230, coltivati in modo sostenibile e certificati VIVA dal MIPAAF). Dal 2010 si sono aggiunti una ventina di ettari a Montefalco, compatti intorno alla cantina e certificati biologico.
Dopo la scomparsa di Giorgio Lungarotti, il sognatore “illuminato” che aveva capito le potenzialità di Torgiano e dell’intera regione, la direzione passa tutta al femminile, con le figlie Chiara e Maria Teresa e la sola eccezione di Francesco, figlio di Maria Teresa, da poco alla guida dell’export.

Uno dei vanti di famiglia è il MUVIT, Museo del Vino aperto a Torgiano nel 1974 su idea di Giorgio e sua moglie Maria Grazia Marchetti Lungarotti che “propone un vero e proprio viaggio nel tempo, che racconta una storia antichissima, ricca di malie e inattese interpretazioni che svelano i mille volti del vino”, a cui nel 2000 si è affiancato il Museo dell’Olivo e dell’Olio, gestiti entrambi dalla Fondazione Lungarotti.
Una continua sperimentazione in vigna e cantina ma con chiara intenzione di dare voce al territorio e alla sua antichissima tradizione: il museo ne è un esempio.

 

Torgiano Rosso Riserva Rubesco Vigna Monticchio, protagonista della serata, è «un vino come l’Umbria: inizialmente diffidente ma poi generoso». E con un nome così importante non si poteva che avere un vino di conseguenza!
La prima annata prodotta risale al 1964, da un assemblaggio di sangiovese e canaiolo (al 30%), che dal 2009 diventa sangiovese in purezza.
Il vigneto, 15 ettari sulla collina di Bufra, ha esposizione ovest-sud ovest, impianto da 4000-5000 ceppi a ettaro e rese intorno al chilo per pianta. Siamo a 300 metri sul mare su suolo che in origine era un greto lacustre, con conseguente deposito di sabbie nella parte bassa del vigneto e frange più argillose risalendo la collina.

Vinificato in acciaio, dove avviene la lunga macerazione in alcuni anni di oltre 20-25 giorni, passa in legno per la malolattica per poi affinare metà in botti grandi da 50 ettolitri, per un anno, e l’altro 50% in piccole bordolesi (per un quarto nuove e le altre di secondo, terzo, quarto passaggio). A seguire 5 anni di bottiglia prima del commercio, scelta come forma di riposo ottimale, rigorosamente al buio, per conferire la sua caratteristica complessità e trovare l’equilibrio tra potenza ed eleganza.

Ma passiamo ai vini che, toccando tre decenni diversi, hanno rappresentato un bel termine di paragone e comparazione. Sicuramente ne è emerso il carattere molto forte in gioventù, con una certa continuità nei primi tre assaggi: scalpitante al palato e tannino notevole per essere un sangiovese.

 

 

2011

Un’espressione molto inusuale del Vigna Monticchio, causa l’annata difficilissima: luglio molto piovoso seguito da un caldo anomalo e temperature che hanno toccato soglia 40 nella seconda metà di agosto, portando alla prima vendemmia notturna nella storia aziendale. Le piante, impreparate a tale shock, hanno molto sofferto per la repentinità dell’evento. Comunque ci convince l’allungo olfattivo e all’attacco un po’ alcolico segue subito una scattante acidità.

2009

L’annata è stata costante da fine luglio, molto secca ma con temperature non eccessive. Le temperature in crescita a fine agosto e inizio settembre hanno accelerato molto la maturazione con seguente assestamento grazie a un po’ di pioggia prima della vendemmia. Il calore e la speziatura sono decisamente preponderanti, la presenza del legno meno integrata degli altri assaggi ma comunque bilanciata dal contrasto sapido.

2007

L’inverno del 2007 è stato in zona Torgiano particolarmente mite, con un germogliamento anticipato di circa 15 giorni e invaiatura a inizio luglio. Durante la stagione estiva nessuna precipitazione per quasi due mesi, fino a settembre fortunatamente più mite. Più aperto e disteso all’assaggio, il Rubesco inizia ad esprimersi al meglio e a mostrare la propria capacità di invecchiamento con frutto rotondo ma non surmaturo, tannino interessante e ben integrato.

2006

Annata convincente ed equilibrata; agosto caldo ma sostenuto da una bella escursione termica tra la notte e il giorno. Interessante vedere come con il passare degli anni si individui più il territorio che l’uso del legno (che proprio dal 2006 non è più limitato alle sole barrique ma contempla l’uso di botti grandi). Un vino compiuto, dai tannini morbidi e risolti, che esprime al meglio le potenzialità e lo slancio di questa etichetta. E pensare che ha bisogno di 13 anni per rendere così bene!

2005

Simile come impatto alla 2006 ma ancor meno austera, l’annata 2005 è stata, non solo qui, sottovalutata nel breve termine ma regala con il passare del tempo sempre più sorprese. Un’annata dalle produzioni inferiori alla media, con grande caldo a inizio agosto e poi temperature in rapida discesa ed escursioni davvero notevoli. «Questa etichetta era un abito su misura, ma con le misure di mio padre. Oggi l’abbiamo ricalibrato su di noi e se il 2004 è stato l’anno di passaggio tra lo stile di Giorgio e il nostro, dal 2005 ci rappresenta appieno».

2004

Figlia di due eventi principali: il passaggio tra vecchie viti e nuovi reimpianti e poi la ripresa dopo la caldissima 2003, annata di grande carico sulla pianta dopo cui la vite è tornata a respirare. Molto profondo ed elegante, dal frutto complesso e una sapidità che caratterizza l’assaggio.

1997

Cambia totalmente registro l’assaggio della 1997. In degustazione fa partita a sé: già il colore è più chiaro e sottile ma non certo decadente; presenta addirittura tratti più verdi dei suoi fratelli giovani dove la dolcezza di frutto è imperante. Molto preciso e puntuale. La bocca essenziale e l’acidità spiccata portano a facilità e piacevolezza di beva.

 

 

P.s.: abbiamo assaggiato in anteprima con Chiara anche l’annata 2015 ed era davvero promettente!