Un saluto a Giorgio Grai

Giovedì scorso se n’è andato Giorgio Grai, bolzanino, enologo (o anti-enologo) di fama, produttore e consulente di grandi aziende vitivinicole. Aveva 89 anni. Oggi ci saranno i funerali. Lo salutiamo con un ricordo di Federica Randazzo, responsabile per Slow Wine in Alto Adige. (n.d.r.)

 

Sono seduta al bar dell’Hotel Città su uno di quei tavolini alti che affacciano su Piazza Walther.

Ho deciso di scrivere qui il mio saluto a Giorgio Grai. Qui, dove ogni tanto ci davamo appuntamento per un caffè e una chiacchierata. Sono sicura che se mi vedesse oggi, con indosso questi jeans che finiscono corti e larghi sopra le caviglie, non mi risparmierebbe qualche appunto critico. Sorrido. Era fatto così Giorgio Grai, non riusciva a capacitarsi del fatto che le persone indossassero pantaloni corti o, peggio ancora, strappati, che andassero in giro con delle cuffie nelle orecchie o con delle scarpe da ginnastica vistose. Non riusciva a capacitarsi della sciatteria, della mancanza di preparazione, della lassità della volontà (soprattutto fra i più giovani). Era fatto così, amava i dettagli, i millimetri, le ombre delle piccole cose e poneva attenzione a tutto. Un’attenzione continua e critica, un’attenzione che per lui rappresentava l’ingrediente indispensabile per fare ogni cosa, per farla per bene!

“Bene”, infatti, era l’unico modo che Giorgio Grai conosceva. Tutto il resto non contava, tutto il resto lo faceva solo arrabbiare. Una volta gli chiesi se fosse un uomo felice. Lui, senza esitare, rispose: “Certo!” – poi aggiunse – “Il segreto è amare quello che fai. Io in vita mia non ho mai lavorato, io mi sono sempre divertito. Perché quello che io faccio, quello che ho fatto e quello che farò mi piace farlo e mi piace farlo bene”. Alla passione aveva sempre abbinato un rigore infaticabile, un rigore che lo ha accompagnato per tutta la vita e che lo ha reso Giorgio Grai: mostro sacro del vino italiano, enologo e consulente celebre in tutto il mondo, dotato di un naso assoluto e della capacità di comporre vini di impeccabile armonia e sorprendente longevità, ma non solo. Selezionatore di vini, gourmet fine e intransigente, campione di rally, attento consumatore della qualità in tutte le sue declinazioni, amico fraterno di molti degli chef, dei produttori e dei pensatori che hanno reso grande l’enogastronomia.

Un curriculum da veterano, eclettico e irripetibile, che non gli impediva tuttavia di continuare a frequentare festival, degustazioni e dibattiti, dai più blasonati ai meno rilevanti. “Umiltà” non è forse la parola più calzante, o comunque non è la prima parola che mi viene in mente pensando a Giorgio Grai, ma fin dall’inizio della nostra conoscenza rimasi molto colpita dal vederlo solcare l’ingresso di diversi eventi e dall’osservarlo assaggiare con grande cura lunghe schiere di vini, interessarsi a nuovi produttori e raccogliere informazioni. Il tutto con la curiosità e la passione proprie degli inizi.

Non era un uomo facile Giorgio Grai. Parlare con lui era spesso faticoso, almeno per me: guai a usare termini stranieri, anche un apparentemente innocuo “ok”, guai a porre domande troppo vaghe, a fare riferimenti incerti o a sbirciare il cellulare. Erano spesso stancanti le nostre conversazioni, ma sempre insostituibili: ricche di aneddoti, stimoli e spunti. Ricordo che una volta gli chiesi se aveva del materiale sul Santa Maddalena, così mi invitò nel suo studio e tirò fuori un plico di carte. Felice gli dissi che gli avrei riportato tutto nel pomeriggio, dopo averlo fotocopiato. La sua risposta fu un secco “No!”: se volevo sapere quello che c’era scritto su quei fogli dovevo fermarmi a leggerli lì. Potevo restare quanto volevo, potevo prendere appunti se necessario, ma non potevo fare fotografie. Dovevo, in poche parole, prendermi il tempo per capire qualcosa di nuovo.

Fu una bella lezione su come la conoscenza non possa essere qualcosa di precotto, ma debba seguire, invece, delle regole precise in fatto di tempi e di sforzi.

Mi mancherà il “Signor Grai” – mi divertiva chiamarlo così anche quando mi aveva concesso di dargli del tu – mi mancheranno i suoi gesti lenti, il suo sorriso furbo, i suoi occhi vispi e il suo modo di distillare le parole. Mi mancherà quella capacità che aveva di incoraggiarmi – più o meno volontariamente – a continuare a pormi domande, a non smettere di ragionare con la mia testa, a non accontentarmi. Mi mancherà!

Nel frattempo si è fatto tardi, qui all’Hotel Città è quasi ora dell’aperitivo. Oggi, però, non c’è Giorgio Grai a salutarmi con un baciamano e una raccomandazione. Questa volta tocca a me salutarlo, ma i congedi non sono il mio forte. Così, ispirandomi all’eleganza propria di quell’uomo straordinario, mi limito ad aggiungere: grazie di tutto Signor Grai e, in particolare, dell’attenzione che hai deciso di dedicarmi.