Tutte le meravigliose cose che sono accadute oggi a San Marzano Oliveto, Valle Asinari, e le meno nobili cose occorse a Eataly, in quel di Cinzano

Nel ’94/‘95 o giù di lì, con sul groppone almeno un centinaio di articoli – la maggior parte dei quali orribili, gli altri soltanto spocchiosi – su Il Nuovo Braidese, che al tempo era percepito, non del tutto a torto, come settimanale cittadino di simpatie destroidi, colui che apprezzava di più la mia scrittura era il deus ex machina di tutto ciò avveniva in Bra, obbligatoriamente previo suo consenso. Che fosse vero o no, tutti ritenevano che non si muovesse foglia, in città e provincia, né appalti, né elezioni, né respiri, senza la sua approvazione. Al secolo Piero Fraire. Uomo coltissimo, ironico, acuto e cinico come ne ho incontrati raramente.
Apparentemente democristiano, come da suo biglietto da visita, ma in realtà compiaciuto ateo e libertino, palesemente mefistofelico, così smaccatamente misantropo e strafottente, nei confronti del mondo, da aver trovato nella banalità del centro-destra pietosamente cattolico di potere, oltre che un ovvio materasso in cui probabilmente stipare quattrini, a vederla più poeticamente una forma più cazzuta e meno convenzionale di essere anticonformista.
Quasi punk (messe via le banconote), ma va da sé che mi permetto di dire questo che per me è un complimento e che per lui sarebbe apparso un insulto, solo perché non c’è più. E non temo mi venga a prendere per la collottola rivendicando il suo rifuggire ogni contraltare, ogni opposizione, avendo trovato una cuccia strategica per i suoi pensieri ispidi e attorcigliati nella letteratura, solo nell’esprimerli di fronte a un pubblico osannante che non li capiva. Insomma, era il reuccio, di centro-destra, di Bra, con una sterminata corte di leccaculo, ma chi fosse veramente nessuno l’ha saputo mai. Men che mai chi lo idolatrava, spesso per rastrellare un posto in banca per il figlio scemo o una candidatura a uno scranno insignificante al Consiglio Regionale, per togliersi lo sfizio di andare a puttane con l’auto blu.
“Si accontentano di così poco ’sti babbei”, me lo sono sempre immaginato a biascicare sornione, quando il postulante di turno era finalmente strisciato fuori, rinculando servile, dal suo studio avvolto nel fumo dei suoi sigari, avendo ottenuto quel che voleva purché se ne andasse in fretta, cosicché lui si potesse finalmente dedicare a ciò che l’importava di più nella vita (beninteso, dopo il potere e quel che ne conseguiva): leggere e immediatamente metabolizzare libri rarissimi, facendoli suoi, e guardare il ciclismo in tv, spegnendo il telefono, senza rompipalle intorno.
Questo uomo enorme (vestito benissimo con tagli sartoriali extralarge su misura, adorato e temuto dall’establishment, che gli si genufletteva con protocollo tardo rinascimentale, e vituperato, non senza legittima ragione, ma talvolta anche solo per noia, dalla sinistra locale, come un Andreotti qualsiasi) è stato il primo a trovarci qualcosa di buono, o a farmelo credere, in ciò che scrivevo. Non per niente la descrizione che ne ho fatto, potrebbe risentire di questo pregiudizio.
M’inondò di complimenti e mi propose e poi concesse, primo fra tutti, una rubrica sul settimanale destroide di cui sopra. Fu a quei tempi che sviluppai una cordiale conflittualità con Valter, schierato sulla sponda opposta, poi tramutata in una stima addirittura affettuosa, che ne ha fatto poi, bizzarramente, il nostro cliente migliore.
Scrivere non ha nulla a che fare con l’esprimere i pensieri, perché i pensieri li hanno tutti, e non c’è nulla di speciale nell’averli. E fra chi ne ha pochi e chi ne ha molti non c’è poi tanta differenza. Scrivere ha a che fare non con il dire quel che si pensa, ma con il riuscire a esprimere quel che si vuole.
E’ artigianato. Nulla più. Maneggiare scalpello, squadra, compasso, martello, morsa, trapano, pialla e lima.
Dunque, si trattava di scrivere, bene, magari benissimo, il meglio possibile, per l’unico settimanale che me ne aveva dato l’occasione. Dunque scrissi quel centinaio di articoli grondanti “destra”, più o meno articolata, com’era sensato, doveroso, necessario e opportuno. Coltivavo un sogno – essere pagato per scrivere, frequentemente pochissimo – e costruivo un mestiere che mi avrebbe poi davvero stipendiato per una decina d’anni. E nell’averli definirti “orribili”, quegli articoli, non rinnego le devianze destrorse, che è puro inciampo di alcun conto, ma solo la forma. Ovvero ciò che è attinente al mestiere. Erano bruttissimi articoli, sebbene sempre un po’ meno brutti anno dopo anno, dove il fatto che esprimessero idee reazionarie era la colpa minore.
Facevano schifo perché col senno di poi erano scritti maluccio assai.
Forse mi sono perso.
Com’era il titolo?
«Tutte le meravigliose cose che sono accadute oggi a San Marzano Oliveto e le meno nobili cose occorse a Eataly, in quel di Cinzano.»
Ah, già.
Sbocciava, abbacinante, Slow Food, a quei tempi, con epicentro Bra, e cominciava a irradiarsi nel mondo, ed ero pur sempre una penna cittadina, anche se apparentemente democristianoide e poco allineata. Venni convocato, tramite una serie di peripezie in cui ebbe parte fondamentale e strategica, seppur rocambolesca, Roberto Burdese – che Dio l’abbia in gloria! – dalla casa editrice di Slow Food per un provino: mi venne assegnato un compito e lo svolsi, al mio meglio.
Si trattava di un inserto di 24 pagine dedicato al Saluzzese che sarebbe stato edito da La Stampa.
Lo consegnai, orgoglioso, compiaciuto, e dopo essermi secchionamente dedicato con impegno alla committenza.
Sapendo che provenivo pur sempre da un ambiente “altro”, e che avrei dovuto essere ancora più bravo per spuntarla in quel covo di presunti comunistacci!
Poi lo divenni più di loro, ché non lo erano mai stati più di tanto in realtà, e comunque meno di quanto si vociferasse, ma anche questa è un’altra storia.
Dopo due giorni mi venne restituita la bozza, corretta/rivista da tal Giovanni Ruffa. Sembrava un campo minato dove avessero danzato, idiotescamente noncuranti, una compagine di giullari: con tutte le mine esplose e i brandelli di carne di quei fessi clowneschi sparpagliati qui e là, a tappezzare il suolo, screziandolo di tutte le tonalità del rosso e arabescandolo di budella pollockiane. Il nero della mia partitura di partenza s’intuiva a stento fra le sterminate correzioni in rosso. Tutto era bombardato. Non c’era nulla che andasse bene. La mia stesura s’intravvedeva a malapena sotto la coltre di osservazioni, cerchiature, sottolineature, sbarrature, commenti, addirittura incazzature: ricordo che c’era scritto da qualche parte pure un “davvero?” che mi umiliò come mai mi era accaduto e non m’è accaduto mai più.
Mi caddero le palle.
Sulle prime mi irrigidii. «Cazzo vuole questo?».
«E chi minchia è?»
Poi, per farla breve, mi accorsi progressivamente che aveva ragione su tutto.
Ci misi mesi, anni, ad abituarmi alle sue correzioni che si facevano ogni giorno più rade, fino a non essercene quasi più, ma diofa! Aveva davvero sacrosanta ragione su tutto!
Ancora oggi, buona o cattiva che sia, la mia scrittura deve tutto alla pignoleria meticolosa e torquemadesca e intelligentissima di Giovanni Ruffa, unica persona al mondo che mi abbia preso per così tante volte a ceffoni, ostinatamente sminuendo e castrando ogni mia presunzione. Buona o cattiva che sia, la mia scrittura prima faceva davvero schifo. E adesso, buona o cattiva che sia, è migliorata solo grazie a quello stronzo lì. Al quale devo francamente parecchio se non tutto.
Sembrerebbe una sega di poco conto, per un barista quale sono, ma considerate che per dieci anni ci ho campato su quel che scrivevo. Da qui l’importanza di essermi imbattuto in qualcuno, UNICO, che mi ha davvero insegnato qualcosa. A suon di ceffoni. Metaforici, certo, ma non per questo meno dolorosi.
Auguro a ciascuno di voi, qualsiasi sia il vostro sogno, d’imbattervi in un maestro della grandezza di Giovanni Ruffa: che ve lo tagliuzzi, il vostro sogno, che ve lo smonti, che lo percuota, che lo schiaffeggi, che lo prenda a pugni. Quel che resta, se qualcosa resta, è il nocciolo del vostro sogno. Quello che ha senso coltivare.
Poi, da lì in avanti, sarà soltanto questione di culo.
Ma eccoci a San Marzano Oliveto.
A suon di ceffoni, e ceffoni, e ceffoni, e superato il pregiudizio della mia provenienza democristiana – essendo lui duro e puro, meraviglioso e divertentissimo odiatore di borghesia e banalità, proto-brigatista in pectore, ma troppo colto e saggio per buttarsi via così – diventammo amici.
E prendemmo a sbronzarci la notte insieme, sbrodolando cattiverie assortite sul mondo.
Crogiolandoci in snobismi vertiginosi, a loro modo indimenticabili, che ne ho nostalgia come di nient’altro, ché per fortuna non esistevano i social, al tempo, altrimenti sarei tornato a casa alticcio picchiettando sulla tastiera estremismi irricevibili.
Probabilmente scrivendo cose del tipo: «id36 jjets k%évb ffasso, no? StRRonzu che nonnn seTie ALRTO!»
E ci si arrampicava spesso da Bardon, San Marzano Oliveto, Regione Valle Asinari, Astigiano estremo o Monferrato, boh?, approdo sicuro, baricentro di mondo contadino non stereotipato, coccolati dalle sue carni sudate disposte tronfie e arroganti sul carrello, stropicciandoci gli occhi e poi seducendo le papille con i suoi agnolotti quadrati monferrini, e sbavando estasiati sulla sua monumentale carta dei vini.
Talvolta a spese nostre, perché ahimè, talvolta accadeva ci toccasse addirittura pagare.
Fortunamente non spesso.
E talvolta individuandolo come sede di strategiche riunioni di lavoro, dunque beneficiando di rimborso aziendale.
Quelle volte in cui ci si avventurava, sulla carta dei vini, oltre alla pagina 26, e si dischiudevano le porte dei Barbareschi, dei Baroli, dei francesi, dei californiani e degli spagnoli.
Che indimenticabile goliardica sboronata quella volta che ci concedemmo, per celebrare non ricordo quale uscita editoriale, un Vega Sicilia antichissimo, che a dispetto del nome è vino spagnolo. E per giustificare la nota spesa ritenemmo obbligatorio argomentare, per almeno venti minuti, la nostra devozione alla pittura ispanica del Settecento, la nostra conoscenza del codice etico delle corride andaluse, e tutto quel che sapevamo – e quel che non sapevamo lo inventammo – sulla Ribera del Duero, dove quel vino aveva cominciato il suo viaggio che si sarebbe concluso, poi, sulla nostra tavola a San Marzano Oliveto. Per la miseria di qualche centinaio di euro, sganciati previa esibizione di ricevuta, dall’amministrazione di Slow Food. All’epoca, assai più di manica larga di quel che mi dicono oggi.
E comunque oggi in provincia di Cuneo i ristoranti erano chiusi, come noi, e nell’Astigiano ovviamente no.

Dunque, visto che da domani non si farà altro che lavorare, ci si è concessi un primo (nonché ultimo) pranzo da Bardon.

Come ai vecchi tempi.
Erano quindici anni che non tornavo qui.
Eravamo io ed Enrico, del Caffè Boglione di Bra, e Marco Maunero e Fabrizio Rochas di StaBräu Birra.
Visto che siamo andati per le lunghe, mi accontento di due piccole annotazioni in merito alla fantastica giornata che è stata. Anzi tre.
1) La cucina di Bardon: mamma mia! Sia lodato Giovanni Ruffa per avermela fatta scoprire, ma come si fa a raccontarla? Non venivo qui da tre lustri e l’ho ritrovata tale e quale ad allora. Senza fronzoli, senza seghe, senza inquietudini, FEDELE ALLA LINEA. Cristo quanto mancano, al Piemonte, professionalità così rigorose e scevre di screziature o di compromessi. Osti che non se la fanno sotto mentre il mondo intorno s’affaccenda a incipriarsi di contemporaneità posticcia. Osti saldi. Marmorei. Scialuppe di salvataggio mentre tutto intorno s’agghinda di vacuità e così ben conciato, sprofonda.
2) La carta dei vini, dicevamo. Monumentale. Enciclopedica. Mille referenze e più.
Vuoi che non peschiamo, non conoscendola come il 90% di ciò che vi troviamo snocciolato per pagine e pagine, come seconda bottiglia, una Barbera d’Asti Superiore di Foglino del 2015? Vuoi che fra mille produttori presenti in carta, Bardon ci dica: «Foglino? è di là a mangiare. Ve lo presento».
Quante probabilità c’erano che pescassimo un produttore presente in sala?
Una su mille, appunto.
E Foglino arriva.
Persona bellissima.
Per farsi perdonare del disturbo, si fa per dire, ci offre subito un’altra sua bottiglia, un Pinot Noir del 2014 che se ti bendi gli occhi non sai più dove sei, procedi a tentoni, annaspi, e per andare sul sicuro dici “Barbaresco” perché non può essere altrimenti. E invece è un Pinot Noir nizzardo, benemerito e benedetto buco di culo del mondo – per parafrasare le parole del produttore – dove esplodono, germogliando orgogliose, meraviglie.
Hai nei bicchieri, oltre ai vini di prima, quei due vertiginosi stupori di Foglino: il Pinot Noir che ti accarezza come un gatto smaliziato e la Barbera che ti tira pugni come Muhammad Ali, sempre danzando, fra un pugno e l’altro, come una farfalla.
Sei più frastornato dalla dolcezza del Pinot Nero che non dalla prepotenza della Barbera, e sei più accarezzato dagli spigoli muscolosi della Barbera che non dalle prudenti e aggraziate smancerie del Pinot, tutto ti piace al punto di non saper scegliere cosa ti piace di più, ma non finisce qui.
«Di dove siete voi?»
Di Bra.

«Ah! Bra! Ho fatto una serata a Bra qualche anno fa che ricordo poco. In una sala interrata. C’era il mio amico

Pony Montana

che metteva i dischi al Caffe Boglione. Chissà quando potremo rifare serate così?»

Ah, sì? Al Boglione? Pony?

Feel Good Productions? Alla consolle?
Probabile, molto probabile che ci fossimo anche noi…
«Devo scappare. Venitemi a trovare in cantina. Intanto assaggiate questo gin che facciamo.»
Sia mai che rifiutiamo un regalo.
Glu, glu, glu, anche il gin se ne va giù.
Ennesima propaggine, strepitosa, di un pranzo monumentale, dove non è mancato a chiosare il tutto, anche un Rhum JM Agricole della Martinica.
3) Sulla strada del ritorno avevamo un compito.
Ce l’eravamo appuntati. «Non dimenticare».
Fermarci da Eataly a Cinzano per comprare dei super stra-fighi Hot Dog che non ci erano stati consegnati per tempo, giacché domani si riapre. Parliamo ovviamente di necessità di StaBrau.
Io non so cosa avvenga a Eataly di solito, in qualsiasi altro pomeriggio, ma oggi, mercoledì, 28 febbraio, sembrava una scenografia di un film distopico che preveda, ça va sans dire, la dissoluzione dell’umanità. Le righe bianche del parcheggio, disposte a squame, vuote, ingigantivano il senso d’estraneità. La strada era poco più in là, ma qui, di colpo, tutto taceva. Immobile. Anche l’aria tratteneva il respiro. Il pavido sole che non s’azzardava a scostare il panneggio di nuvole in ogni angolo di Piemonte, qui sembrava rivalersi di tutta la timidezza sfoggiata altrove: restava pallido, quasi algido, ma su quel cemento spigato si prendeva la sua rivalsa. Arrivati noi, parcheggiati noi, aveva deciso di avercela con noi. Ci aveva nel mirino e non avrebbe avuto pietà.
Sbaaaam! Per quanto pallido e timido e algido e spuntato, scesi dalla macchina dopo un pranzo così, il sole, lui, a picco sul cemento post-apocalittico, s’è ringalluzzito assai. S’è fatto tracotante, e bello, e forte, e s’è messo a fare il bullo, a spiaccicarci a terra, a martellarci sul cranio, a spalmarci sul grigio come se fosse un cazzuto sole equatoriale che fa dispetti a derelitti a zonzo nel deserto.
Invece faceva freddino, eravamo a Cinzano, nel parcheggio di Eataly, e qualsiasi cosa avesse deciso di fare, il sole, non avremmo avuto la forza di opporci.
Mica c’era stato, lui, a pranzo da Bardon!
Dunque.
Scendiamo in quattro.
Mascherine-muniti.
Andatura dignitosa, pur avendone sfoggiate di migliori.
Entriamo in fila indiana, opportunamente distanziati.
La cassiera, unico cuore che batte nel giro di chilometri, evidentemente ingaggiata come installazione artistica, come omaggio a Duchamp o esperimento comportamentale, appare disabituata al contatto con altri umani, come non ne vedesse da decenni, e abbozza un “buongiorno» al primo di noi.
Uno, avrà pensato lei. «Mi assomiglia. Metti che appartenga alla razza umana anche lui. Dunque non sono l’ultima rimasta sulla faccia della terra».
E poi due, «buongiorno».
E poi tre, «buongiorno».
E poi quattro, ma il quarto è Maunero, e lei non fa in tempo a dire «buongiorno», perché s’intuisce che non aveva mai contato quattro persone di fila, tutte insieme, a stipare quello spazio che di colpo si rattrappisce, si stringe, s’inquieta: francamente non so cosa accada in altri pomeriggi, quanta gente entri, quanti lo frequentino, ma tutto concorre a pensare, forse a torto, che quattro persone, tutte insieme, questo posto non le veda da tempo.
Forse, complice, la pandemia. Ci sta.
Ma intanto si era a Maunero. Che entra per ultimo.
Lei non fa in tempo a dire «buongiorno» che lui dice, chissà perché, «grazie».
Mi sforzo di non guardarla, la cassiera, per non inquietarla oltre.
Intanto io, secondo della fila, sono già in coda davanti alla porta del bagno occupata dal primo della fila, Enrico, e mi angoscio per lei.
Abbiamo bevuto un po’, dunque i pensieri sono obbligatoriamente sul crinale della paranoia.
Dunque penso, nell’ordine:
– avrà un manuale al quale attenersi, che al punto 6 specifica che nel caso entrino più di tre persone deve pigiare un bottone che attivi un allarme? o l’autodistruzione?
– metti che la situazione, di base, per quanto anomala, non presenti crismi di criticità e non sia annoverata dal manuale, ma se entriamo in quattro e due paiono interessati solo al bagno, non sarà che lei ha ragione a spaventarsi?
– con che faccia usciamo, fra tre minuti, di nuovo in fila indiana, in quattro, con tre confezioni di hot-dog?
– smettila di attendere nervosamente, saltellando come un neofita appena cacciato da una scuola di tip-tap, di fronte alla porta di un bagno occupato da Enrico e comincia a gironzolare fingendoti interessato a coltelli, scolapasta e grattugie per non inquietare ulteriormente la cassiera.
– oh! no! s’è messo in coda dietro di me anche Fabrizio. Fossi nella cassiera chiamerei i carabinieri. Quattro clienti. Probabilmente i primi quattro clienti da tempo. Quattro clienti tutti insieme, in un vuoto – come descriverlo? vale tutto: gracchiante? afono? umido? inutile? porpora? – così straziante, che nessuno a questo punto si stupirebbe se la luna, destabilizzata dall’eccezionalità dell’evento, smettesse di obbedire ai compiti che le sono stati assegnati nella notte dei tempi e, stufa di orbitaci intorno, se ne andasse finalmente a spasso per i fatti suoi, a indagare la vastità probabilmente buia dell’universo. Scardinando quel millenario equilibrio dell’asse terrestre che sulla sua disciplina contava, e su quelle ossessive “vasche” in tondo si fondava. E tutto da lì in poi sarebbe andato a puttane, fra terremoti e inondazioni, solo perché quattro clienti erano incautamente entrati tutti insieme, da Eataly a Cinzano, un mercoledì pomeriggio d’aprile.
Quattro.
Uno dei quali ciondola fra le corsie (a cercare hot-dog ma lei, poverina di una cassiera, non lo sa), uno è in bagno, e gli altri due sono in coda davanti al medesimo.
A ‘sto punto – mi son detto – la pipì te la tieni, ti levi di qui e, davvero, t’appassioni ai coltelli di ceramica. Ti sforzi di tranquillizzarla, mostrandoti interessato a quelle lame bianche e nere.
Fingiti un cliente a modo e per bene.
E nel caso, semmai, compra un coltello.
Mi sposto lì.
Le guardo, le lame, come un collezionista nerd.
In realtà non le vedo.
Nella mia testa scimmie appollaiate su enormi gomme di trattori appese a una quercia, così pesanti che il vento che spira leggero non le scuote, in una sterminata e desolata landa del Nebraska, o del South Dakota, o del Missouri, vengono minuziosamente spulciate da altre scimmie. L’immagine appare silenziosa, ovattata, in HDR, con un milione di pixel – alta risoluzione è dir poco – poi via via si condisce di suoni. E più diventa acustica, più s’annacqua la definizione visiva. S’acquerella, diluisce, poi svanisce in un patetico verde e blu. Ma il suono adesso ne restituisce l’ineluttabilità molto più dell’immagine. Fisso coltelli di ceramica bianchi e neri ma è come se non ci fossero. Anzi, non ci sono proprio. Non ci sono più. Davanti alla fissità vacua dei miei occhi c’è questo panno spennellato di toni pastello verdi e blu, e i versi delle scimmie occupano ogni interstizio dei sensi che sono sopravvissuti al pranzo da Bardon. E non è mica qualcosa di sgraziato: è uno spartito interpretato con rigore. C’è lei, la scimmia spulciata, con i suoi “uh! uh! uh!” goduti. Che non so se spontaneamente o con sforzo emulativo, assomigliano ogni secondo di più a Frau Blucher in “Frankenstein Junior”. E poi c’è quell’altra, la scimmia che la spulcia, e ne percepisco l’impegno secchione. Anche lei fa “uh! uh! uh!”, ma sembra il companatico sonoro, che erompe da una sterminata orchestra agghindata di gorgiere rosse, che accompagna la proiezione in un piccolo teatro gozzaniano, di “Tempi moderni” di Charlie Chaplin.
Mi risveglia da questi deliri Enrico, che mi tocca la spalla scuotendo la testa: «se cerchi un coltello buono, prendi quello là».
No, dai, usciamo.
Affrontiamo questa gogna della processione inversa.
Uno, due, tre, quattro uomini barbuti e panciuti, scevri di qualsivoglia bellezza, ciondolanti, tutti a mani vuote tranne il primo: quello con un pacchetto di cinque o sei würstel in mano.
Fuori, all’aria aperta, il mio pensiero va alla ragazza alla cassa. Che spero abbia smesso d’aver paura.
Me l’immagino fare un respiro profondo.
Poi un altro.
Concedersi qualche minuto per riappropriarsi di cuore, polmoni, nervi, fegato, valvole cardiache.
Dopo dieci minuti, complice il vuoto che ha ripreso ad avvolgerla e ad accudirla com’è sempre avvenuto, finalmente pacificata, ha un sussulto, quasi una stizza.
«Scema che sono. Avessi scattato una foto a quei quattro clienti, qui, tutti insieme, contemporaneamente, in un pomeriggio di fine aprile, sarebbe stata la volta buona che su Instagram avrei fatto almeno duecento like».
E invece no. Manco quello, poverina.
Ma che indimenticabile pranzo da Bardon!