Tre vitigni rari per tre vini molto buoni (assaggiati per Autocthona Award 2021)

Si è svolta nei giorni scorsi la premiazione dei vini protagonisti di Autocthona Award, il concorso organizzato da Fiera Bolzano e riservato ai vini prodotti con vitigni autoctoni italici (per leggere tutti i risultati clicca qui).

Ho avuto il privilegio di far parte della giuria che ha assaggiato e valutato le centinaia di vini presenti in concorso, che erano suddivisi per tipologie. Durante gli assaggi di vini rossi mi sono capitati nel bicchiere – in forma anonima evidentemente, essendo un concorso… – tre vini tanto curiosi e particolari quanto veramente buoni e intriganti, che hanno stuzzicato subito il mio interesse.

Al termine delle degustazioni sono andato a “scoprire” queste tre bottiglie, che vi presento qui sotto.

 

 

Mornasca Orione 2016, Cascina Gnocco

IL VINO

Impronta olfattiva molto particolare, in cui un frutto rosso carnoso (prugna, durone) si permea di sentori terrosi e di sottobosco, molto eleganti e marcanti. La bocca è agile e complessa, con bel ritorno di frutto dolce e ottima chiusura asciutta e sapida. Un vino perfetto per una tavola dove campeggiano pietanze di carne, succulente e sostanziose.

IL VITIGNO

Mornico Losana è un piccolo comune dell’Oltrepò Pavese, all’incirca a metà strada tra Casteggio e Broni, nel cui territorio un tempo era molto diffusa una varietà a bacca nera chiamata Mornasca, detta anche Uva di Mornico o Ugone. Se ne individuavano addirittura due tipi, diversi per la morfologia del grappolo e per l’epoca di maturazione. Oggi, tanto a Mornico quanto nella vicina Broni, la coltivazione è limitata a pochi ceppi rintracciabili in vecchi vigneti. È stato Domenico Cuneo, nel 2005, a scoprire le potenzialità di questo vitigno grazie al ritrovamento di alcune piante, ben conservate, nei vigneti di proprietà di Cascina Gnocco; in seguito ai buoni risultati ottenuti venne deciso l’impianto di un nuovo vigneto di Mornasca. Il vitigno – iscritto al Registro Nazionale nel 2010 – presenta un grappolo di taglia medio-grande e di forma conico-cilindrica, con grandi acini sferoidali dalla buccia piuttosto spessa e mediamente pruinosa, di colore blu-nero.

 

Fantini Vecchio Riosto 2018, Podere Riosto

IL VINO

Naso moderatamente espressivo, un po’ chiuso all’inizio: poco alla volta prendono piede – o per meglio dire, naso – note di piccoli frutti e di spezie eleganti; alla fine offre un quadro olfattivo molto fine e fragrante. La bocca è austera e schietta, con bella vena acida e tannino delicato e ben risolto. La chiusura è perfettamente asciutta e invoglia alla grassa cucina emiliana: una ricca lasagna ci starebbe benissimo.

IL VITIGNO

La storia dell’Uva del Fantini è quella di un’unica pianta localizzata nel 1965 in un vigneto di Pianoro (Bologna) da Luigi Fantini, studioso del territorio, che la descrisse e la fotografò attribuendole un’età di circa tre secoli. Dopo un lungo periodo di abbandono questa pianta fu ritrovata, sommersa dai rovi e in pessime condizioni, nel 2000 da Stefano Galli durante un’escursione in collina. Non sapendo come operare per salvarla, Galli si rivolse ad Alessandro Galletti, titolare della vicina azienda vitivinicola Podere Riosto, che si diede da fare con opportuni interventi di restauro che la riportarono a nuova vita. Galletti, inoltre, per non rischiare di perderla per sempre innestò alcune marze raccolte dalle prime potature nelle vigne di sua proprietà. In seguito con questo materiale genetico realizzò due vigneti sperimentali, messi in osservazione nel triennio 2005- 2007. I primi confronti su base morfologica lasciavano intravedere una somiglianza con il Bonamico e l’Aleatico coltivati in Toscana, ma soprattutto con il Negretto, storica varietà del Bolognese. Le successive analisi molecolari hanno permesso di escludere sia l’identità sia qualsiasi rapporto di parentela con questi tre vitigni, sicché nel 2009 l’Uva del Fantini è stata iscritta come varietà autonoma al Registro Nazionale delle Varietà di Vite. Ha grappolo conico-piramidale di medie dimensioni, compatto e alato; gli acini sono sferici e di medie dimensioni, con buccia pruinosa di colore rosso-nero.

 

Valle d’Aosta Mayolet 2019, Di Barrò

IL VINO

Bello, ampio, succoso, ricco di frutto croccante e fragrante, che sembra appena colto. Bocca deliziosamente speziata, agile ed energica al contempo, sinuosa e perfettamente tersa, di grandissima piacevolezza e facilità di beva. Un vino apparentemente semplice, ma di “complessa e affascinante” semplicità, particolarmente adatto con salumi delicati oppure con battuta di fassona (senza condimenti, solo con una traccia di EVO).

IL VITIGNO

Le prime notizie sul Mayolet si possono desumere dal Bulletin de la Société de la Flore Valdôtaine numero 11-13 (1916-1919), dove si faceva una trattazione degli eventi atmosferici eccezionali avvenuti in Valle nell’Ottocento. In questo libretto si riporta che il 27 luglio del 1822, anno molto caldo e con vendemmie anticipate, l’arciprete Aguettaz, curato di Valpelline, annotò in un manoscritto la raccolta di alcuni grappoli di uva nera: dalla sua descrizione, e per il fatto di essere così precoci, paiono essere proprio di Mayolet. Sempre nella prima metà dell’Ottocento, Lorenzo Gatta parla di questa varietà consigliandone la coltivazione ed evidenziando- ne le ottime caratteristiche enologiche. Il Bollettino redatto nel 1877 dalla Commissione Ampelografica delle Province Subalpine, segnalò come nella zona di Saint-Pierre il 20% delle zone coltivate a vite fosse occupato dal Mayolet. Ottimi giudizi su questo vitigno furono espressi da Louis Napoléon Bich, il quale lo annoverò tra le più apprezzate tipologie valdostane dall’origine più che secolare, ribadendo le ottime qualità della pianta. È iscritto al Registro Nazionale delle Varietà di Vite dal 1981. Il numero di piante non è certo altissimo, ma le zone di coltivazione sono davvero ampie: il Mayolet si può trovare sia sulla sinistra sia sulla destra della Dora Baltea, da Saint-Vincent fino ad Avise, a un’altitudine che raggiunge in alcuni casi anche gli 800 metri di quota. Il grappolo è piccolo o medio, cilindrico, molto compatto, in taluni casi alato, con peduncolo erbaceo medio-corto. L’acino è piccolo, di forma sferoidale, con buccia pruinosa, sottile, tenera, di colore blu; la polpa è floscia, succosa, molto dolce.