Ora non dateci vino annacquato

Il tema della percentuale di alcol nel vino è uno dei più fulgidi esempi di come i problemi legati al cibo possano storicamente essere semplicemente ribaltati.

Così come un tempo più la carne era grassa e meglio era, tanto che il grasso era ciò che di prezioso si offriva agli dei, nel vino tanto più il nettare di Bacco era alcolico e tanto meglio era, innanzitutto perché meglio si conservava. Ce lo hanno insegnato le storie che parlano inglese di grandi vini come Sherry, Porto e Marsala.

l'autore del testo carlo petrini in vigna Anche nelle mie Langhe, solo 30 anni fa, l’obiettivo era sempre, innanzitutto, quello di fare un vino grosso perché così in Piemonte si definisce un vino strutturato, abbastanza per resistere all’invecchiamento ed essere considerato un prodotto degno delle migliori mense.

Il discorso che si sta facendo a Bruxelles, ritornato alla ribalta in questi giorni, riguarda invece la possibilità di togliere alcol dal vino.

Un discorso complicato, da maneggiare con cura, di duplice lettura, da un lato abbiamo dei prodotti che nulla hanno più a che fare con il vino di partenza perché si sottrae l’alcol per creare delle bevande indirizzate a un pubblico non certo affezionato al vino di qualità, e qui sarebbe giusto, se questa operazione verrà fatta, che il distinguo anche dal punto di vista del nome sia ben chiaro e preciso, così da non trarre in inganno il consumatore spacciando una cosa per quella che non è. Quindi un’operazione di marketing che nulla ha che vedere con il vino.

Dall’altra invece, parliamo di dealcolazione parziale, una pratica enologica tecnicamente possibile che ha senso fino a un certo punto, perché ammicca a certe fette di mercato proponendo molto spesso un vino che è pompato tra i filari per poi essere spompato in cantina.

Non sarebbe meglio a questo punto praticare un’agricoltura più attenta e rispettosa per trovare in vigna il modo di ottenere una minore gradazione alla radice?

 

Infine, il discorso ancor più pericoloso, per il futuro di questo mondo è quello di aggiungere acqua nelle fasi iniziali della produzione del vino. Diciamo chiaramente che ad oggi trattasi di frode, non certo pericolosa per la salute, ma finché non cambia la legislazione questa cosa non è ammissibile e proponibile. Rimane però in me la sensazione che i cambiamenti climatici in atto ci pongano di fronte con sempre maggiore evidenza problemi che andranno approfonditi e discussi per evitare che un patrimonio culturale ed economico unico come quello che ruota attorno al vino rischi di essere preda degli interessi industriali o di parte, che non sono nell’interesse di Paesi, come L’Italia, che invece devono puntare su qualità, artigianalità, denominazioni e ricerca agronomica tesa alla sempre maggior attenzione verso la sostenibilità ambientale.

 

Carlo Petrini

Fonte: La stampa, 8 maggio 2021, Ora non dateci vino annacquato