Toh, ma lo sai che la biodinamica funziona?

Capisco lo scetticismo riguardo le discipline esoteriche necessarie per avvicinarsi a un tipo di agricoltura che prende le mosse dall’antroposofia. Capisco meno la superficialità con la quale molti colleghi ancora confondono la viticoltura biodinamica con un atteggiamento enologico lassista tale da ammettere nei vini non irreprensibili espressioni gustative (quest’ultima castroneria della critica più cialtrona, in particolare, riporta il discorso sul vino indietro anni luce, quando ancora si intendeva viticoltura, semplicemente, biologica con vini passibili di difetti).

Bene, per tutti quelli che considerano ancora la biodinamica come una stravaganza contemporanea, ho una notizia: la biodinamica funziona. Funziona nel gusto del vino, altro che lassismo tecnico.

Tale pensiero mi ha colto riavvolgendo il nastro delle degustazioni alle anteprime toscane; ho notato come tra i migliori assaggi molti – ma certamente non tutti, ci mancherebbe – coincidano con approcci biodinamici alla vigna. Il più eclatante è stato forse il Brunello di Montalcino Ris. 2012 di Stella di Campalto. Vino leggiadro e complesso, armonico e succoso, la cui parte finale del percorso gustativo regala un sapore delizioso. Lo stesso posso dire del Chianti Classico Montesecondo 2015 di simile espressività solo con tannini più spigolosi ma anche qui dalla coda gustativa ricca di sapidità e succo.

Anche la verticale di Nobile ad Avignonesi che passava in rassegna le annate prodotte dalla nuova proprietà (2010-2014) ha evidenziato un netto progresso nell’espressione gustativa dettato secondo l’enologo Matteo Giustiniani “dalla costante applicazione del metodo biodinamico”.

Non è però sufficiente affermare i migliori assaggi, la questione è diversa. Si tratta di una diversa struttura gustativa del vino. Se c’è una linea rossa, infatti, che unisce questi vini risiede, secondo me, nella fase gustativa. L’espressione del vino sembra continuare fino alla fine del sorso con un senso di nutrimento assimilabile al cibo. Quasi un compito alimentare assolto, che abbandona la degustazione tecnica così come è stata divulgata finora per approdare verso altri tipi di considerazioni: nutrimento? energia? benessere? Fate voi.

Certo può anche darsi che non sia strettamente il metodo applicato a condurre verso questo tipo di espressività. Il fatto che tale approccio si concentri sulla gestione agronomica della vigna piuttosto che sulla tecnica applicata in cantina potrebbe aver sensibilizzato i produttori verso una lavorazione delle uve molto rispettosa dell’integrità di partenza. Il che potrebbe anche tornare dato che il gusto di tali vini è comparabile con le dovute distinzioni a quelli innervati da cristallina energia contadina come – tanto per fare qualche esempio – Barbacarlo in Lombardia, Testalonga in Liguria, Sanguineto in Toscana, Valentini in Abruzzo o I Vigneri in Sicilia.

Sia o non sia un metodo condiviso dobbiamo riconoscere la validità di un approccio che ha valorizzato un senso più complesso della degustazione e legato i vini a uno stretto legame con il suolo di origine, più di ogni cavilloso e antiquato disciplinare di produzione.