Stappato, un romanzo doloroso e liberatorio allo stesso tempo

Stappato di Tiziano GaiaInutile prenderla alla larga. Stappato, il nuovo romanzo di Tiziano Gaia, parla di noi e di me (siamo stati compagni di liceo e abbiamo diviso la scrivania di Slow Food per nove anni), quindi impossibile essere freddi e distaccati nella sua recensione.

Pertanto chi cerca terzietà in questo breve articolo desista, come avrebbe detto Totò. Partiamo dal dolore che provoca leggere un libro come questo per noi che facciamo i pennivendoli enoici.

 

Il mestiere del “Guidaiolo”

Beh, il capitolo iniziale è una bella botta nello stomaco. Descrive un lavoro che normalmente tutto il mondo ci invidia come una tortura. Fatta la tara sullo stile di Tiziano, che è portato per natura un po’ alle iperboli, diciamo che quel racconto degli assaggiatori chiusi in un bugigattolo a ruttare e faticare sorso dopo sorso contiene una buona parte di verità.

La degustazione seriale, per chi la fa di mestiere (fortunatamente siamo in pochi), non è un bel vedere e incide sulla salute di chi la pratica. Assaggiare 80/90 vini in un giorno, inserendoli in bocca almeno 2 o 3 volte per ciascuna etichetta, è uno sport che non tanti si possono permettere.

Il quadro che dipinge l’autore di Stappato all’inizio è vero, forse la pennellata è appunto un po’ “espressionista”, ma riporta fedelmente i sentimenti di chi si misura con questa pratica contro natura (sputare invece di bere).

 

Storie di Guida…

Ho trovato poi molto interessante la storia che mette nero su bianco sugli anni ruggenti di Vini d’Italia, anche qui probabilmente sovrastima quanto accaduto allora e sottostima quanto succede ora. La personale impressione, ma anche qui sono in evidente conflitto d’interessi, è che il guidaiolo di allora non fosse proprio un dio in terra come descritto e non totalmente un parìa come indicato oggigiorno.

Il nostro mestiere per forza di cose è cambiato molto per i motivi individuati con attenzione e precisione da Tiziano, ma ha ancora una sua ragione di essere.

Per questo motivo, leggere le pagine di Tiziano è un viaggio doloroso per il sottoscritto e penso per coloro che si dedicano al nostro controverso mestiere. Ci si mette in discussione, pesante, perché si è sbagliato molto, probabilmente lo si fa ancora ma alcuni dei punti su cui picchia di più Gaia sono anche gli stessi che in questi dieci anni di Slow Wine abbiamo cercato di cambiare maggiormente (spostare il focus dal bicchiere al racconto della cantina in particolare).

 

…e Storie Slow

Ma non siamo qui a parlare solo di noi, ci mancherebbe, piuttosto per i nostri lettori forse è utile capire cosa racconta il romanzo di Tiziano, che oltre a soffermarsi con spirito critico sui meccanismi interni della guida Vini d’Italia si addentra anche nella storia di Slow Food compresa tra il 2000 e il 2009 (anno di uscita del Tiz da SF). Ecco allora aneddoti legati a Carlo Petrini e alla “gloriosa” cavalcata che portò alla fondazione dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo nel 2004, alla creazione di Terra Madre sempre nel 2004 e al Congresso Internazionale di Puebla del 2007.

È un romanzo sul vino, con una sorta di appendice interessante sul Barolo e più in generale sul Piemonte ma ci sono accenni alle esperienze newyorkése dell’autore; è anche un romanzo di formazione dove un ragazzetto ventenne con poche esperienze alle spalle (di viaggi, di sesso, di ebrezze alcoliche, ecc…) riceve un’educazione esagerata su tutti i fronti.

Il vino come motore di cambiamento personale e sociale, come strumento liberatorio e di riscatto dei contadini delle nostre colline colpite da inaspettato e inatteso benessere