Si chiamano PIWI, ma cosa sono in realtà le “varietà resistenti”?

Subito dopo la pubblicazione del post sui vini del Progetto Zero Infinito della cantina Pojer & Sandri (clicca qui se vuoi leggerlo) ci sono arrivate – in forme multiple, con tutti i mezzi di comunicazione oggi disponibili… – richieste di informazione su cosa sono i PIWI, ovvero quelle varietà di uva che venivano citate nell’articolo.

Ci proviamo, brevemente. Se poi volete saperne molto di più vi consigliamo di consultare il sito Viti e Vini Resistenti (clicca qui https://www.vinievitiresistenti.it), veramente ampio, aggiornato e completo sotto ogni aspetto.

PIWI è un acronimo che viene dal tedesco pilzwiderstandfähig che significa “viti resistenti ai funghi”: è strano che siano state battezzate con un nome germanico quando i primi studi su queste varietà si sono sviluppati in Francia tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo!

L’obiettivo originario di queste ricerche era ben definito: incrociare in maniera efficace alcune varietà di vite da vino europee con varietà di vite americane tentando di combinare la resistenza delle varietà americane alle crittogame e alla fillossera della vite – malattie che in quel tempo stavano devastando buona parte dei vigneti in Europa – alla qualità organolettica dei vini ottenuti dalle varietà europee.

Da queste ricerche nacquero all’epoca, tra le altre, le varietà isabella (ibridazione di specie di vitis labrusca x vitis vinifera), clinton (vitis labrusca x vitis riparia) e herbemont (vitis aestivalis x vitis cinerea x vitis vinifera), definiti ibridi di prima generazione, che però non mostravano una buona propensione alle vinificazioni di qualità.

Negli ultimi decenni invece la ricerca si è focalizzata sulla tecnica degli incroci multipli, di gran lunga più complessi ed efficaci: gli ibridi di prima generazione sono stati cioè ripetutamente incrociati con altre varietà del genere vitis così da ottenere dei vitigni che possano avere la quasi totalità del proprio DNA riconducibile alla vitis vinifera, manifestando allo stesso tempo quelle resistenze alle malattie fungine proprie delle specie caucasiche e americane.

Da un punto di vista tassonomico queste nuove varietà non si differenziano più dalla specie vitis vinifera: questo è estremamente importante perchè – aldilà dei buoni risultati ottenuti nelle prove di vinficazione – permette a queste varietà di essere ammesse alla produzione di “vini di qualità” dalle leggi comunitarie europee.

Allo stesso modo in Italia – dal 2013 al 2015, e in misura minore anche in anni più recenti – parecchie di queste varietà, dopo aver superato felicemente i test organolettici e vedersi attribuito il requisito di “interesse agro-enologico”, sono state iscritte al Registro Nazionale delle Varietà di Vite e pertanto possono essere vinificate e commercializzate senza problemi (con la limitazione di non essere utilizzabili per i vini a Denominazione di Origine).

Attualmente risultano iscritte al Registro Nazionale 34 varietà PIWI, che sono state talvolta battezzate con nomi fantasiosi e talvolta un po’ “esotici”.

A bacca bianca:

Bronner, Cabernet Blanc, Charvir, Fleurtai, Helios, Kersus, Johanniter, Muscaris, Palma, Pinot Iskra, Sauvignon Kretos, Sauvignon Rytos, Sauvignon Nepis, Solaris, Soreli, Souvignier Gris, Valnosia.

A bacca nera:

Cabernet Carbon, Cabernet Cortis, Cabernet Eldos, Cabernet Volos, Cabertin, Julius, Merlot Khorus, Merlot Kanthus, Nermantis, Pinotin, Pinot Kors, Pinot Regina, Prior, Regent, Sevar, Termantis, Volturnis.

Altre varietà PIWI, già selezionate e studiate, sono in attesa di essere iscritte.