Si apre la caccia alla Coda di Volpe, antica varietà campana. Le migliori etichette in commercio

In Italia si produce vino in tutte le regioni – caso pressoché unico al mondo – e in ognuna di queste vengono coltivati, da lungo tempo, alcuni interessanti vitigni che vengono banalmente definiti “minori” solamente perché, per vari motivi storici, non sono mai entrati nell’olimpo delle presunte migliori varietà nostrane.

Negli ultimi due decenni c’è stata una giusta riscoperta e una virtuosa valorizzazione di queste varietà autoctone, che in taluni casi è diventata anche fenomeno di moda, commercialmente assai rilevante: pensiamo, per esempio, alle attuali pressanti richieste del mercato per Falanghina, Pecorino, Nerello, ecc. … Per certi versi sembra che si sia improvvisamente sovvertita una tendenza, per cui oggi diventa quasi impossibile convincere qualcuno ad assaggiare una buona bottiglia di Chardonnay o di Cabernet Sauvignon (e ce ne sono tante in Italia di assolutamente interessanti), quasi ci fosse una crisi di rigetto per queste varietà che trionfavano in tutti i wine bar d’Italia solamente 15-20 anni fa. Ma si sa, il mondo del vino vive di inconcepibili estremismi modaioli…

Abbiamo intenzione di proporvi, una volta a settimana, un bel giro per la penisola alla scoperta di queste bellissime varietà.

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CODA DI VOLPE

 

Il Coda di Volpe è un (altro) vitigno campano antichissimo, di probabile origine greca, presente nella penisola italica già in epoca romana, come testimonia Plinio nella sua Naturalis Historia nel I secolo d.C.: «minus tamen, caudas vulpium imitata, alopecia».

In questo caso, al contrario di ciò che è successo troppo spesso, il nome della varietà – Coda di Volpe Bianca, legato alla forma particolare del grappolo: una curvatura della sua parte apicale che ricorda appunto la coda di una volpe – ci ha permesso di seguirne il cammino nel corso dei secoli mantenendo la certezza della sua identità.

Porta per primo (1584) non ha difficoltà a sostenere la sinonimia tra il Coda di Volpe e la pliniana Vitis alopecis. Successivamente anche gli ampelografi del XIX secolo (Frojo) e dell’inizio del XX (Rasetti e Carlucci) ne danno descrizioni che combaciano perfettamente con l’uva conosciuta dai Romani.

Il vero problema per questa varietà sono le numerose sinonimie, spesso errate o smentite, che sono nate negli ultimi 150 anni. Per fortuna alcune di quelle oggi ritenute errate sono state definitivamente abbandonate, come quelle in uso nel Casertano che identificavano il Coda di Volpe con il Pallagrello Bianco o con il Coda di Pecora.

Esistono, per contro, sinonimie vacillanti ma non ancora scientificamente smentite tra Coda di Volpe e Caprettone, diffuso in provincia di Napoli, nei dintorni del Vesuvio.

Anche se scarsamente utilizzati, rimangono in uso i sinonimi attribuiti da Frojo verso il 1875: Durante e Falerno. Quest’ultimo termine deriva probabilmente dall’ipotetico utilizzo del Coda di Volpe per la produzione del famoso vino dell’antichità che portava questo nome. Discorso a parte meritano il Coda di Volpe Bianca di Lapio (Carlucci,1909) e la sua forma a bacca nera – il Coda di Volpe Nera – forse sinonimo del Pallagrello Nero: ambedue appaiono morfologicamente molto diversi dal Coda di Volpe Bianca.

Il Coda di Volpe Bianca è un vitigno prettamente campano, la cui diffusione si limita al territorio regionale. È iscritto al Registro Nazionale delle Varietà di Vite dal 1970 e raccomandato nelle province di Avellino, Benevento, Caserta e Napoli: in verità oggi è coltivato soprattutto nelle province di Benevento e Avellino.

Nel Beneventano è alla base delle Doc Taburno Coda di Volpe e Sannio Coda di Volpe, ma può anche rientrare in percentuale variabile nella Doc Solopaca Bianco. Nell’Avellinese è utilizzato eventualmente come vitigno complementare nelle Docg Fiano di Avellino e Greco di Tufo. È altresì presente in assemblaggio in provincia di Napoli – in particolare nelle Doc Vesuvio Bianco o Lacryma Christi del Vesuvio Bianco e Campi Flegrei Bianco – e in qualche vino Igt del Casertano (Roccamonfina e Terre del Volturno). Risulta invece molto meno coltivato nel Salernitano.

Il grappolo ha compattezza variabile, ma è sempre abbastanza grande (250-300 grammi) e allungato; munito di due o più ali piccole, ha forma piramidale nella parte basale e conico-cilindrica nella parte apicale, con la classica punta ricurva. Gli acini sono piccoli, leggermente ellittici e hanno colore verde giallastro che tende a dorare a piena maturazione. La raccolta delle uve di solito si svolge durante la prima decade di ottobre.

Le uve di Coda di Volpe in genere vengono utilizzate in assemblaggio con altre varietà; se vinificate in purezza invece danno origine ad un vino di corpo medio, dorato, tenue nei profumi, ricco di alcol ma solitamente non troppo ricco di acidità.

In Slow Wine 2020 sono state recensite 5 etichette di Coda di Volpe, prodotte da aziende che operano nelle provincie di Benevento e Avellino: le elenchiamo qui di seguito in ordine alfabetico.

 

DI PRISCO, Fontanarosa (AV)

Prima di iniziare a fare vino, nel 1994, Pasqualino Di Prisco era un produttore di latte: il contesto critico di quegli anni lo spinse a dedicarsi alla coltivazione delle uve, in un’area storicamente vocata per l’aglianico. Sorprende quindi l’ottima qualità del suo Irpinia Coda di Volpe 2018 (4.000 bt; 9 €), recensito come VINO QUOTIDIANO nell’ultima edizione di Slow Wine, che profuma di pompelmo rosa e di fiori, mostrandosi fresco e scattante al palato.

 

HISTORIA ANTIQUA, Manocalzati (AV)

Tra i vini bianchi prodotti da Historia Antiqua – l’azienda che Margherita Di Iorio conduce assieme ai figli Alfonsina e Carmine – spicca senza dubbio l’Irpinia Coda di Volpe 2018 (7.000 bt; 10 €), connotato da gradevolissimi sentori di fiori bianchi e da un palato in cui il calore alcolico si coniuga bene con la freschezza e la sapidità, trovando un ottimo slancio.

 

MICHELE PERILLO, Castelfranci (AV)

Questo produttore non rincorre certo la fretta nel produrre i propri vini: ne è prova questa edizione – messa in commercio di recente, a quattro anni dalla vendemmia – di Irpinia Coda di Volpe 2015 (1.200 bt; 18 €), vinificato in solo acciaio, con lunga sosta sulle fecce fini: profuma di agrumi, cedro candito e pietra bagnata; ha tratti iodati e balsamici ben definiti al gusto, che ritornano al sorso, energico e saporito, arricchito dall’evoluzione.

 

TENUTA DEL MERIGGIO, Montemiletto (AV)

Le vigne di questa azienda occupano 22 ettari di terreno (completano la proprietà altri 20 ettari destinati a oliveto): con le uve della vigna di Montemiletto si produce l’Irpinia Coda di Volpe 2018 (3.300 bt; 11 €), un vino di grande intensità olfattiva, con un sorso connotato dalla sapidità più che dalla freschezza.

 

TORRE VARANO, Torrecuso (BN)

Le vigne di proprietà sono tutte comprese nell’areale della Docg Aglianico del Taburno, ad altitudini che arrivano fino a 350 metri. Le uve a bacca bianca, tra cui il Coda di Volpe, sono allevate su suoli argillosi ma con forte presenza di calcare. Il Sannio Taburno Coda di Volpe 2018 (6.000 bt; 6 €), lo definiamo un “bianco operaio”, semplice e gustoso, di grande efficacia a tavola.