Sei voci di un unico coro: il Consorzio Franciacorta

Quando si parla di un consorzio attivo, coeso, progressista, non si può non pensare al Franciacorta.
La gestione illuminata e il rapporto proficuo tra interventi consortili e interpretazione delle singole aziende – che hanno preso, fortunatamente, ognuna una propria strada – ha dato a questa zona la qualità e la fama che oggi possiede.

La ricerca si è focalizzata negli anni soprattutto sul territorio, sui terreni e sui microclimi, in modo da arrivare a una microzonazione, fondamentale per la realizzazione delle famose cuvée di Metodo Classico franciacortino.

 

Ma oltre alla specializzazione sullo stile che caratterizzasse il territorio la scelta vincente è stata quella di dare estrema importanza al marchio, un marchio forte, riconoscibile e rappresentativo di quel “lusso accessibile” a cui un vastissimo pubblico si è affezionato.

«Perché in una zona del genere, quelli che sembravano limiti si sono trasformati in nuove sfide. E non avere lunga tradizione è la nostra forza, non il nostro limite!» sono frasi molto esaurienti di Maurizio Zanella, alla guida del Consorzio per sette anni dal 2009, prima di passare il testimone a Vittorio Moretti. Da dicembre 2018 la presidenza è invece nelle mani di Silvano Brescianini, già vicepresidente dal 2009 e Direttore Generale dell’azienda Barone Pizzini.

E oggi, aggiunge Francesco Franzini, vicepresidente del Consorzio, «si guarda continuamente alla Champagne non per scimmiottare cosa avviene in questa zona, ma per apprendere da chi ha secoli di esperienza sia alcuni dettagli del binomio territorio-annata in funzione dell’evoluzione del prodotto e sia una sensibilità gusto-olfattiva qui ancora giovane».

 

Qualche numero

Per dare l’idea di quanto siano stati repentini i cambiamenti (ricordiamo che ha ottenuto il riconoscimento di Doc nel 1967 e Docg nel 1995) basti pensare che nel 1961, anno della prima bottiglia di Franciacorta Guido Berlucchi, si contavano a malapena tremila bottiglie totali da 11 produttori, per passare  negli anni ’90 a 29 aziende su 5.600 ettari vitati.
Oltretutto le 29 cantine erano parte del Consorzio, nato proprio nel marzo 1990.

Oggi, a quasi 30 anni di distanza, le aziende consorziate sono 116 e le bottiglie sono salite a 20 milioni.
Dato ancora più rappresentativo è la produzione di Metodo Classico nei 19 comuni ai piedi del lago d’Iseo: è passato in questo stesso lasso di tempo dal 35 al 95% delle bottiglie, a discapito dei vini fermi della Doc Curtefranca, ex Terre di Franciacorta, e della Igt Sebino che condividono lo stesso areale.

 

Gli assaggi della serata

Facilmente individuabile il filo conduttore che ha dettato la scelta di etichette presentate in Banca del Vino da Francesco Franzini, rampollo dell’azienda Cavalleri, e Paolo Camozzi, responsabile Slow Wine Lombardia: stilisticamente vini molto diversi ma ognuno portavoce di un diverso modello di innovazione. Siamo nel mezzo di un percorso molto lungo, ancora in divenire, nella storia del Franciacorta.

 

Andrea Arici Colline della Stella
Franciacorta Dosaggio Zero Uno

Andrea è uno dei giovani volti della “rivoluzione” franciacortina, la nuova generazione che si discosta dallo stereotipo di azienda spumantistica da milioni di bottiglie.
In una zona meno classica, più dura, boschiva, al confine ovest della denominazione, dove la viticoltura di montagna e i terrazzamenti mettono a dura prova il produttore, lui ha deciso di focalizzarsi da subito solo su vini non dosati, scelta in quel periodo non affatto usuale.
Questo esempio, sboccato nel 2017, è dritto, fulmineo e verticale.

 

Cavalleri
Franciacorta Brut Blanc de Blancs

È il loro Franciacorta “base” anche se chiamarlo così è decisamente riduttivo (Vino Slow nell’edizione 2020 della guida). Un 100% Chardonnay non dosato (anche se esce come Brut) da vini del 2016 che affinano 24 mesi sui lieviti. Non gioca sulla verticalità come il primo ma su avvolgenza e morbidezza del sorso.
Racconta il giovane Francesco, nipote del fondatore Giovanni Cavalleri e ormai da 10 anni alla guida della cantina, «acquisita la tecnica e stabilite immagine e posizionamento commerciale, bisognava ancora connotare il prodotto e siamo partiti proprio da questa etichetta, nostro biglietto da visita, per iniziare il cambiamento. O meglio siamo partiti dalle vigne da cui arrivano le uve, già biologiche e ora in conversione biodinamica, per ridare forza alle piante che devono essere in grado di autosostenersi, di arrivare all’equilibrio che permetta di affrontare il cambiamento climatico, senza il bisogno continuo di intervento umano».

 

Tenuta Quadra
Franciacorta Dosaggio Zero EretiQ 2013

Vino nato per scopi solo sperimentali ma che, visti i risultati, è stato scelto per la  produzione su larga scala. Nell’EretiQ infatti l’innovazione è quella di valorizzare il pinot bianco con un saldo di pinot nero, privando quindi il Franciacorta del suo caposaldo, lo chardonnay. Il risultato è un vino davvero particolare, che gioca su piccola frutta bianca e toni agrumati, con una sapidità più accentuata di quel che ci si aspetta.
Il pinot bianco rappresenta solo il 5 per cento della base utilizzata in Franciacorta (contro il 15 di pinot nero e tutto il resto chardonnay) ma è in costante crescita, perché in caso di annata calda può aiutare il produttore a dare freschezza e vivacità al vino.

 

Le Marchesine
Franciacorta Brut Secolo Novo Ris. 2011

Qui la particolarità è il cru. Il Secolo Novo proviene infatti da un unico vigneto – sul colle La Santissima a Gussago – dove avviene la selezione dei migliori grappoli di chardonnay: grande provocazione in un territorio che si basa su cuvée e “ricette”.
In degustazione la versione del 2011, con sboccatura 2018, che conferma la rotondità e la dolcezza dello chardonnay.

 

Berlucchi
Franciacorta Brut Palazzo Lana Brut Satèn Ris. 2008

Con i suoi 4 milioni di bottiglie, la maison emblema della denominazione ha scombussolato il sistema dei conferitori (portando anche la totalità di essi ad eseguire la conversione biologica) e ha saputo esaltare diverse caratteristiche del Franciacorta con linee molto diverse tra loro.
Le bottiglie in assaggio arrivano direttamente dalla cantina della Banca del Vino e hanno compiuto qui l’affinamento. Proprio per questo si apre il dibattito sull’affinamento di questi spumanti. Meglio dimenticarli in cantina o berli entro pochi mesi dalla sboccatura? A nostro avviso andrebbe valorizzata la prima opzione molto più di quanto venga fatto finora; per fortuna alcune aziende iniziano a tenere i vini in cantina anche 4-6-8 mesi dopo la sboccatura prima della commercializzazione. Questo assaggio, sboccato nel 2016, è in forma smagliante.

 

Barone Pizzini
Tesi Uno

Dall’azienda che per prima ha prodotto un Franciacorta biologico, arriva una serie limitata che non rientra nella Doc in quanto dà spazio all’erbamat, vitigno storico del bresciano, tardivo e dalla grande acidità, già presente in testimonianze del 1500. Qui ne è utilizzato il 60% circa (ricordiamo che da pochi anni è ammesso dal nuovo disciplinare in misura non superiore al 10%) ed è chiave di una nuova interpretazione che non solo vuole ridare importanza all’identità di ciò che è autoctono, ma che vuole combattere la maturazione sempre più precoce di chardonnay e pinot. Sarà proprio l’erbamat il futuro della Docg?

 

Tasting Franciacorta