Ristoratori, state attenti! Sbagliare a scrivere il nome dei vini è umano, ma non evita le multe…

La vicenda che interessa il nome “Prosecco Ferrari Brut” segnalata da Fabio Giavedoni – con due articoli nelle ultime settimane, che puoi leggere cliccando qui e poi ancora qui – è non solo interessante ma anche utile per chiarire che le parole nell’etichettatura e nella presentazione del vino non sono a disposizione della creatività individuale.

In effetti, sotto il profilo sociologico, il successo della parola “Prosecco” a livello internazionale è tale per cui non è certo un fenomeno limitato al nostro Paese quello che consiste nell’indicare con questo termine i vini mossi (lungi dagli utilizzatori la percezione della differenza fra frizzanti e spumanti), come un sinonimo dell’italiano “spumante”, del francese “vin mousseux”, dell’inglese “sparkling” o del tedesco “sekt”.

Nella foto, una vetrina londinese immortalata in questi giorni (scattata da Barbara de Vito e pubblicata sul gruppo Facebook “Sommelier”). Ma ho il nitido ricordo della condivisione di un’immagine dall’Oman, che un amico mi inviò perché la lista dei vini portava la rubrica “Prosecco” e al di sotto comparivano anche degli Champagne…

Quello del “Prosecco” è fenomeno di costume, che nella cultura popolare travalica i confini dell’originaria semantica enoica per diventare qualcosa di diverso nella lingua comune: la stessa cosa che è accaduta a tante parole di successo che, abbandonato il legame con il significato originario, magari in una branca ristretta del sapere, sono diventate patrimonio di tutti, per essere utilizzate in modo sempre meno legato al significato specialistico. Un esempio per chiarire? Il segno “virus” e il suo aggettivo “virale”, via via impiegati in modi sempre meno legati alle patologie e alla medicina.

Tuttavia, se nella lingua dei non addetti ai lavori l’uso promiscuo del segno “Prosecco” può incuriosire e anche stupire, ma non scandalizzare o provocare reazioni più pesanti, quando il cattivo uso della parola accade nell’ambito di chi professionalmente lavora con il vino la questione è del tutto diversa. Mi spiego meglio: se in una discussione su Facebook un quivis de populo parla di “Prosecco di Franciacorta” può essere sanzionato con una sonora risata e magari una reprimenda da parte di chi amministra il gruppo. Se lo fa un produttore di Prosecco DOC o di Franciacorta DOCG, oppure se lo fa un enotecaro o un ristoratore, la cosa è ben diversa e può portare a pesanti conseguenze giuridiche.

L’art. 74 della legge 238/2016 (quella che viene chiamata, pomposamente, Testo Unico del Vino) prevede infatti le sanzioni per chi non rispetta le regole di etichettatura e presentazione dei vini.

In primo luogo va rammentato che etichettatura è qualsiasi informazione a proposito del vino, sia essa contenuta nell’etichetta propriamente detta, sia che essa venga inclusa in documenti commerciali, siti internet, pagine Facebook, pubblicità. La presentazione, invece, è una caratteristica che ha un vino all’immissione al consumo, ma che non consiste in un’informazione verbale, scritta o meno: usare una bottiglia sciampagnotta per un frizzante senza DOC o IGT costituisce una violazione delle norme di presentazione, perché vedendo quel contenitore penso di stare comprando uno spumante.

Ebbene, il comma 3 dell’art. 74 ci dice che “salvo che il fatto costituisca reato, chiunque nella designazione e presentazione dei vini a DOP e IGP usurpa, imita o evoca una denominazione protetta, o il segno distintivo o il marchio, anche se l’origine vera del prodotto è indicata, o se la denominazione protetta è una traduzione non consentita o è accompagnata da espressioni quali gusto, uso, sistema, genere, tipo, metodo o simili, ovvero impiega accrescitivi, diminutivi o altre deformazioni delle denominazioni stesse o comunque fa uso di indicazioni illustrative o segni suscettibili di trarre in inganno l’acquirente, è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da 2.000 euro a 13.000 euro”.

Chiunque vuol dire chiunque, non solo un produttore o un distributore. Chiunque vuol dire anche il ristoratore o l’enotecario che compila la lista dei vini o prepara i cartellini per gli scaffali. Mettere in una lista dei vini il titolo “Prosecco” – che è una denominazione di origine corrispondente a una DOC e due DOCG – e al di sotto di esso elencare dei Franciacorta DOCG o dei Trento DOC, costituisce una usurpazione della denominazione Prosecco. C’è ben poco da fare.

Certo, se (per dirla con Crozza/Mannoioni) a fare il gran mischione delle denominazioni è un produttore, che sull’etichetta o sul suo sito internet parla di un suo vino rosso “Amarone Style”, il fatto ci può sembrare più grave, ma in realtà non lo è. Perché agli occhi del legislatore, comprensibilmente, chiunque attenta alla comprensione corretta da parte del consumatore è perseguibile. Anzi, va perseguito e punito con la sanzione amministrativa appena ricordata.

Qualcuno potrebbe chiedersi: ma allora il sommelier, il ristoratore, l’enotecaro debbono fare la radiografia delle etichette per essere sicuri di non vendere qualcosa che viola le regole di etichettatura? No, questo non è necessario: ce lo assicura il comma 10 dello stesso articolo 74, in cui leggiamo che “le disposizioni di cui al presente articolo non si applicano al commerciante che vende, pone in vendita o comunque distribuisce per il consumo vini a DOP o a IGP in confezioni originali, salvo che il commerciante non abbia determinato la violazione o vi abbia concorso”.

Se nella mia carta dei vini il Prosecco DOC è Prosecco DOC, e il Trento DOC è Trento DOC, io sono a posto, anche se sull’etichetta del Prosecco, per ipotesi, il produttore avesse scritto che il suo Prosecco è fatto “con il metodo utilizzato per il Trento DOC”, volendo così alludere, scorrettamente, al fatto che il suo Prosecco DOC è prodotto con il metodo classico e non con il metodo Martinotti.

La legge richiama alla responsabilità di comunicare correttamente, non serve un’attenzione sovrumana per evitare errori anche molto onerosi. Tuttavia, vendere vino implica conoscenza e rispetto per le peculiarità di questo prodotto e rispetto, da un lato, per il cospicuo apparato di norme che ne tutelano le denominazioni, e dall’altro per tutti i consumatori, anche quelli meno esperti.

 

P.S. della Redazione:

dopo la lettura di questo bel post, per il quale ringraziamo il prof. Fino, lo slogan potrebbe essere questo: “se sbagli a scrivere GLERA finisci in GALERA” 🙂

 

ringraziamo per la foto di copertina Barbara de Vito