Riccardo Cotarella: “Cambio clima? Opportunità straordinaria”. Sì, ma solo per lui

cavalloPiovono copie del Corriere Vinicolo durante i giorni del Vinitaly e piovono parole. L’intervista a Riccardo Cotarella sul numero 12 dell’Organo d’Informazione dell’Unione Italiana Vini è davvero divertente. L’intervistatore, Bruno Donati, elenca i titoli di Cotarella. Presidente nazionale Assoenologi, docente universitario all’Università della Tuscia di Viterbo, proprietario, insieme al fratello, dell’azienda Falesco, a cavallo tra Umbria e Lazio e chi più ne ha più ne metta. Sempre Donati snocciola una serie di domande per il famoso enologo molto celebrative di cotanto personaggio. Vi sono questioni abbastanza retoriche come gli inizi professionali, il ruolo dell’enologo oggi e via dicendo. A un certo punto l’intervistatore chiede:

Qual è oggi il rapporto tra enologia e viticoltura? Sembra che ormai il vino si faccia solo nella vigna…

Gli odiosi puntini di sospensione sottolineano una strizzatina d’occhio tra Donati e Cotarella, la risposta dell’enologo è abbastanza inquietante. Dice:

Sono quelle scuole di pensiero che aggrediscono il nostro settore, e spesso senza nessuna cognizione di causa e conoscenza.

Il seguito è una serie di banalità che vi risparmio come, il vino si fa dall’uva o l’enologia ha permesso di fare vini inimmaginabili fino a qualche decennio fa, ma soprattutto:

Oggi l’enologo ha il dovere di indirizzare i vini verso quei mercati che più apprezzano certe caratteristiche, e di ricercare la massima espressione qualitativa per soddisfare le aspettativa dei consumatori (le virgole non sono mie n.d.r.)

vespaRabbrividiamo. L’enologo deve indirizzare i vini verso i mercati? L’enologo non deve soltanto fare vino? Il vino che proviene dalla vigna fa parte di una scuola di pensiero? Immagino le manciate di ragazze e ragazzi freschi di laurea in Enologia con poca esperienza lavorativa il cui desiderio è magari poter lavorare in un’azienda alle prese non solo con il grado babo ma anche l’indice dei mercati e le aspettative dei consumatori (chi sono?).

 

Ma andiamo alla domanda successiva. Viviamo grandi cambiamenti: climatici, di tendenza dei consumi, nuovi prodotti. Come si adegua l’enologo?

Una domanda leggermente generica a cui Cotarella risponde tra l’altro:

Certo, elementi come le temperature e le umidità sono cambiati profondamente, andando a modificare le caratteristiche di tutti gli habitat. Anche però di quelli che si ritenevano non adatti perché troppo freddi o troppo in ombra. E proprio questi territorio sono diventati un’opportunità per impiantare nuovi vigneti.

Ora a parte il fatto che non viene nemmeno considerato che il cambiamento climatico è avvenuto per una disastrosa gestione delle risorse energetiche alle quali non viene mai fatto cenno, Cotarella, in una visione riduzionista, vede come unica soluzione per gli enologi trovare zone più fresche e ombreggiate. Una visione ancorata a schemi obsoleti che considera l’enologia come una scienza mercantile del vino ostinatamente prodotto fuori suolo.

Il futuro del vino insomma si lega a nuovi impianti e a figure professionali come gli enologi globe-trotter (o flying-winemaker) in grado di vinificare e vendere ovunque. Questa è la visione di Riccardo Cotarella sul Corriere Vinicolo, Italia 2016.