Il “racconto liquido del paesaggio”: il Pinot nero dell’Appennino toscano di Eccopinò

Pinot nero dell'Appennino

Quando sono arrivata a Borgo a Mozzano la sala era già quasi piena, segno dell’interesse per l’evento, giunto alla sesta edizione. La manifestazione è organizzata dai Vignaioli del Pinot nero dell’Appennino, uniti in associazione nel 2012, che a oggi conta otto vignaioli.

Dopo le presentazioni ufficiali di Cipriano Barsanti (presidente dell’associazione, azienda Macea) e del sindaco Patrizio Andreuccetti, si è susseguito l’intervento di Armando Castagno, durato quasi una cinquantina di minuti – che mi sono parsi quindici, così intensi e densi sono stati. Ho ascoltato Castagno per la prima volta, fino alla scorsa settimana lo avevo solo letto. Mi ha ricordato, per la sua portentosa memoria e gli attimi anche leggeri (in romanaccio) che inserisce ogni tanto nel discorso, uno dei maggiori filosofi italiani recentemente scomparso, Remo Bodei, con cui ho avuto il piacere di studiare.

Non parlerò del Pinot nero in Borgogna, ha esordito il relatore, anticipando così il pensiero che ha percorso il suo discorso e deludendo magari qualche aspettativa (dovuta al suo libro sulla Borgogna). Armando Castagno è riuscito a presentare l’Appennino a 360 gradi, senza indugiare su tecnicismi da formale degustatore, bensì soffermandosi sull’Appennino come paesaggio e comunità umana. Il suo intervento è stato intriso di filosofia, letteratura (Dino Campana) e arte, ad esempio quando ha nominato l’intimo rapporto con la natura di artisti nati sull’Appennino toscano, quali Giotto, Beato Angelico, Piero della Francesca, Andrea del Castagno, Michelangelo.

Che significa fare il Pinot nero in Appennino toscano?

Il Pinot nero dell’Appennino toscano è un vino che non ha radici, non ha un passato ovvero una “sedimentazione di memoria”, quella che invece esiste in Borgogna, dove da generazioni lo si coltiva e lo si vinifica.

I vignaioli stanno indagando, col loro lavoro, la vocazione del proprio territorio. Partono sicuramente, dice Castagno, con un enorme svantaggio temporale (rispetto alla Borgogna), che tuttavia permette anche di evitare di commettere alcuni errori, visto che anche in Borgogna è possibilissimo prendere delle “sole disumane”.
Potrebbe sembrare una mancanza, un azzardo di questi otto vignaioli. Invece no, per Castagno la mancanza è occasione, è l’inizio di un percorso alla scoperta del proprio terroir attraverso un vitigno. Negli ultimi anni i vini sono migliorati molto, con “risultati onesti e talvolta veramente interessanti”. Con calma e umiltà, senza narcisismo, gli otto vignaioli stanno creando il loro itinerario per connettere il Pinot nero al territorio dell’Appennino.

Il vino è il “racconto liquido di un paesaggio”: una bellissima definizione, che sottolinea quanto sia imprescindibile, per chi si occupa di vino, visitare i luoghi e ascoltare i vignaioli di cui si degusta il vino. Per valutare quanto questo racconto sia autentico, bisogna capire chi il vino lo fa, quanto il vignaiolo sia immerso nel terroir. I Vignaioli del Pinot nero dell’Appennino rappresentano “l’occasione” per capire come un vitigno senza radici locali possa venire interpretato e assimilato.

eccopinò 2019

Paesaggio e terroir

Il paesaggio dell’Appenino toscano è quello plasmato dall’uomo che ci lavora, che ci vive, poiché “non c’è paesaggio senza lavoro”, nello specifico quello agricolo.

Castagno si è soffermato a lungo sul concetto di paesaggio. Ha definito il vino come un “punto d’incontro tra due mondi apparentemente non conciliabili, tra ciò che si vede e ciò che non si vede”: il mondo biologico (la terra, le piante) e il mondo della cultura, quella dei luoghi, della memoria, delle comunità in cui il vino nasce.

“Il vignaiolo è il paesaggio”, poiché non esiste paesaggio senza il lavoro umano, che lo forma, lo modifica. Il lavoro che stanno portando avanti gli otto vignaioli dell’Appennino è quello di dare radici a un vitigno che qui radici non ha. Sono i “pionieri” del Pinot nero in questo terroir: stanno costruendo la memoria e raccontando, in itinere,  il loro paesaggio. Mi è rimasto impresso anche il pensiero che la vigna stessa sedimenti un’esperienza, abbia una sua memoria biologica, così che si potrebbe dire che il terroir sia anche “una sedimentazione delle piante”.

Questa comprensione del vino si contrappone al vino spaesato, a quel modello immutabile e rassicurante del vino fatto per il mercato, che però è un vino sradicato, senza “sedimentazioni”, uno dei termini preferiti di Armando Castagno, che lo usa come verbo, aggettivo e sostantivo.

Il relatore ha decostruito, analizzandola, la definizione di terroir data dall’INAO (Institut national de l’origine et de la qualité), che riporto per chi non la conoscesse.

“Il terroir è uno spazio geografico delimitato nel quale una comunità umana costruisce, nel corso della propria storia, un sapere collettivo fondato su un sistema di interazioni tra un ambiente fisico e biologico, e un insieme di fattori umani.”

È una definizione complessa, analizzata nel dettaglio.

  • Il terroir come ambiente delimitato nello spazio.
  • Il terroir è formato da una comunità umana, non da un unico viticoltore o da un brand. Essa costruisce un sapere collettivo attraverso la memoria, la riflessione su ciò che si fa. Senza memoria, la comunità muore. Quindi, conclude Castagno, “non sono autentiche espressioni di terroir quei vini i quali, pur essendo all’interno di zone storiche [le denominazioni d’origine, FF], rappresentano soltanto il gusto o la visione personale dell’azienda”, con l’intenzione di volersi distinguersi a ogni costo dalle altre aziende.
  • Il terroir come sistema complesso di interazioni che lega intimamente le vigne e il vignaiolo.
  • Il terroir come itinerario, ovvero come percorso, come “un lavorio che non ha fine”, visto che la comunità continua a sedimentare la memoria e a condividerla, nei decenni e nei secoli.
  • Il terroir così inteso si fa portatore di originalità e tipicità, fondata sulla memoria e sulla cultura di quella comunità, ma anche delle vigne che vengono coltivate, anch’esse portatrici di una memoria fisica e biologica.
  • Tutto questo lavoro deve poi essere raccontato da chi lavora nel vino, che contribuisce a creare la reputazione di un terroir.

Concludo, come d’altronde ha voluto concludere anche Armando Castagno, lasciando la chiusura dell’intervento a Giampaolo Gravina, con una frase di N. Perullo: “Il gusto non è un senso ma un compito.”

Le aziende di Eccopinò 2019

Abbiamo assaggiato l’annata 2016 del Pinot nero dell’Appenino in otto declinazioni, provenienti da Casentino, Mugello, Garfagnana e Lunigiana. Ecco le aziende di Eccopinò 2019:

  • Casteldelpiano, Licciana Nardi (Lunigiana)
  • Macea, Borgo a Mozzano (Garfagnana)
  • Cantina Bravi (Garfagnana)
  • Il Rio, Vicchio (Mugello)
  • Terre di Giotto, Vicchio (Mugello)
  • Fattoria Il Lago, Dicomano (Mugello)
  • Frascole, Dicomano (Mugello)
  • Podere della Civettaja, Pratovecchio (Casentino)