Quand’è che decidiamo (tutti) di innalzare il livello di potabilità dei rifermentati in bottiglia?

Di recente ho avuto modo – grazie anche alla partecipazione a due belle fiere di vini “naturali” – di assaggiare, andando quasi a cercarli uno per uno, tanti vini da rifermentazione naturale in bottiglia, quelli cosiddetti “ancestrali” o “colfondo”.

Una tipologia che sembra andare di gran moda visto il numero crescente di etichette che si vedono in giro, prodotte anche da vignaioli che fino all’altro giorno non si sognavano nemmeno di produrre questo genere di vini.

Produrre vini da rifermentazione naturale in bottiglia senza sboccatura è però, a mio avviso, una cosa molto difficile. Prima di tutto perché questo metodo non ha nulla a che vedere con una normale vinificazione di vini fermi, in cui molti produttori vanno fortissimo: sono due cose completamente diverse, due mondi diversi, e quindi il savoir faire maturato in un campo (quello dei vini fermi) non si applica automaticamente all’altro.

E poi perché per produrre un buon vino da rifermentazione in bottiglia (non sboccato) – oltre, ca va sans dire, ad un’uva buonissima – ci vogliono due qualità non facilmente reperibili sul mercato: sensibilità ed esperienza, doti che i bravi vignaioli acquisiscono con il tempo e con tanta dedizione.

Purtroppo sempre più spesso si trovano in giro tanti esempi di “improvvisazione”, con risultati se va bene scadenti e se va male “non potabili”: vini dai colori e dalle torbidità più disparate, che incuriosiscono più per la fantasia utilizzata nella ricerca del nome o per la grafica dell’etichetta che per il loro livello qualitativo.

 

 

Vini da rifermentazione in bottiglia fatti con (e qui cito le tante frasi riferitemi da alcuni produttori…) “con l’uva della vigna appena piantata…”, “con l’uva del diradamento del mio vigneto più bello…”, “con l’uva che c’ho là sotto e che non mi matura mai…”, “con l’uva (non buona, ndr) che di solito conferisco alla cantina sociale ma che quest’anno mi sono tenuto…”, “con la parte apicale del grappolo, che ho tagliato per far maturare meglio il restante…”, e tante altre spiegazioni che riportavano ad un unico significato comune: “con uva poco buona”. Bene, fare un vino “difficile” con uva poco buona porta quasi sempre ad un unico risultato: un vino al limite della potabilità, pieno di tanti difetti (volatile altissima, riduzione importante, proliferazione batterica, brett, ecc.) e veramente poco piacevole al palato.

Però sembra che questi “brodi primordiali” vadano tanto di moda, soprattutto tra i consumatori più giovani, che però mi chiedo quando si accorgeranno che in Italia ci sono vini rifermentati in bottiglia buonissimi, corretti e gustosi.

Provate il Colfondo di Nicos Brustolin, il Frizzante Naturalmente di Casa Coste Piane, il ProFondo di Miotto, l’Emiliana di Lusenti, il Radice di Paltrinieri, il Falistra di Podere il Saliceto, il Rosa dei Venti di Denny Bini, il Bersot di Gradizzolo, l’Anablà di Tre Monti, lo Scosso di Broccanera, tanto per citare i primi dieci che mi sono venuti in mente (e mi scuso subito con i successivi 10 o 20 che non ho citato…).

Bottiglie che ti garantiscono, oltre alla piacevolezza, l’assunto fondamentale che di recente, come un mantra, viene ripetuto da ogni vignaiolo: “il mio vino è la migliore espressione del territorio dove vivo e della varietà che coltivo”.

Il resto, ripeto, è spesso un “brodo primordiale” indigesto e cattivo, ugualmente prodotto in ogni regione d’Italia, a prescindere dall’uva utilizzata. Che se poi si vende allora ha ragione chi lo produce, ma non venitemi a dire che sia “un buon vino”.