Prosekar e non tipologia di Prosecco Doc: questa è la nostra idea!

Da tempo è in corso una querelle tra il grande mondo produttivo del Prosecco Doc e il minuscolo territorio vitivinicolo del Carso che si racchiude attorno alla località che porta questo nome.

I precedenti “storici” sono piuttosto noti: più di dieci anni fa si decise l’allargamento della Doc Prosecco a nove province di Veneto e Friuli, spingendosi – dagli originari territori di questo vino, ovvero le colline comprese tra Conegliano e Valdobbiadene – verso est, fino alla provincia di Trieste, per “inglobare” il paesino di Prosecco e rivendicare il nome territoriale della denominazione.

Un’operazione che si è dimostrata fortunata ed efficace, a cui i pochi viticoltori del territorio carsolino – sebbene poco convinti – non si sono opposti, assecondando questa grande iniziativa commerciale in cambio di una serie di impegni, volti alla valorizzazione del loro territorio, che non sono mai mai stati onorati (fino ad oggi).

Gli stessi viticoltori del Carso triestino non si sono opposti neanche al recente innesto, all’interno della Doc Prosecco, della tipologia Rosè (ne abbiamo parlato qui e qui), sebbene fossero idealmente contrari a questa nuova interpretazione della glera, che non corrisponde a nessuna tradizione vinicola.

I “malumori” di questi ultimi tempi ruotano invece attorno al vino chiamato in zona Prosekar e alla sua collocazione nel mondo delle denominazioni italiane.

Vediamo di cosa si discute e, per cominciare, definiamo cos’è il Prosekar?

È il vino che si produceva tradizionalmente in quella striscia di costa adriatica che si allunga tra l’altopiano carsico (200-300 metri sul livello del mare) e il Castello di Miramare (che è appunto sul mare…), che comprende i paesini di Prosecco, Contovello e Santa Croce.

Il nome Prosekar in lingua slovena significa letteralmente “di Prosek”, “proveniente da Prosek”, e richiama chiaramente il toponimo del paese. Un nome che compare già alla fine del Seicento, negli scritti dello storico sloveno Janez Vajkard Valvasor, e che ritorna più volte nel volume Umno kletarstvo (Le buone pratiche vinicole, in italiano), scritto nel 1873 da Josip Vośnjak e dedicato ai vignaioli sloveni.

In questa fascia di terra da sempre sono presenti piccoli vigneti ricavati su pastini terrazzati (le pendenze di questi costoni di roccia arrivano ben oltre il 30%), ricavati e preservati nei secoli dai contadini del luogo, continuamente impegnati nel salvaguardare i fondamentali muretti a secco che disegnano il panorama del territorio. Vigneti che in buona parte, nel secondo dopoguerra, sono stati abbandonati perché troppo faticosi (e poco economici) da lavorare; per fortuna alcune famiglie hanno “salvato” qualche vigna, preservando una minima viticoltura in queste zone.

Il Prosekar viene da sempre prodotto con l’antica e tradizionale tecnica della rifermentazione naturale in bottiglia senza eliminazione dei lieviti (la tecnica dei sur lie francesi, dei vari “Colfondo” presenti da sempre tra Valdobbiadene e Conegliano o dei tanti “Ancestrali” che si è ripreso a produrre nelle terre dei Lambruschi).

Le uve utilizzate per produrre il Prosekar sono quelle storiche del territorio: la poca glera ancora presente nei vigneti e poi i due principali vitigni autoctoni del Carso: vitovska e malvasia (istriana).

Un vino quindi che pertanto ha nulla a che vedere – sia per tecnica che per composizione ampelografica – con i milioni di bottiglie di Prosecco Doc prodotti unicamente con glera e vinificati in autoclave con metodo Charmat (o Martinotti).

Quindi la nostra convinzione, che coincide con quella di molti vignaioli del territorio, è che il Prosekar – se si palesa, come sembra in queste ultime settimane, la convinzione e il desiderio di “istituzionalizzare” le poche migliaia di bottiglie attualmente prodotte – dovrebbe semmai diventare uno specifico vino compreso all’interno della Doc Carso piuttosto che un’ulteriore tipologia inserita nella Doc Prosecco, come alcuni viticoltori suggeriscono e vorrebbero.

I motivi storici e “tecnici” sono evidenti, li abbiamo appena elencati; in più c’è la convinzione, da parte nostra, che questo vino “della tradizione” avrebbe la sua giusta valorizzazione solo attraverso la piccola denominazione territoriale del Carso piuttosto che finire per diventare una goccia dell’immenso mare del Prosecco Doc, dove rischierebbe di non essere mai notato (oltre che “stonare”, perché non c’entra niente con il resto della produzione…).

 

 

foto: vendemmia, di altri tempi, sul costone