Poppiziamo il vino. Meno Aristotele, più Andy Warhol!

14850_1195977067113614_9174095433094372105_n Giacomo Mojoli è stato per anni colonna portante di Slow Food, interessandosi di gastronomia, ma anche molto di vino.

L’11 giugno prossimo presso L’altro Griso a Malgrate (Lecco) ha organizzato un evento che si preannuncia imperdibile: Top & Pop Wine. Conoscendo molto bene Giacomo e il suo apporto (troppo spesso sottovalutato) a quelli che sono stati i cambiamenti di visuale nella critica enologica italiana, ritengo che questa prima uscita possa avere spunti di interesse che andranno oltre la semplice degustazione, ma possano invece contenere significati ben più ampi. Per questo lo abbiamo intervistato, con l’intento di andare a fondo su alcuni concetti di grande interesse.

 

Intanto la ragione del nome, che cosa intendi per Top & Pop Wine?

Una premessa: mi sembra che nel mondo enologico, alcune persone abbiano perso la bussola del “retrogusto storico” del vino. Si sono dimenticate che nel passato sono nati vini virtuosi che hanno segnato la storia e l’ evoluzione del settore. La recente polemica attorno a un caposaldo come il Sassicaia è emblematica di un atteggiamento preconcetto, di una visione “talebana” e astratta del rapporto con il vino. I gusti possono cambiare, ma la memoria, il rispetto per il lavoro, per la ricerca, devono rimanere un metodo di valutazione saldo, soprattutto per chi ha la pretesa di affidare alla rete i suoi pensieri. Top, quindi, per dire che ci sono vini intramontabili, che vanno oltre il loro specifico valore organolettico. E Top, perchè indicammo così, sulla prima Guida ai Vini del Mondo (1992) di Slow Food, tutte queile etichette che segnarono la storia della vitienologia internazionale. Pop, invece, è un modo di essere nei confronti del vino, più laico, più “leggero”, meno formale, oltre gli schemi e i tic che stanno correndo il rischio di rendere questo settore autoreferenziale, distante dal consum-attore finale. Pop, sia chiaro, che non sta per il riduttivo “low cost”. Poppizzare il vino significa renderlo accessibile a molti, certo, ma soprattutto vuol dire farlo conoscere con dei nuovi linguaggi, trasformarlo in una esperienza replicabile nella quotidianità, avvicinarlo a situazioni gioiose e informali, a luoghi belli e al tempo stesso possibili per tutti. Il vino Pop deve essere convivialità e gioia di vivere, deve tenere conto delle trasformazioni, un po’ come la musica, come il tango, il Jazz o il regge. Deve piacere, e poi, il vino deve essere bevuto.

Come si svolgerà la manifestazione?

Per prima cosa si rivolge a quel pubblico curioso che non può, non vuole e forse non vorrà mai andarei al Vinitaly. Ma nemmeno a quelle manifestazioni che ricordano i meeting politici degli anni Settanta, o, a quei raduni in cui se “non lo bevi strano”, “molto strano”, corri il rischio di essere processato in pubblico per “alto tradimento” verso la naturalità. Non ho pensato ai rigorosi e classici banchetti per l’assaggio, alle sputacchiere, agli allacciamenti per i tablet e gli i pad, per poter scrivere le note di degustazione. La mia idea, parte dal fatto che per poter assaggiare potenzialmente 180 vini come quelli presenti a Top & Pop Wine, rappresentativi di quasi 100 Cantine, un comune consumatore dovrebbe viaggiare per l’Italia un intero anno, oppure, concesso che possa accedere agli assaggi, rimanere ancorato al Vinitaly per almeno due settimane. Mi sono immaginato Le Beaubourg a Parigi, dove uno ci va per una visita perchè è curioso nei confronti dell’arte e poi ci rimane delle ore perchè, se vuole, incontra suggestioni multimediali, scuole artistiche e di pensiero di ogni genere. Top & Pop Wine, con la dovuta modestia e un poco di blasfemia nell’esempio, sarà come una piccola “Beaubourg del vino”. Un percorso con i grandi classici dell’enologia che si “contaminano” con l’innovazione, il piccolo con il grande, il biologico, il biodinamico con il convenzionale, le sei mila bottiglie con la produzione da un milione di bottiglie. Ho voluto ri-proporre il gusto del “Gioco del Piacere”: tutti uguali difronte a un bicchiere di vino, esperti e meno esperti, curiosi, militanti e dilettanti, tutti orgogliosi di esserlo. Lo straordinario che diventa ordinario, per cercare di capire che anche nel vino, “è il passato che ci permette di meravigliarci del futuro”.

13263885_10209539272267984_8891166828889486875_nNon pensi che in questi ultimi anni il vino si stia allontanando sempre di più da una dimensione popolare autentica, lasciando da parte la convivialità e la gioia, per concettualizzarsi e diventare una fredda materia di studio filosofica?

Magari parlassimo di più di filosofia associata al vino. Del bello, della gioia , dell’arte, del piacere e del “corpo” del vino. I giovani lo amerebbero di più. Invece, mi sembra che diverse delle discussioni in rete riportino a un clima paragonabile a certe talk show televisivi, alla polemica di basso profilo dello scontro politico, alle “pippe” ghettizzanti su argomenti improbabili, che mi riportano a un lontano passato. Molti se la cantano e se la raccontano tra loro, con un linguaggio e dei riferimenti, che sembrano plasmati per allontanare dal piacere del vino, per rendere noioso l’argomento, per generare l’effetto “tribu”, con le ossessioni e i rituali che tutto questo comporta.

Quali sono le caratteristiche di un vino moderno?

Anche in questo caso, bisognerebbe avere un poco di “memoria storico sensoriale”. Rabbrividisco e sorrido quando trovo un vino descritto in questo modo, riferito a un Greco di Tufo: ” ha un odore di zolfo e agrume penetrante e caratteristico che ammalia. Un viaggio in miniera andata e ritorno”. Primo, rabbrividisco perchè la miniera è “cosa seria” e faticosa da frequentare e, secondo, sghignazzo perchè sono sempre più convinto che la mineralità nei nostri vini, sia un po’ come l’araba fenice. Come sia un vino moderno è, in teoria, presto detto: fresco, bevibile, complesso, ma non complicato. Capace di piacere agli esperti e di essere apprezzato dal bevitore occasionale. Insomma, non deve avanzare nella bottiglia.

Tu cosa chiedi a un vino e a un cibo?

Che affascini il mio cuore. Che risponda alle mie curiosità, sensoriali, ma anche dettate dal fatto di poter essere un vino da bere “quando se ne ha voglia”, con degli amici, mentre si mangia, in sintonia con la mia storia personale. Per il cibo la mia semplice sfida, sempre, è quella di assaggiare e di riuscire a cucinare qualcosa che sia capace di “rendere eccezionale la normalità”.

Tu sei stato tra i primi, oltre dieci anni fa a parlare di un vino “buono da bere e buono da pensare”, scrivesti un editoriale sull’elogio dell’imperfezione e, sollecitasti tutti ad andare oltre il bicchiere ponendoti, in quegli anni, il tema contemporaneo della narrazione globale del vino.Tanto che ti ho citato a più riprese come uno dei pilastri “idelogici” della nostra guida. Ora forse siamo andati un po’ oltre questi ragionamenti? Non si rischia talvolta di perdere quello che sta nel bicchiere e la sua funzione gaudente?

Circa 15 anni fa, la cosiddetta “critica enologica”, molto professionale e competente in materia, aveva da tempo scandagliato e positivamente sollecitato il mondo della produzione nel costante lavoro di crescita della qualità, intesa come evoluzione tecnica e ricerca accurata dell’ armonia sensoriale dei vini. Io non feci altro che porre una domanda: potevamo ancora pensare che la rappresentazione del vino, della sua valenza agronomica, economica e sociale, fosse interpretabile con la sola lente della qualità organolettica o del potenziale successo commerciale? Dopo aver indagato meticolosamente il mondo dell’agricoltura e della zootecnia con il Progetto dei Presìdi, dopo aver contribuito alla salvaguardia della biodiversità, aver sollecitato allevatori, piccoli contadini e malgari alla produzione di manufatti artigianali dalla tracciabilità adamantina, non avevamo, forse, bisogno di una nuova e più complessa etica dell’enologia, in grado di coniugare economia con ecologia globale?
Oggi le risposte sono arrivate. Anche positive, e molte cose sono cambiate nel mondo del vino. Il rischio è però che qualcuno abbia trasformato tutto questo, il “buono da pensare”, in una sorta di certezza dottrinaria, e si sia messo a scrivere e a parlare del vino in una logica èlitaria, incomprensibile alle persone e a coloro che poi il vino lo devono bere. Persino la filosofia si sta ponendo il problema di essere più Pop, così come diverse discipline scientifiche, prima di tutte la fisica, s’interrogano su come trovare linguaggi o contesti più “popolari” in cui essere divulgate. il Salone del Libro vorrebbe diventare Pop, e l’astrofisica approda nei pub in dodici paesi del mondo con un progetto denominato “Pint of Science”.
Senza puntare troppo in alto, rimanendo con i piedi per terra, ricordo che il sottotitolo di Top & Pop Wine è il seguente: il gusto è “un sapere che gode e un piacere che conosce”.
In fondo, stiamo “solo” parlando di vino, e non di Aristotele.