Old Vine Hero Awards 2024, anche 3 italiani tra i premiati

Ci sono anche 3 italiani tra i vincitori della seconda edizione degli Old Vine Hero Awards 2024, promossi dalla Old Vine Conference*.

«Gli Old Vine Hero Awards – ha detto Sarah Abbott MW, co-fondatrice di The Old Vine Conference – hanno consentito alla comunità globale del vino di partecipare attivamente al dibattito sulle vigne storiche. Ogni voto ha contribuito ad aumentare la consapevolezza, la comprensione e l’apprezzamento di alcuni tra i lavori più stimolanti e preziosi svolti per coltivare le vecchie viti in tutto il mondo. Siamo grati a coloro che hanno avuto il tempo di nominare i loro eroi, alla nostra stimata giuria che ha offerto il proprio tempo e la propria esperienza su base volontaria per aiutare noi e tutti coloro che hanno votato».

A Carlo Petrussi, Viviana Malafarina (Basilisco) e Antonio Capaldo (Feudi di San Gregorio) i riconoscimenti per le categorie “viticoltura”, “vinificazione” e “ricerca”. Li abbiamo intervistati cercando di capire perché è fondamentale, oggi più che mai, prendersi cura dei vigneti storici, specialmente in un Paese come il nostro, e cosa manca ancora per condurre politiche colturali e culturali sempre più efficaci per la salvaguardia di questo patrimonio inestimabile di biodiversità.

Carlo Petrussi“Per una vita di lavoro dedicata alla conservazione delle vecchie viti, compreso il suo progetto di documentazione di tutti i vigneti storici e autoctoni dei Colli Orientali del Friuli”: questa la motivazione del premio assegnato al Professor Carlo Petrussi.

«Io vengo dalla terra, da oltre 45 anni lavoro per salvare vecchie varietà di alberi da frutto e di viti in particolare. La salvaguardia dei vigneti storici è innanzitutto un problema culturale: tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta del secolo scorso c’è stata una vera e propria “frattura” nella società rurale e ci siamo persi tutta una serie di informazioni colturali alla base del lavoro di chi ci ha preceduto. Quella di oggi è una “viticoltura da corsa”: stiamo sempre a rincorrere o a cercare di porre rimedio, quando invece dovremmo preoccuparci di lavorare bene sin dalle prime fasi di vita della pianta. Chi ha fatto le vigne anticamente aveva una visione post-generazionale, oggi invece pensiamo corto e investiamo poco. Eppure è di tutta evidenza – parlo non soltanto del contesto in cui opero, il Friuli nord orientale – che le vigne antiche non si sono accorte del caldo. Le motivazioni di ciò vanno ricercate nelle scelte iniziali: la preparazione del terreno facendo attenzione a non modificare le stratificazioni, il momento in cui è stata lavorata la terra, il modo con cui è stato disposto l’apparato radicale. Ci si ferma all’aspetto superiore della vite, dimenticando che una vite esteticamente bella è fisiologica brutta. Tutelare la viticoltura antica ha costi diversi e ben maggiori, certo; c’è bisogno di una manualità intelligente e diversa che oggi facciamo fatica a ritrovare perché manca soprattutto la consapevolezza di lavorare bene la terra, di sapersi sporcare le mani. Vediamo molte cose, ma ne osserviamo davvero poche».

Basilisco, il vigneto "Storico" a contrada le Querce a Barile

“Per la sua leadership nella trasformazione della pratica enologica e vitivinicola nella regione Basilicata”: questa la motivazione del premio a Viviana Malafarina (Basilisco).

«Accendere i riflettori sul tema della salvaguardia delle vecchie vigne è importantissimo. Sempre più spesso, purtroppo, assistiamo all’abbandono dei vigneti storici da parte degli anziani di questi luoghi, oppure all’estirpazione delle viti più vecchie (e meno produttive) per fare posto a impianti più moderni. In effetti può essere difficile dare un senso a una cosa così totalmente antieconomica. Per dire, il disciplinare dell’Aglianico del Vulture Doc consente una produzione di 100 quintali di uva per ettaro, 80 per la Docg. Nella zona di Barile, dove si trovano tutti i nostri vigneti, la resa media è già sensibilmente inferiore e si attesta sui 70 quintali per ettaro; nel nostro vigneto storico di contrada Le Querce – che misura poco più di 2 ettari, è prefillosserico, con piante tradizionalmente allevate “a capanno” in mezzo agli ulivi e agli alberi da frutto (peri, albicocchi e ciliegi) – se va bene facciamo 12 quintali di uva per ettaro. Lavorare in biologico significa che un quintale di uva costa 110 euro, ma qui il costo aumenta vertiginosamente fino a superare i 600 euro: ciò nonostante siamo davvero davanti a qualcosa di fragile e di unico, che merita di essere difeso. Per noi significa dare un futuro alla vite in questo territorio: abbiamo un patrimonio genetico di inestimabile valore, perciò usiamo la selezione massale delle barbatelle per i nuovi vigneti e la tecnica della propaggine per i rimpiazzi».

“Per il loro progetto di ricerca incentrato sulla protezione delle varietà autoctone intitolato “I Patriarchi” – uno studio e un catalogo di viti secolari di aglianico di Taurasi”: questa la motivazione del premio a Feudi di San Gregorio.

«Feudi Studi – dice il Presidente Antonio Capaldo nasce dalla consapevolezza di avere una grande fortuna: in Irpinia, e specialmente nella zona del Taurasi Docg, si sono conservate fino ai nostri giorni numerose piante centenarie. Merito a Pierpaolo Sirch, arrivato come consulente nel 2003 e dal 2009 responsabile della produzione, che ha trovato qui un sistema territoriale affascinante e di eccezionale biodiversità, sia dal punto di vista viticolo sia sotto il profilo umano. Nel 2006 iniziammo con il prof. Attilio Scienza dell’Università di Milano e con il prof. Luigi Moio dell’Università di Napoli lo studio dei diversi biotipi di aglianico rinvenuti in vecchie vigne, per selezionare i più interessanti per attitudini viticole ed enologiche. Abbiamo fatto altrettanto nella zona del Greco di Tufo con il progetto Grease, in collaborazione con l’Università Federico II. La considerazione di partenza è stata che molto spesso, lì dove c’erano vigne vecchie c’erano pure antiche forme di allevamento. Certo, le “tennecchie” o le pergole sono assai più costose in termini di gestione, perché necessitano di manodopera continua durante l’anno; ma da almeno 5 o 6 anni a questa parte abbiamo verificato che sono sistemi di allevamento che consentono di gestire al meglio i sempre più frequenti shock climatici. L’anno scorso, per dire, durante i mesi di maggio e giugno i nostri vigneti di greco hanno perso molto meno della media locale per il flagello della peronospora. Proteggere questa tradizione locale, riscoprirla attraverso la scienza, ci ha permesso – tra le altre cose – di fare comunità, una cosa importantissima. Senza contare che continuare a prendersi cura di un vigneto in cui si è superata la soglia di vita minima, lo sappiamo, ha grande valore anche per i temi del dissesto idrogeologico. C’è poi un tema commerciale non secondario che deve ancora realmente emergere: a differenza di quanto avviene ad esempio per chi acquista vini biologici o comunque prodotti in modo sostenibile, manca una percezione del valore connesso alla salvaguardia dei vigneti storici, ed è un peccato perché c’è invece un impegno straordinario da parte delle aziende a difesa della biodiversità dei luoghi».

* l’organizzazione no-profit, fondata nel 2021 da Sarah Abbott MW, Alun Griffiths MW e Leo Austin, che in 3 anni di vita ha contribuito a creare una maggiore consapevolezza e sostenere un movimento globale a difesa delle vigne storiche.

[ph credits jancisrobinson.com e feudi.it]