Ognuno è ciò che beve (o che porta da bere a cena)

Luogo del ritrovo l’impeccabile ristorante Gatto Nero di Torino, gestito dall’amico e collaboratore di Slow Wine Andrea “Gattino” Vannelli, che non solo ci ha proposto un menu perfetto per qualità, scelta dei piatti e numero di portate ma ci ha permesso di arrivare alla cena con una bottiglia a testa proveniente dalla nostra cantina personale, resa anonima dalla carta stagnola.

Essendo la prima cena ufficiale di fine anno della redazione ognuno di noi non solo ha voluto fare bella figura – operando la propria scelta in assoluta segretezza, senza tentare di scoprire cosa eventualmente portassero gli altri – ma inconsciamente (ne sono certo) ha in qualche modo voluto presentare se stesso agli altri.

Vi spiego: dopo un iniziale calice di Trento Brut Ferrari Cent’anni 1902-2002 – particolare etichetta millesimata 1995 della casa di Trento, uscita “in più” dalla cantina di Gariglio – e di Saar Riesling Scharzhofberg ‘P’ 2009 di Van Volxem, aperto per celebrare il recente viaggio della redazione in Mosella, è iniziata la rassegna delle bottiglie portate dai presenti, rigorosamente servite alla cieca. L’unico a conoscere tutte le etichette, anche per decidere la giusta sequenza, era il solo Andrea Vannelli, perfetto padrone di casa.

 

Si comincia con un bianco portato da Eugenio Signoroni, giovane bresciano laureatosi in primavera all’Università di Scienze Gastonomiche di Pollenzo e dal giorno dopo occupato nella redazione di Slow Wine. Eugenio è appassionato (avendola studiata e frequentata) della haute cuisine e la sua scelta è stata inevitabile: Chablis Grand Cru Valmur Vielles Vignes 2000 di Guy Robin, un vino dallo stile impeccabile, che comunica eleganza e rigorosità, eppure così particolare da rendere l’abbinamento eccellente solo con piatti di altrettanto carattere e rigore (come il perfetto baccalà mantecato servito in sequenza).

Quindi è stato il turno della bottiglia di Jonathan Gebser, tedesco, anche lui proveniente dalle file dell’Unisg, da due anni attivo nella redazione Liquidi della casa editrice; Jonathan è lo straniero, quello che parla cinque lingue anche se parla pochissimo, quello che si è assaggiato con totale dedizione i vini di tutta Italia con lo stesso rigore e senso di novità, che ha una visione totalmente aperta del mondo del vino, senza legami di sorta (non essendo cresciuto in Italia con il vino “di casa”). La sua, infatti, è stata una scelta decisamente singolare, fuori dagli schemi: un buonissimo e curioso Bairrada Vinha Pan 1995 di Luis Pato, acquistato tempo fa durante una vacanza in Portogallo.

Con una sequenza quasi preordinata è arrivato il vino del terzo “ragazzo” della redazione, ovvero Dario Ferro, prodotto autoctono (nato, cresciuto e tutt’ora residente a Bra), laureatosi tempo fa in Agraria a Torino e da qualche anno in Slow Food. Al contrario di Jonathan Dario è figlio della sua terra; un giovane preciso, affidabile, legato alle tradizioni, e infatti la sua bottiglia non poteva che essere un grande classico di Langa, Barolo Percristina 2000 di Domenico Clerico.

 

È stato poi il turno dei due curatori – il sottoscritto e Giancarlo Gariglio – che, come hanno fatto in tutti i mesi di lavoro per Slow Wine, senza consultarsi minimamente hanno pensato la stessa cosa, con lo stesso intento e con lo stesso modo di interpretare la serata (così come la guida), introducendo però quella naturale differenza (di carattere, di pensiero, di scelte di vita) che li contraddistingue. E quindi sia io che Gianca abbiamo scelto bottiglie classicissime, che con grande diplomazia non potevano che essere francesi: solo che io ho optato per il mio grande amore bordolese portando Chateau Pichon-Longueville Baron 1993 e lui “ovviamente” per il suo, ovvero la Borgogna con un incredibile Gevrey-Chambertain 1er Cru Clos St-Jacques 2000 di Bruno Clair.

Risolta la partita dei giovani e dei curatori rimanevano le altre due pedine della redazione, Davide “Panzer” Panzieri e Fabio Pracchia. Da indomito amante e conoscitore minuzioso delle vigne di Langa Panzer ci ha spiazzati: eravamo tutti curiosi di scoprire quale vecchia bottiglia di Bruno Giacosa ci avesse portato e invece dalla stagnola è uscito il Chianti Classico Riserva 1995 di Castell’in Villa. Ma a ben guardare la sua scelta è stata ampiamente coerente con suo il pensiero sul mondo del vino e con le sue filosofiche simpatie: nobile rigorosità, lucida tradizione, legame con il territorio. Infine Fabio Pracchia – toscanaccio “maledetto” al primo anno di lavoro con Slow Food – che ha una visione del vino molto solida e classica eppure assolutamente aperta alle novità, spesso accompagnata da influenze punkeggianti e dissacranti che però in questa occasione – seria e ufficiale – sono venute meno per lasciare spazio alla bottiglia che in questa cena “era giusto che ci fosse”: Brunello di Montalcino Riserva 1970 di Biondi Santi. Per noi tutti, che da più tempo ci frequentiamo e lavoriamo assieme e che lo conosciamo da poco, l’ennesima conferma che Fabio è perfettamente integrato in questo gruppo.

 

(La cena, per la cronaca, è proseguita con due splendide bottiglie scelte da Gattino nelle cantine del Gatto Nero – Langhe Larigi 1993 di Elio Altare, perfetta per tenuta e godibilità, e il rarissimo e strabuono Il Cannaio 1985 di Montevertine – e con una bottiglia “ultimativa” proveniente dalla dotazione comune della redazione, che all’unanimità ha scelto Malvasia di Bosa dolce naturale dei Fratelli Porcu).

 

Ecco questi siamo noi; forse ora ci conoscete un po’ di più anche da quello che beviamo (o che portiamo alle cene da bere), e non solo per quello che siamo o che facciamo. Anche se le due cose alla fine si assomigliano …

 

Speriamo di incontrarci presto, per il momento Buone Feste a tutti

La redazione di Slow Wine