Un nuovo inizio per Slow Food nel mondo del vino


Ieri, a Bologna abbiamo presentato il nuovo Manifesto Slow Food per il vino buono, pulito e giusto (clicca qui per leggerlo).

Il convegno di ieri è stato un traguardo volante. Chi conosce il ciclismo sa di cosa sto parlando. Si raccoglie qualche punto nei traguardi volanti ma l’arrivo è ancora lontano e tocca pedalare.

Il Manifesto che ieri è stato letto e discusso non ha nessuna velleità di essere perfetto. È un documento figlio della riflessione avvenuta da centinaia di vignaioli a Montecatini e Firenze nel 2009 (leggi il manifesto di Vignerons d’Europe) e poi rivisto grazie a un confronto interno e al dialogo con produttori, agronomi ed enologi.

Non è perfetto ma è finalmente qualcosa su cui si può discutere su cui edificare la nostra casa. Vedete, fino ad ora, Slow Food, quando parlava di vino, aveva una guida, un sito, un gruppo di persone che ogni giorno di occupavano della questione. Ma era la voce appunto di un gruppo all’interno dell’associazione, non dell’associazione stessa. La differenza è sottile, ma in realtà è un punto dall’importanza profonda.

Ora tutto questo è stato superato. Abbiamo una posizione. 10 punti, su cui confrontarci, discutere, magari bisticciare. Abbiamo 10 punti da migliorare probabilmente, ma questi 10 punti sono essenziali per dire al mondo: «ecco qual è la posizione di Slow Food sul vino».

La nostra associazione è nata grazie al vino, Carlo Petrini e un gruppo d’amici fondarono la Libera e Benemerita Associazione degli Amici del Barolo, prima di Arcigola e molto prima di Slow Food. Le nostre radici quindi affondano tra le vigne. Poi come è giusto che sia la pianta è cresciuta e a mantenere il nostro legame con il vino è rimasta una guida. Ma per quanto questa abbia raccolto successi e unito tanti appassionati sotto un’unica bandiera non basta a creare una comunità. In questa fase storica abbiamo compreso che nessuno sopravvive da solo, che sia una grande impresa, un’associazione con migliaia di iscritti, una piccola azienda o una famiglia.

Mai come ora il concetto di comunità ha assunto un valore universale.

Domenica scorsa, abbiamo letto il decalogo fondativo di una comunità che spero possa crescere e ramificarsi. Una comunità che accomunerà tutti gli amanti del vino: in primis quelli che lo fanno, ma anche i vigneron, per quanto bravi ed etici, non potrebbero esistere senza coloro che apprezzando questi vini, valorizzano e comprano le loro fatiche quotidiane. Gli appassionati sono per questo essenziali. Ma anche loro, senza chi ogni giorno commercia quelle etichette e le vende nei negozi o le serve nei ristoranti farebbe poca strada. E poi, lasciatemelo dire, un piccolo spazio in questo grande mondo lo riserverei anche a chi ha contribuito con il proprio lavoro a raccontare questo universo, partendo dai padri del nostro mestiere come i Soldati, i Veronelli, i Brera e i Petrini fino a noi, che piccoli piccoli, ci siamo seduti sulle loro spalle.

Una comunità che ha mille idee diverse sul vino ma che ha molte più cose in comune di quello che si pensi.

Intanto parliamo di un prodotto agricolo, figlio di un sistema che non può più basarsi, come è stato ricordato durante il convegno a più riprese, sullo sfruttamento sconsiderato delle risorse ma deve porsi il problema della loro rigenerazione. In più, i tempi di un interventismo enologico che copre le caratteristiche del terroir sono state fortunatamente archiviate, appartengono a una visione passatista. Bisogna quindi guardare oltre, alla costruzione di un sistema che contempli il vino come un potente strumento di riscatto culturale delle campagne. Il fiore all’occhiello dell’agricoltura. Questo è già nei fatti così, ma i vignaioli devono essere maggiormente consci del loro ruolo, custodi sì del territorio ma anche promotori di un sistema che governi architettura, biodiversità e giustizia sociale. Solo così il patto comunitario tra appassionati, vignaioli e soggetti legati alla filiera enologica avrà un ruolo di crescita sociale e culturale.

Questo è il senso del nostro Manifesto, trattare il vino come qualcosa che vada oltre al bicchiere e che includa ambiti di importanza strategica per lo sviluppo del nostro paese.

Slow Food da oggi ha un nuovo compito, far sentire con energia la propria voce rispetto a questi argomenti e riunire attorno a sé le forze migliori di questo universo per far crescere una comunità attiva e virtuosa. E il momento non potrebbe essere più proficuo. Non ridete. Lo so anche io che stiamo vivendo nel bel mezzo di una pandemia. Ma questi sono anche i mesi di Terra Madre, che è appena iniziata. Penso che questa sia un’occasione da sfruttare e da non perdere.

Nei prossimi mesi lanceremo una campagna di adesione a questo Manifesto che coinvolgerà le cantine italiane e straniere.

Loro saranno le nostre ambasciatrici di questa carta, la faranno così conoscere ai propri clienti e appassionati. Si riconosceranno nei 10 punti della Carta, creando una comunità di intenti guidati da ideali importanti quali la sostenibilità ambientale, la qualità organolettica, la giustizia sociale e il rispetto degli habitat e degli esseri viventi che li abitano.

Ecco quello che ci attende nei prossimi mesi, la creazione di un progetto a lungo termine, che sono certo ci porterà nei prossimi mesi e anni a costruire una rete attiva di vignaioli e appassionati che auspico possa trovare presto anche un luogo e un’occasione per incontrarsi e rinnovare un patto di mutua collaborazione che rinvigorisca questa comunità che si riconosce e promuove un vino buono, pulito e giusto.