Nicola Sarzi Amadè si racconta

Ecco a voi questo bel pezzo di storia, una storia avvincente. Il pezzo è lungo, ma tutto da gustare. Mettetevi comodi e buona lettura a voi. Un bel regalo di Natale per tutti gli amanti dei vini francesi e non solo!

 

Provengo da Viadana, un paese della bassa mantovana sulla riva lombarda del Po, dove la mia famiglia conduceva un’azienda agricola con un’importante superficie a vite, costituita in parte da vigneti nuovi, forti produttori, e in parte da filari distanziati con viti estremamente vecchie.

 

La produzione dei nuovi vigneti veniva conferita alla cantina sociale, mentre la parte migliore era vinificata da noi e venduta alle osterie della zona, che se la contendevano in quanto di qualità particolarmente buona. I lavori di cantina erano condotti da noi della famiglia con la consulenza di un cantiniere esperto, un uomo di modesta statura, che aveva però il soprannome di Carnera. Io ero la mascotte del personale di cantina, in quanto portavo ancora i pantaloni corti e quel lavoro mi piaceva più degli altri, che mi apparivano invece un po’ noiosi. Lo stesso paesone agricolo e sonnacchioso non mi dava gli stimoli che desideravo, mentre Milano, dove ogni tanto passavo qualche giorno presso parenti, mi sembrava davvero il luogo in cui le grandi aspirazioni potevano realizzarsi. Così, terminato il servizio militare, feci la valigia e pochi giorni dopo ero a Milano presso alcuni zii.

 

Ora si trattava di trovare lavoro: un’autentica impresa poiché non avevo la residenza, che però veniva accordata solo a chi aveva un impiego. Era una porta chiusa con due catenacci. Non senza fatica superai l’ostacolo, ma il mio primo lavoro, durato solo due settimane, fu veramente umiliante! Nel garage di un ingegnere chimico facevo miscugli di polveri che mi bruciavano anche i vestiti; così, per non sciupare i “vestiti buoni” andavo al lavoro indossando panni d’occasione, ora troppo corti ora troppo lunghi, il viso mi si anneriva come quello di uno spazzacamino e, quando passavo davanti alle finestre dove lavoravano alcune ragazze della mia età, queste, al mio apparire, si affacciavano per divertirsi a guardare quel giovane spazzacamino o clown, che dir si voglia. Avevo solo 22 anni e tutto ciò era veramente mortificante.

 

Poco tempo dopo mi si presentò l’occasione di lavorare per una società di distribuzione di acque minerali, birre e vino, che cercava un giovane con una certa conoscenza del prodotto “vino”. Si ritenne che avessi la necessaria preparazione e fui assunto. Si trattava di vini da pasto in generale, tra i quali figurava una gamma di vini piemontesi della ditta Zoccola, proprietà dell’importantissima “Vini Ferrari” di Dosimo (Cremona), che reclamizzava le sue produzioni con lo slogan “I buoni vini Ferrari dei Colli di Cremona”.

 

Da lì a breve, però, si apprese luce che i buoni vini dei Colli di Cremona erano fatti su navi cisterna in alto mare e, non solo la ditta Zoccola sparì dal mercato, ma anche la distribuzione per la quale lavoravo chiuse i battenti. In cuor mio non ne fui rammaricato, perché il mio pensiero era da sempre rivolto all’occasione di dare inizio ad una mia attività. Così nell’autunno del 1966 mi decisi al grande passo, anzi di grandi passi ne feci due contemporaneamente: il 12 settembre mi sposai, limitando il viaggio di nozze intorno a casa, perché dovevo sbrigare le pratiche per iniziare la mia attività. I vini da pasto non erano il mio obiettivo, per cui cominciai da subito la ricerca di aziende di qualità, la prima delle quali fu Antoniolo di Gattinara, tuttora nel mio listino. Poco tempo dopo inserii Bruno Giacosa, che allora non era conosciuto come oggi, e via via altri produttori del più altro livello qualitativo, noti o meno noti che fossero, purchè di alta qualità.

 

Una svolta importante mi si presentò nel 1982, allorché un amico, che non voleva farsi 2000 chilometri guidando tutto solo, mi chiese se volevo accompagnarlo in Champagne: accettai con entusiasmo, poiché mi si presentava l’occasione per un’esperienza nuova. Tornai con la mia prima azienda d’importazione, Henry Goutorbe di Ay, comune viticolo classificato Grand cru a vocazione Pinot noir.

 

Al ritorno ci fermammo a Chablis e poco dopo costeggiammo l’intera Côte d’Or sulla National 74, passando per la Côte de Nuits dapprima e la Côte de Beaune successivamente. Ebbi così modo di ammirare un paradiso di vignetini bassi bassi, che nulla avevano in comune con la nostra viticoltura. Fui estasiato e coinvolto profondamente dalla bellezza di questo paesaggio, governato da un ordine di parcellizzazione minuzioso, un disegno topografico minuzioso senza sbavature, poiché da parte a parte di un muretto coesistono valori di qualità dei terroir d’inaspettata diversità.

Fu un vero e proprio innamoramento per la Borgogna. Mi misi immediatamente a studiare le caratteristiche delle aziende, individuando da subito produttori del più alto livello, quali Louis Latour e la Chablisienne, e a seguire i Domaines, che allora non avevano l’appeal attuale.

 

Rammento che negli anni Ottanta, quando iniziai il rapporto con Armand Rousseau, mi preoccupava un po’ il fatto che la merce che mi mandava non finisse mai, perché non c’era richiesta: oggi è in assoluto il domaine con il quale abbiamo i più grossi problemi, perché le assegnazioni non bastano mai!

 

Poi arrivarono Méo-Camuzet, Comte Georges de Vogüé, Clos de Tart, Clos de Lambray, Bonneau du Martray e altri. Rimaneva in cima ai miei desideri – e tra l’altro non aveva un importatore in Italia – un certo Domaine Leflaive. Finalmente, dopo qualche anno di paziente e mai interrotto “corteggiamento”, Anne-Claude Leflaive mi invitò al domaine per un colloquio. Ricordo ancora il nostro primo incontro: nel giugno precedente avevo sperato di incontrarla al Vinexpo di Bordeaux, ma, non trovandola, avevo lasciato un mio biglietto da visita al cugino Olivier, con preghiera di farlo avere ad Anne-Claude. Non sapevo che i rapporti fra loro fossero già allora estremamente tesi. Il giorno in cui la incontrai, mi invitò ad accomodarmi, poi tirò fuori il biglietto da visita che il cugino le aveva fatto avere e mi chiese se vendessi anche i vini di Olivier, aggiungendo che, in quel caso, mi avrebbe offerto il caffè e poi me ne sarei potuto andare senza perdere altro tempo. Posso dire che sin d’allora questa monumentale produttrice mise in luce la sua tempra d’acciaio, che è rimasta inalterata negli anni, anche se i rapporti con il tempo hanno preso una piega di estrema cortesia, stima e familiarità.

 

Intanto avevo anche cominciato ad importare le prime bottiglie di un Domaine alsaziano dal nome quasi impronunciabile: Zind-Humbrecht, che nasce dall’unione dei due cognomi di Génévieève Zind e Léonard Humbrecht. I vini erano straordinariamente buoni, ma in Italia si conosceva ancora poco dell’Alsazia e la difficoltà del nome non aiutava! Il tempo è galantuomo, lo posso assicurare, tant’è vero che con gli anni il nostro paese è diventato, dopo gli Stati Uniti, il secondo mercato a livello mondiale per il domaine Zind-Humbrecht, che oggi è condotto da Oliveir Humbrecht, personaggio di rara competenza e sensibilità in fatto di vino.

 

Altre zone e altri produttori di notevole importanza entravano nel mio listino e il noviziato quale importatore di vini francesi andava lentamente concludendosi, mentre cresceva la considerazione che mi veniva attribuita grazie alla consistenza dei produttori trattati. Ero forse riuscito a dissipare i dubbi sul fatto di poter dare vita ad un progetto che andava ben oltre a quanto si era fatto prima della mia comparsa sul mercato con la Francia. Ma rimaneva ancora molto da fare: non mi ero ancora avvicinato a Bordeaux, vigneto dai 100 mila ettari più importanti al mondo. Era un’esperienza che addirittura mi intimoriva, poiché sapevo che avrei dovuto competere con qualche importatore di lunghissima esperienza e profonda conoscenza del particolare sistema commerciale di questa zona, che differisce dal resto del mondo. Ma dovevo pur affrontare anche Bordeaux e un bel giorno decisi di partire con tutta la famiglia e con qualche informazione cui fare riferimento. Nulla di più sbagliato che il non fare verifiche di persona: superai lentamente i miei timori, entrando nel vivo del sistema commerciale e instaurando rapporti di pura conoscenza con i proprietari di svariati Châteaux. Oggi mi sento onorato della considerazione che mi viene attribuita dai produttori e dai “négociants”, che in realtà sono i nostri fornitori.

 

La Francia è anche produttrice di grandi distillati: il Calvados a ridosso della Manica e della Bretagna; il Cognac e l’Armagnac, acqueviti cugine poiché prodotte in buona parte con l’unico nostro vitigno esportato, il Trebbiano, che in tali zone assume il nome di Ugni blanc. Non potevo ignorare queste produzioni, che costituivano il completamento di una gamma francese di alto livello. Altre migliaia e migliaia di chilometri, spesso con l’intera famiglia al seguito, per ulteriori verifiche e vetture, non poche, “fatte fuori”.

 

La storia raccontata è lunga una vita, ma la mia vera vita, familiare e professionale, è iniziata il 12 settembre 1966. Non è certamente esaurita, poiché le 14 ore di lavoro giornaliero non sono diminuite di un solo minuto e la ricerca di quel che di meglio esiste continua come sempre.