Mustilli, doppia verticale del Piedirosso Artus e della Falanghina del Sannio Vigna Segreta

Se oggi può parlarsi di Falanghina il merito è certamente di Leonardo Mustilli. Scomparso nel 2017, l’ingegnere della Falanghina – come lo hanno ribattezzato – è stato una figura centrale nel lavoro di recupero dell’uva regina del Sannio beneventano, oggi trasversalmente presente in tutta la Campania (e non solo).

Fu proprio l’ingegnere Mustilli a imbottigliare – era il 1979 – la prima Falanghina in purezza; e la bottiglia è ancora lì, con tanto di documento fiscale, nelle cantine storiche ipogee di Palazzo Rainone, dove sono conservate altre vecchie annate dei bianchi di casa. Ricordo, per dire, una splendida cena in compagnia delle sorelle Mustilli con un trittico di Falanghina del Sannio da paura: 1980, 1996 e 2002.

La storia della Falanghina “moderna”, insomma, ha avuto inizio con Mustilli, e chiunque abbia velleità di conoscere il vino campano non può fare a meno di passare da Sant’Agata dei Goti. Un po’ quello che deve farsi in Irpinia con Mastroberardino, tanto per fare un nome.

C’è però una fase più recente, ma altrettanto importante, dell’azienda, oggi guidata dalle sorelle Anna Chiara e Paola Mustilli, che merita di essere raccontata al di là di ogni ricostruzione – qualche volta, perdonatemi – stucchevole, che sembrerebbe voler ridurre tutto a una mera successione nella meritoria opera del genitore purtroppo venuto a mancare. Anna Chiara e Paola, al contrario, hanno dato una svolta originale al percorso aziendale, talora operando scelte controcorrente o comunque in apparenza di rottura rispetto alla consolidata identità del brand. Ecco, se posso dire, senza voler essere in alcun modo irrispettoso, questa è una cosa che forse non è mai venuta fuori abbastanza. Eppure le novità in questi anni, grazie al dinamismo delle due sorelle, non sono certo mancate: dal restyling delle etichette nel 2016 fino alla novità del Metodo Classico di aglianico e piedirosso prodotto per la prima volta con il millesimo 2021 e appena commercializzato, passando per i due rifermentati di aglianico (prima) e falanghina (poi).

Sotto questo profilo, quindi, la doppia verticale pensata con le sorelle Mustilli e Raffaele Del Franco dei due vini più importanti dell’azienda – il Sannio Piedirosso Artus e la Falanghina del Sannio Sant’Agata dei Goti Vigna Segreta – ha rappresentato l’occasione di un primo bilancio del personalissimo percorso di Anna Chiara e Paola Mustilli. In degustazione ben 5 annate di entrambi i vini, dal 2016 al 2021 (mancava all’appello soltanto la 2020, non prodotta per l’Artus), per dare il via alle attività della squadra campana di Slow Wine.

La verticale del Sannio Piedirosso Artus

Siamo partiti dall’Artus – l’accento è sulla u –, che è il rosso dedicato al conte Ludovico d’Artus, feudatario di Sant’Agata dei Goti, la cui tomba si trova all’interno della bellissima Chiesa di San Francesco. Fermentazione in anfora con 7 giorni di macerazione, affinamento di un anno (sempre in anfora). L’idea produttiva è quella di un Piedirosso scorrevole, che abbia ridotto contenuto alcolico, considerato che l’acidità è pressoché al limite della soglia prevista dal disciplinare Sannio Dop (tra 4,8 e 5) e i Ph compresi tra 3,6 e 3,8. «Papà diceva che nelle annate fresche viene a meraviglia», ci ha ricordato Paola. La prima annata è stata il 2015, la produzione annuale è di circa 3.000 bottiglie.

Poca uva nella 2021: naso non ancora perfettamente definito, ma la bocca è già saporita e slanciata, con un che di piccante. Decisamente più pieno il 2019, che ha profumi più cupi – tra note di foglie di amarena e geranio – e un palato gustoso e ugualmente balsamico, dinamico e di buona persistenza finale. Saporito, sanguigno, ha una piccola graffiatura tannica che dà presa al palato: in assoluto tra i miei preferiti. Affascinante il 2018, che però ha un sorso più scarno, addirittura più nervosetto e spicy, ferroso. Buon allungo sapido per la 2017, che si sviluppa molto in verticale, anche se manca forse di un po’ di polpa; mentre la 2016 (la meno alcolica di tutte: 11,4%), annata fresca e piovosa come la 2018, è solo appena più “scura” nelle sensazioni (oltre all’anfora c’era il clayver).

La verticale della Falanghina del Sannio Sant’Agata dei Goti Vigna Segreta

«Vigna Segreta è un ettaro che ho piantato personalmente – racconta Anna Chiara –, per questo ci tengo in modo particolare. Decidemmo di mettere a dimora soltanto falanghina di clone beneventano, considerato che nelle restanti proprietà abbiamo sempre avuto un miscuglio di ecotipi diversi, compreso quella la falanghina dei Campi Flegrei e di Sessa Aurunca. L’acidità sta sempre sopra i 5,5/6 g/l, l’alcol è generalmente nel range 13/13,5%, fa eccezione la 2016 che è stata molto piovosa e ha soltanto 12,5%. La criticità, specie alla luce delle ultime stagioni, sta nella vigoria eccessiva delle viti: negli ultimi anni abbiamo ripensato la gestione della chioma». Prodotta dal 2002, prevede una breve macerazione pellicolare a freddo e poi un lungo affinamento sulle fecce fini in acciaio. Anche qui produzione in media di 3.000 bottiglie all’anno.

La 2021 è balsamica, c’è una nota molto caratteristica di finocchietto; finale sapido, di bella progressione e buon equilibrio complessivo. La 2019 – prodotta con una quota di uve fermentate spontaneamente – è più cerealicola e anche più nervosetta, il sorso è saporito, carnoso, piccante. La 2018 è intensa, ha profilo dritto e verticale, beva saporita e salina, mentre la 2017 è più esplosiva e un po’ squilibrata sull’alcol, quasi inganna per l’uso del legno (che invece non c’è). Più in difficoltà la 2016, figlia di un’annata assai fresca e piovosa.