Lotta biologica, la nuova frontiera nella difesa del vigneto

Alcuni mesi fa abbiamo iniziato un percorso per tentare gradualmente di comprendere meglio come si può gestire un vigneto con la massima attenzione alla compatibilità e alla minimizzazione dell’impatto ambientale. Abbiamo preso in esame le principali avversità del vigneto e le possibili strategie di lotta, con l’intento di concludere il viaggio trattando la questione della lotta biologica.

Vigneto biologico

Con il termine ecosistema si intende un sistema complesso costituito da un insieme di organismi viventi e di elementi non viventi, che sono in relazione e, quindi, in equilibrio tra di loro. Le relazioni fondamentali che si instaurano tra i viventi sono, in prevalenza, quelle di tipo preda-predatore. Le specie coltivate costituiscono, per patogeni e fitofagi, le prede o, più semplicemente, la loro base alimentare.

Il concetto di equilibrio è centrale: un sistema in equilibrio si autogoverna senza che siano richiesti interventi esterni per garantirne il funzionamento.

In un agroecosistema le specie vegetali presenti sono molto poche, o addirittura una sola. Dati questi presupposti, l’equilibrio risulta alterato e  perciò estremamente precario. I fitofagi si specializzano sempre di più, la base alimentare è sempre disponibile e abbondante, e non c’è nessun meccanismo endogeno che possa contenerne lo sviluppo. Sarà, quindi, necessario intervenire dall’esterno per tentare di ristabilire un equilibrio: la difesa è una delle azioni finalizzate a ripristinare l’equilibrio, spostandolo a favore della specie coltivata.

Strategie alternative

Le strategie di difesa delle colture dalle avversità sono varie e molto diverse tra loro. La strategia basata sull’uso dei fitofarmaci, alias la lotta chimica, si può definire convenzionale. I metodi di controllo alternativi alla lotta chimica perseguono, tra gli altri, l’obiettivo di limitare gli effetti collaterali legati alla tossicità dei fitofarmaci. Il presupposto essenziale è ridefinirne gli obiettivi rispetto ai metodi convenzionali: lo scopo ultimo della lotta chimica è di eliminare completamente le avversità, quello dei metodi non convenzionali è di far sì che l’infestazione si mantenga al di sotto della soglia d’intervento, che definisce il limite di tolleranza economica per il danno arrecato dall’avversità, fitofago o patogeno che sia.

Partendo dalla considerazione che l’intervento fitoiatrico comporta una serie di costi, sia economici che ambientali e sanitari, è necessario intervenire solo quando il danno potenzialmente arrecato dall’avversità supera il costo dell’intervento.

Lotta biotecnologica

A differenza della lotta biologica, basata sull’utilizzo diretto di organismi viventi, la lotta biotecnologica o biotecnica prevede l’uso di prodotti industriali derivati da organismi viventi. La ricerca rende disponibile molti preparati: insetticidi/acaricidi a base di principi attivi di origine vegetale (piretrine, nicotinici, quassine, rotenone, olio di neem) o derivati da microrganismi (abamectina); fungicidi a base di microrganismi ad azione antiperonosporica (Bacillus licheniformis, Trichoderma harzianum, Streptomyces spp, Bacillus subtilis, Pseudomonas aureofaciens), antioidica (Ampelomyces quisqualis), antibotritica (Bacillus licheniformis, Bacillus subtilis, Trichoderma harzianum); dai principi attivi di origine vegetale come la laminarina[1].

Trappole chemiotropiche e cromotropiche

Le trappole sono dispositivi utilizzati per il monitoraggio e la cattura massale dei fitofagi. Il monitoraggio consiste nel controllo della consistenza numerica delle popolazioni presenti nell’area di coltivazione e rappresenta un supporto indispensabile per determinare la necessità e il momento per l’intervento. La cattura massale è finalizzata alla cattura del maggior numero possibile di maschi, allo scopo di ostacolare gli accoppiamenti e la fecondazione delle femmine.

Le trappole chemiotropiche sono basate sull’uso dei feromoni, sostanze chimiche in grado di influenzare la vita di relazione di molte specie animali e, in particolare, degli insetti. Liberate nell’ambiente da un individuo, inducono una determinata reazione in altri individui della medesima specie. I più conosciuti e utilizzati sono i feromoni sessuali, prodotti dalle femmine a scopo attrattivo nei confronti dei maschi, e i feromoni di aggregazione, che svolgono azione di richiamo sia sui maschi che sulle femmine.

Le trappole cromotropiche sfruttano la proprietà di molte specie di insetti di essere attirati da specifiche lunghezze d’onda della radiazione luminosa, corrispondenti a determinati colori: il giallo nella maggior parte dei casi, ma, meno frequentemente, anche l’azzurro, il bianco, il verde o il rosso. Si tratta di pannelli colorati cosparsi di colla, che attraggono gli insetti, i quali vi restano intrappolati.

Agricoltura e lotta biologica

Innanzitutto è utile fugare un equivoco: agricoltura biologica e lotta biologica sono concetti diversi e trovano ambiti di applicazione ben distinti. Un prodotto da agricoltura biologica è ottenuto ai sensi della vigente normativa europea[2]. Il processo deve rispettare per l’intera filiera produttiva le indicazioni previste dalla norma, è sottoposto ai controlli da parte di un organismo autorizzato dall’UE, che rilascia apposita certificazione. Il prodotto biologico è inoltre riconoscibile dalla presenza in etichetta del logo comunitario.

La lotta biologica è l’insieme delle tecniche finalizzate al controllo di una specie dannosa mediante l’impiego di un suo nemico naturale. La tecnica si fonda sul principio dell’omeostasi, il meccanismo dinamico di autoregolazione che limita il tasso di variazione delle popolazioni di un ecosistema attraverso la disponibilità di cibo da cui dipendono i loro tassi di natalità, sopravvivenza e morte. I programmi di lotta biologica sfruttano l’instaurarsi di rapporti di antagonismo tra le diverse specie al fine di ripristinare l’equilibrio alterato per la presenza di una sola specie coltivata. Essi risultano particolarmente efficaci nel controllo dei fitofagi. In questi contesti l’omeostasi può essere stimolata con l’attivazione di relazioni preda/predatore e ospite/parassitoide. Nel rapporto preda/predatore, una specie, il predatore, trae beneficio nutrendosi dell’altra specie, la preda. Nel rapporto ospite/parassita, una specie trae vantaggio dall’ospite sottraendogli risorse nutritive, senza provocarne la morte.

Tra gli insetti la relazione tipica è quella ospite/parassitoide: una specie instaura con l’altra un rapporto trofico limitato solo alle prime fasi della vita del parassitoide. La relazione inizia con la deposizione dell’uovo all’interno dell’ospite; qui il parassitoide si sviluppa nutrendosi degli organi dell’ospite finché non raggiunge la maturità; a quel punto la relazione si esaurisce con la morte dell’ospite e lo sfarfallamento[3] del parassitoide.

Diversi approcci alla lotta biologica

La lotta biologica per il controllo dei fitofagi può essere attuata con modalità distinte in base al livello di integrazione dell’organismo utile nell’agroecosistema che si intende proteggere. Ai due estremi opposti si collocano il metodo inondativo e quello protettivo.

Il metodo inondativo prevede la liberazione massiva sulla coltura di predatori provenienti da ambienti estranei a quello in cui si opera, che vengono allevati e riprodotti in contesti separati. Gli individui della specie antagonista vengono distribuiti in gran numero al momento del bisogno, presupponendo un’efficacia limitata nel tempo: i predatori si diffondono all’interno della coltura, si moltiplicano finché le prede sono presenti in numero abbondante, per poi progressivamente ridursi fino a scomparire quasi del tutto al mutare delle condizioni. In questo modo gli antagonisti sono impiegati alla stregua di fitofarmaci: distribuiti ogni qual volta se ne ravveda la necessità.

Il metodo protettivo, invece, è basato sull’introduzione periodica di un numero limitato di esemplari del predatore o parassitoide che, di norma, è già presente nell’agroecosistema. L’efficacia dell’intervento è basata sul presupposto che si adottino pratiche agronomiche virtuose, atte a preservare le popolazioni di organismi utili e favorirne la diffusione a discapito dei fitofagi. Pratiche che attengono alla tutela della biodiversità vegetale, alla salvaguardia della flora spontanea che possa ospitare prede alternative al fitofago, in modo da favorire l’insediamento stabile della specie utile e incrementarne il potenziale biotico. Una pratica, in definitiva, orientata al ripristino dell’equilibrio inizialmente alterato.

Programmi di lotta biologica nel vigneto

Citiamo alcuni esempi virtuosi di applicazione della lotta biologica nel controllo di alcuni fitofagi del vigneto (di cui abbiamo già approfondito biologia e danno arrecato).

Le tignole dell’uva (Lobesia botrana, Eupoecilia [Clysia] ambiguella) sono lepidotteri che hanno comportamenti simili: la larva cresce all’interno dell’acino, nutrendosene; alla maturità, fuoriesce forando l’epidermide del frutto e favorendo lo sviluppo di marciumi. È stata sperimentata con successo l’introduzione di alcuni insetti parassitoidi dei due lepidotteri:

  • Imenotteri Icneumonidi: Campoplex capitator, Dicaelotus inflexus, Pimpla contemplator, Sinophorus turionus
  • Imenotteri Calcidoidei: Trichogramma spp. (oofago), Dibrachys affinis
  • Ditteri Tachinidi: Phytomyptera zigrina

L’azione degli antagonisti naturali delle tignole può sortire effetti molto positivi se associata al costante monitoraggio dei voli, all’uso di feromoni per la confusione sessuale, nonché all’adozione di tutte le pratiche atte a favorire la circolazione dell’aria e a impedire il ristagno di umidità nel vigneto.

L’attacco massiccio di acari fitofagi (Panonychus ulmi, Tetranychus urticae, Eotetranychus carpini) può determinare necrosi dei tessuti, accrescimento stentato, defogliazione, riduzione del contenuto zuccherino dell’uva. I fitoseidi sono una famiglia di acari predatori in grado di contenere le popolazioni degli acari fitofagi: tra i più attivi ci sono gli acari fitoseidi (Amblyseius andersoni, Typhlodromus pyri). Per garantirne l’efficacia, l’azione dei fitoseidi va coadiuvata da pratiche agronomiche che evitino eccessi di vigoria della vigna.

Conclusioni

L’adozione di un programma di lotta biologica comporta una serie di indubbi vantaggi. Volendo mettere da parte per un momento gli effetti più macroscopici, come la riduzione dei residui di antiparassitari negli alimenti, dell’inquinamento delle falde acquifere, delle interferenze con l’attività dei pronubi[4], esistono questioni più profonde e strutturali esprimibili in termini di efficacia ed efficienza.

Dal punto di vista dell’efficacia un intervento di lotta biologica, specie se realizzato col metodo protettivo, ha avuto successo se riesce a ripristinare l’equilibrio dell’agroecosistema, ristabilendo condizioni durature di relativa stabilità.

In termini di efficienza, i costi dell’introduzione di un numero limitato di coppie di predatori andrebbero messi a confronto con i costi di trattamenti ripetuti calcolati tenendo conto dell’impiego di antiparassitari, manodopera, carburante, usura delle macchine, nonché degli effetti indiretti quali il compattamento del suolo e l’effetto deriva[5] a danno dei campi confinanti.

Un programma di lotta biologica richiede tempo, competenza e tenacia, ma dà risultati stabili e duraturi. Si tratta perciò di un metodo più efficace e efficiente dei metodi convenzionali.

Bibliografia

  • Ermenegildo Tremblay, Entomologia applicata, Liguori Editore, Napoli 1982
  • Gennaro Viggiani, Lotta biologica e integrata nella difesa fitosanitaria, Liguori Editore, Napoli 1994
  • Mario Ferrari, Elena Marcon, Andrea Menta, Fitopatologia, entomologia agraria e biologia applicata, Edagricole, Bologna 1998
  • Mario Ferrari, Elena Marcon, Andrea Menta, Lotta biologica, Edagricole, Bologna 1995
  • Ferdinando Bin, Imenotteri ooparassitoidi ed oolarvali, semiochimici e prospettive di controllo biologico. Atti XV Congresso Nazionale Italiano di Entomologia, L’Aquila 1988
  • Giorgio Celli, Appunti di lotta biologica, Esculapio, Bologna 1974
  • Katalin Deseo Kovacs, Luciano Rovesti, Lotta microbiologica contro i fitofagi. Teoria e pratica, Edagricole Bologna, 1992
  • Ruggero Mazzilli, Piero Braccini (a cura di), Manuale di viticoltura biologica, ARSIA Regione Toscana 2010
  • Anna La Torre, Corrado Ciaccia, Lorenzo Righi, Valerio Battaglia, Federica Caradonia, La protezione delle colture in agricoltura biologica, CREA-MIPAAF 2016
  • Massimo Benuzzi, Vincenzo Vacante, Difesa fitosanitaria in agricoltura biologica. Le avversità, i prodotti e le strategie di lotta nelle colture orto-frutticole, Edagricole-New Business Media 2010
  • Agricoltura, caccia e pesca, Fitosanitario e difesa delle produzioni, Regione Emilia-Romagna 2019

Note a piè di pagina

[1] La laminarina è un oligosaccaride estratto dall’alga bruna Laminaria digitata. Non esercita azione battericida o fungicida, ma rafforza la resistenza ai patogeni, riducendo la loro soglia di nocività.

[2] Normativa europea sull’agricoltura biologica:

  • Regolamento CE n. 834/2007, relativo alla produzione biologica e all’etichettatura dei prodotti biologici
  • Regolamento CE n. 889/2008. Modalità di applicazione del regolamento (CE) n. 834/2007: produzione biologica, etichettatura e controlli
  • Regolamento CE n. 203/2012. Modalità di applicazione relative al vino biologico

[3] Sfarfallamento: la manifestazione dello stadio adulto dell’insetto che coincide con la fuoriuscita dall’involucro dello stadio ninfale (crisalide o pupa).

[4] Gli insetti pronubi sono quelli che trasportano il polline da un fiore all’altro favorendo la fecondazione e la formazione del frutto.

[5] Con effetto-deriva si intende la diffusione, all’atto della distribuzione, del prodotto fitosanitario nell’atmosfera dall’area trattata verso qualsivoglia sito anche non direttamente confinante.

Maurizio Paolillo è Dirigente scolastico, agronomo. Già responsabile scientifico di Porthos, è coautore de “Il vino ‘naturale’. I numeri, gli intenti e altri racconti” (Cooperativa Editoriale Versanti). Docente FISAR, scrive e collabora con diverse riviste e pubblicazioni di settore, è redattore della Guida Slow Wine per la Campania.

Questo articolo è apparso nel Numero #12 della nuova Newsletter Slow Wine, per chi ama il vino buono pulito e giusto.
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