Libera nos dal vino dealcolato!

Se un alieno si collegasse a internet di questi tempi tribolati e facesse una ricerca mettendo la parola chiave “vino”, o ancora meglio “vino rosso” troverebbe una caterva di articoli che associano il termine o i termini a “crisi”, “profondo rosso”, “calo dei consumi”… Insomma, la percezione chiara e cristallina sarebbe quella di un disastro senza precedenti.

Ora, è palese che qualcosa si sia inceppato nel bengodi del settore, che è cresciuto a doppia cifra o quasi dal 1990 al 2022, realizzando il vero e unico miracolo italiano promessoci dall’imprenditore di Arcore anni orsono. Praticamente una crescita continua, salvo due brevissimi stacchi: nel 2001, con la caduta delle Torri Gemelle, e nel 2008, con il collasso del sistema finanziario occidentale.

Arriviamo quindi da un passato eccezionale, che nessun altro settore produttivo italiano ha mai conosciuto, potendosi tranquillamente paragonare il vino italiano all’economia cinese e ai suoi incredibii successi. Partirei con questa riflessione, vi prometto rapida, da quello che è accaduto fino all’altro ieri.

Vini dealcolati

L’Eldorado quasi per tutti i produttori di vino del Belpaese (le eccezioni, naturalmente, confermano la regola). Praticamente chiunque si sia imbarcato nell’imbottigliamento e nell’etichettatura del proprio vino è in una situazione più florida di come si trovasse venti o trenta anni fa.

I numeri che ci vengono forniti dal 2023 raccontano, invece, che è in atto una contrazione anche piuttosto importante dei consumi, sia a livello interno (ma l’Italia non ha mai galoppato, perciò la perdita è quasi meno avvertibile), sia negli altri principali mercati internazionali (Stati Uniti in testa). Una crisi che ha investito con ancor più forza i vini rossi, rispetto ai bianchi e agli spumanti.

A leggere gli articoli che si susseguono mi par di intuire che due siano i “colpevoli” del calo (che tracollo veramente non è, se si guardano i numeri reali e non ci si fa prendere dall’isteria collettiva): i giovani e i salutisti dell’Unione Europea. Già solo a scrivere queste cose mi vien da ridere, perché se un fiore all’occhiello dell’economia italiana si ferma a un’analisi così gretta è palese il motivo per cui si vive questo appannamento.

Non siamo capaci di capire le giovani generazioni se le colpevolizziamo, il problema è quindi ancor più grave. Stesso discorso per la lotta contro i mulini a vento di un mondo che va nella direzione di mettere in guardia le persone rispetto ai prodotti che non fanno bene alla salute. Nascondere la testa sotto la sabbia e affermare che un bicchiere o due al giorno sono come ingerire acqua non funziona e probabilmente – non sono un medico, ma a naso mi pare che la ricerca vada in quella direzione – non è neppure esatto.

Dobbiamo imprimere una profonda sterzata al modo di comunicare il vino, che appare, al momento, un prodotto per vecchi benestanti, nulla di più lontano dall’immaginario dei giovani che stanno diventando uomini e donne. Utilizziamo un linguaggio paludato, noioso, pomposo in modo inutile, verboso, che rende una materia stuzzicante e intrigante più pesante di un macigno.

Questo non significa banalizzare, ma andare alla sostanza delle cose. Il vino è un prodotto della terra. Mi pare che sia di un’attualità incredibile. Quanto è più affascinante ed ecologicamente vicina alle nuove generazioni la coltivazione dell’uva rispetto alla produzione di un super alcolico o di una birra industriale?

Poi, fatemelo dire con forza ed energia: solo una miope industria può pensare che la panacea di tutti i mali del consumo sia il vino dealcolato! Dio ci liberi da questa piaga! Un prodotto che per sottrarre qualcosa che si genera in modo naturale viene sottoposto a processi fisici energivori: cosa c’è di più lontano dalla sostenibilità ambientale? Per non parlare della qualità organolettica di questi Frankenstein, degli abomini zuccherosi che inquinano il pianeta e i palati.

Il vino, la bevanda che amiamo e di cui scriviamo, nasce nelle zone più belle del pianeta: mostriamole quelle vigne, liberiamole dal diserbo e dalla chimica di sintesi, rompiamo alcuni tabù anche nel packaging. La poesia lasciamola ad alcuni grandi maestri, che solo incidentalmente si misero a scrivere di vino, mentre noi scribacchini torniamo all’essenzialità del nostro mestiere limitandoci alla cronaca reale del settore, che è talmente ricco di storie, panorami e spunti che non ha alcun bisogno di essere infiocchettato da una prosa mirabolante. I giovani si conquistano così e mettiamoci il cuore in pace, magari berranno anche qualche kombucha, ma se si avvicineranno a bottiglie prodotte con tutti i crismi e raccontate bene si innamoreranno del nostro amato vino.

Basta con gli alibi (la colpa è degli altri e del salutismo), basta con le scorciatoie che nulla hanno a che vedere con il mondo che amiamo, ma sono figlie della Coca Cola, e apriamoci con fiducia e ammirazione alle nuove generazioni. Impareremo tanto da loro e ci divertiremo anche un mucchio nel farci contaminare dalla loro freschezza.

Questo articolo è apparso nel Numero #11 della nuova Newsletter Slow Wine, per chi ama il vino buono pulito e giusto.
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