L’estasi e il vino (oppure il vino e l’estasi, come volete…)

Di recente, durante una degustazione (eh si, si possono ancora fare, non c’è ancora un decreto che le vieta…), un collega straniero che non conoscevo ripeteva spesso – nel suo buon italiano – «… questo vino mi manda in estasi».

Dopo la terza volta che ha ripetuto questa frase mi sono permesso di chiedergli che cosa intendesse per “estasi”, e la sua risposta è stata semplice e disarmante: «è quando un vino molto buono ti fa perdere la testa».

Ci ho ragionato su, e sono giunto alla conclusione che a me non sembra di aver mai perso la testa per un vino! Ho assaggiato vini buonissimi che mi hanno dato grandissima voglia di berne ancora (o, potendo, di bere solo quelli per giorni e giorni…); oppure ho assaggiato vini buonissimi che mi hanno dato fortissime emozioni, spesso più per “la storia” che c’era attorno alla bottiglia che per la (grandissima) bontà oggettiva del liquido dentro al bicchiere.

Ma non ho mai perso la testa, non sono mai caduto nell’estasi.

Forse sono troppo “nordico”… 🙂

Ma il collega straniero lo era ancora di più, almeno geograficamente parlando…

 

A quel punto, però, mi sono chiesto cos’è l’estasi?

Il vocabolario riporta questo: sostantivo femminile. Stato di isolamento e di evasione totale dalla realtà circostante dell’individuo completamente assorto su un unico oggetto; nella teologia cattolica, il grado più alto dell’esperienza mistica.

Se consulti Wikipedia invece trovi scritto: l’estasi (dal greco ἔκστασις, composto di ἐκ o ἐξ + στάσις, ex-stasis, «essere fuori») è uno stato psichico di sospensione ed elevazione mistica della mente, che viene percepita a volte come estraniata dal corpo: da qui la sua etimologia, a indicare un «uscire fuori di sé». Nonostante la diversità delle religioni, culture e popoli in cui l’estasi è stata sperimentata, le descrizioni circa il modo in cui essa viene raggiunta risultano straordinariamente simili. Si afferma di provare in questi momenti una sorta di annullamento di sé e di identificazione con Dio o con l’Anima del mondo”.

Il problema è che nella ricerca di sostanze che ti possano aiutare ad avviare questo cambiamento dello stato di coscienza – questa sorta di annullamento di sé – ci si imbatte subito nelle marcate differenze del tipo di viaggio interiore cui danno origine le diverse sostanze.

L’alcol – così come il caffè, la cocaina e la psilocibina (il principio attivo dei funghi messicani) – è una sostanza attivante che produce alterazione dello stato di coscienza attraverso l’eccitamento; oppio, hascisc e marijuana invece modificano la coscienza sedando. Sono due viaggi interiori opposti: il primo è tipico della cultura occidentale, il secondo della cultura orientale. Ma hanno lo stesso fine: superare il limite umano. E tendono allo stesso possibile capitolo ultimo: quello che noi occidentali chiamiamo, appunto, estasi e che gli orientali chiamano samadhi.

Insomma noi occidentali siamo più interessati ad un viaggio interiore che passa per l’emozione e l’eccitamento, anziché per il rilassamento e la meditazione. Siamo propensi all’estasi di tipo dionisiaco anziché apollineo. Le Baccanti arrivavano al loro viaggio interiore con il vino mentre i seguaci dei riti apollinei, così come i mistici, lo facevano con pratiche meditative: non bevevano.

In definitiva si potrebbe pensare che l’estasi sia una manifestazione della coscienza, non dello spirito. E qui ritorna ancora la netta differenza tra le due culture: per noi occidentali l’estasi è un avvenimento casuale, selvaggio, mentre in Oriente è una fenomenologia conosciuta, utilizzata e regolamentata.

In Oriente ci sono manuali che descrivono come arrivare all’estasi: sulla possibilità di “sognare lucido” i tibetani hanno costruito un modello della coscienza e una teoria del sogno che sono un capolavoro di lucidità. Nella nostra saggistica invece non c’è niente, neanche una riga.

E quindi ci “rassegniamo” a “sognare lucido” scolandoci ottime bottiglie di vino; che in fondo non è un gran brutto modo di vivere! Soprattutto di questi tempi…

 

 

 

in copertina: Artemisia Gentileschi, Maria Maddalena in estasi (olio su tela)

più sotto: scultura di Gian Lorenzo Bernini, L’estasi di Santa Teresa d’Avila