Le denominazioni sono un bene comune!

Durante la presentazione di Slow Wine 2023 avvenuta a Milano l’8 ottobre presso il Blue Note, abbiamo organizzato un convegno sul valore delle Denominazioni, di seguito riportiamo l’intervento di Angelo Peretti, direttore del Consorzio Bardolino-Chiaretto e giornalista.

 

Le denominazioni di origine sono un patrimonio collettivo, che come tale va difeso e valorizzato da tutti coloro che operano sul medesimo territorio (considero gli individualismi aprioristici antitetici col bene comune).

L’elemento cruciale di tale patrimonio collettivo è costituito dall’identità dei vini, che scaturisce da una più o meno complessa sommatoria di sfaccettature.

Il problema è che, talvolta, si smarrisce il senso identitario e si vira, anche inconsapevolmente, verso l’omologazione. In questo processo, può giocare un ruolo cruciale quella previsione legislativa che, in un quadro regolamentare sostanzialmente oggettivo costituito dai disciplinari di produzione, introduce un elemento di soggettività attraverso l’obbligo della valutazione organolettica dei vini da parte delle commissioni di degustazione costituite nell’ambito degli enti certificatori della denominazione di origine.

Se l’esame organolettico aveva un senso profondo agli albori delle denominazioni, quando imbattersi in vini di cattiva qualità non era raro, o anche dopo la grande paura del metanolo, ritengo che invece oggi sia sostanzialmente superato.

Anzi, talora – ribadisco, senza che vi sia una specifica volontà di esclusione – il sistema della valutazione sensoriale rischia di agire da freno alla crescita identitaria delle denominazioni di origine, finendo qualche volta per estromettere vini particolarmente espressivi. È per questo motivo che, pur consapevole che non esista sostanziale condivisione del mio pensiero, da alcuni anni insisto nel dire che le commissioni di degustazione vanno riformate o abolite.

La possibile riforma necessita di almeno due interventi correttivi.

Il primo è la formazione continua dei commissari e soprattutto dei capi panel. La responsabilità formativa dovrebbe essere in capo ai soggetti interessati alla crescita della capacità di “lettura” dei vini, e dunque i consorzi di tutela e anche eventuali associazioni tra produttori. Sarebbe poi opportuno che un numero maggiore di “produttori verticali” (“vignaioli”) entrassero a far parte delle commissioni di degustazione. Per questo, al di là della disponibilità dei singoli, è necessario il riconoscimento normativo della patente di “esperto” per i produttori, al pari di chi ha un titolo di studio specifico o di chi ha frequentato i corsi delle associazioni di settore: non vedo perché chi produce il vino di una denominazione non sia da considerare “esperto” della denominazione.

Se questi interventi correttivi non dovessero essere adottati, non resterebbe che abolire le commissioni, passando a inserire nei disciplinari o nei piani di controllo delle denominazioni più articolati parametri analitici.

Si inseriscano tutti i parametri utili a difendere l’identità del vino e i diritti del consumatore, a condizione che si tratti di elementi misurabili oggettivamente. Il vino che rispetti tali parametri dovrebbe fregiarsi per default della certificazione di appartenenza alla denominazione, senza bisogno di alcuna valutazione organolettica.