Jean Pierre Robinot ovvero di quella volta che sono andata a Parigi senza vedere il Louvre

Questa è la storia del mio viaggio a Parigi, il mio primo viaggio a Parigi. A 32 anni suonati, infatti, non avevo ancora mai visto la capitale francese. “Tocca rimediare” – ho pensato. Presto fatto: un biglietto aereo, una Lonely Planet e un monolocale in affitto su Airbnb. Una storia come tante, che potrebbe finire con un paio di selfie con la Torre Eiffel e la foto della Gioconda. Potrebbe, se non avessi pronunciato la seguente frase: “In fondo chi se ne importa della Torre Eiffel, perché invece domani non ce ne andiamo da Jean Pierre Robinot?”.

Lo dico scherzando, a esattamente sei ore dal mio arrivo a Parigi. Lo dico ridendo, mentre mi dirigo da Chambre Noire, una piccola e deliziosa enoteca di vini naturali con una selezione molto attenta alle nuove generazioni di produttori. Lo dico ed entrando nel locale ho un’apparizione: fra gli sgabelli spunta un sorridente e colorato Jean Pierre Robinot. “Sono ubriaca” – penso. E invece no (non ancora almeno), è proprio lui in persona e in tutto il suo splendore bohémien.

 

È incredibile quello che può accadere quando lasci che le cose accadano.

È così che, dopo tre ore di macchina e ancora zero attrattive di Parigi all’attivo, il giorno dopo mi ritrovo in Loira dove Robinot – maglietta di Che Guevara, camicia psichedelica e gilet di pelle – mi guida nel buio umido e illuminante delle tre caverne di pietra, che sono le cantine dove crea capolavori allo stato liquido.È così che la storia del mio viaggio a Parigi si trasforma nella storia della mia visita a uno dei protagonisti più eclettici e stimolanti del vino naturale.

Robinot è una di quelle persone dall’età indecifrabile, una persona che mette un’inspiegabile e incosciente allegria. Un surrealista del vino, anzi della vita: fra i primi, negli anni ’80, ad aprire un’enoteca di vini naturali a Parigi, L’Ange Vin, e uno dei fondatori della rivista “Le Rouge et Blanc” (la bibbia!). Il suo incontro col vino avviene nel 1970 quando, sfogliando un libro, è incuriosito dalle classifiche enoiche. Poco dopo partecipa a una vendita di vecchie annate di vini di Bordeaux dove incontra il critico svizzero Michel Dovaz. I due diventano amici e insieme stappano bottiglie su bottiglie. Così Robinot assaggia tutto quello che aveva sempre voluto provare, formandosi un proprio gusto e appassionandosi irrimediabilmente al vino. Dopo gli anni parigini, agli inizi del 2000, sente la necessità di rivivere quello che aveva conosciuto da bambino: la campagna, le vigne, la natura. Torna in Loira, a Chahaignes, la sua terra di origine, consapevole della grande vocazione vitivinicola di questa zona, e fonda la cantina Les Vignes de l’Ange Vin. Il suo primo vino lo chiama “Cuvèe TGV”, un tributo al treno che prendeva per fare avanti e indietro da Parigi. Poi, man mano, le etichette e gli appezzamenti si moltiplicano.

Oggi Robinot lavora dieci ettari fra cui spuntano vigne centenarie a piede franco. Le varietà coltivate sono chenin blanc (o pineau de la Loire) e pineau d’Aunis. Entrambi vitigni autoctoni, entrambi fragili, dispettosi da coltivare. Il primo, varietà a bacca bianca, ha un’acidità spiccata e una propensione a essere attaccato dalla botrytis cinerea (muffa nobile). Il secondo è una varietà rossa storica di questo territorio ma oggi praticamente sconosciuta ai più. Negli ultimi due secoli, infatti, la vita non è stata facile per il pineau d’Aunis, che è stato spesso sul punto di scomparire per colpa della fillossera, prima, e dell’abbandono delle campagne durante la seconda guerra mondiale poi. I vini di Robinot sono liberi e visionari, come lui. Sono prodotti in modo naturale, senza aggiunta di solforosa e con lieviti indigeni. Le fermentazioni sono lunghe, così come gli affinamenti, e avvengono in vecchie botti di legno. Iniziamo bevendo diverse annate dei suoi Pét-Nat (abbreviazione di pétillant naturel) e cioè dei vini rifermentati in bottiglia secondo il metodo ancestrale, che sostano dai 24 ai 36 mesi sui lieviti. Profumano di erbe officinali e cedro e, in particolare certe annate, hanno un palato così cremoso da far impallidire alcuni fra gli Champagne più blasonati.Continuiamo con i bianchi, che sono vinificati con pressatura soffice e lenta e sono una continua sorpresa: passano con nonchalance dall’acidità alle note ossidative, attraversando frutta matura, sale, spezie, radici e note di muffa nobile. I rossi a base di pineau d’Aunis, che in passato hanno completamente stravolto il mio palato avviandolo a un nuovo alfabeto, invece, sono vinificati a bacca intera e con i raspi. Sono vini lunghissimi e impetuosi, da cui è difficile staccarsi.

E così via, gli assaggi continuano fra le botti e le risate, fino a che non incontro una versione sorprendete di Chenin blanc, che ha un’impronta marcatamente ossidativa. Cerco di capire (con non poche difficoltà linguistiche) come mai si distacchi così tanto dagli altri vini bianchi. Scopro che l’ossidazione di cui Robinot parla avviene direttamente in bottiglia, che è lasciata scolma per permettere al vino di coabitare con il tempo e con il vuoto. Un vuoto che agisce un po’ come il silenzio nella musica: “sottolinea, amplifica, fa vibrare, fa risaltare, preannuncia, sospende, invade.” (cit. Claudio Abbado). Il risultato è un vino penetrante e difficile da dimenticare. Geniale! Ne bevo ancora un ultimo abbondantissimo sorso. È tempo di ripartire per fare almeno un selfie con la Torre Eiffel.