In morte di un vecchio bevitore

Sul giornale di ieri era scritto “Addio al Barone del centro”; io lo chiamavo Chiodo sia perché era alto e secco come un chiodo sia perché, quando chiudevo l’enoteca dove lavoravo, mi fermavo tutte le sere, dal lunedì al sabato, a bere un chiodino al bar in piazza insieme a lui. Chiodo è morto ieri a 75 anni, più o meno.

Era un bevitore d’altri tempi. La sua dedizione all’alcol era nobile e posata come si conveniva a un uomo della sua età. La magrezza, il viso lungo e scavato, le braccia, le gambe lunghissime e il modo di vestire elegante, da bohémien di provincia, erano connotati impossibili da trascurare come impossibile era non incontrarlo nel centro storico durante la sua quotidiana e personale processione da barino a barino.

Era un geografo della bevuta Chiodo, scandiva le ore della pensione in bicchierini puntuali nelle mescite della città. Mentre quest’ultima camuffava la propria identità con gli abiti seriali dell’accoglienza turistica ricacciando i suoi abitanti meno lustrati nelle vie inconsuete, il lungo bevitore pedalava noncurante con bicicletta e bastone lungo l’itinerario di sempre portando la sua presenza nei budelli reconditi del centro cittadino.

La mappa alcolica era infallibile, conosceva le specialità di ogni bar e la sua era quel tipo di sapienza depositaria di una storia cittadina non scritta nei libri ma fradicia, per citare il poeta, di poesia sporcata dalle vite comuni incontrate di fronte a ogni bancone. Non ho mai saputo quale fosse il giro esatto; so però da dove avesse inizio.

«Siccome ci tengo alla mia salute – mi diceva, nella sua ironia infinita, alzando l’ossuto indice – inizio dalla farmacia»

«Come dalla farmacia?» rispondevo ignaro io.

«Certo verso le 10 di mattina, entro e mi affaccio su quel bel bancone di marmo. Una china per favore, chiedo. Un bicchierino di quel liquore ben dispone al resto della giornata».

Prima della bici, Chiodo girava su uno Scarabeo 50 cc. Allora era in salute e i confini delle mura cittadine non rappresentavano un ostacolo insormontabile. Anche nei bar periferici aveva una liturgia godereccia e chirurgica che mi incantava. Conosceva i piatti del giorno di ogni posto. Sapeva la cadenza diaria e topografica di trippa in umido, baccalà lesso, zuppa di verdure, coniglio in umido, polpette di lesso e lesso rifatto, salsiccia con rapini e rovelline rifatte con i fagioli a stringa. Un calendario gastronomico dei piatti popolari della cucina locale ritrovati giorno per giorno.

Ricordo che avevo progettato un documentario su di lui. Una specie di road movie alcolico: lo spilungone sul suo Scarabeo in giro per bar e trattorie; una specie di Don Chisciotte contemporaneo con i bar al posto dei mulini a vento. Chiodo era d’accordo ma poi un incidente con il motorino lo costrinse al bastone e alla bici limitando il proprio raggio d’azione ai bar del centro e capitolare il mio progetto video tra le innumerevoli cose non fatte.

«Bevi troppo veloce» soleva dirmi davanti al bicchiere

«Vero, lo so»

«Ricordati che le grandi costruzioni si reggono su fondamenta solide e gettate con pazienza» scherzava.

Credo che ogni piccolo consorzio umano abbia bisogno di uomini come fu Chiodo. Sono quelle persone che congiungono le generazioni permettendo il passaggio di quei tratti culturali condivisi che fondano le collettività. Portatori di una sapienza semplice i saggi bevitori come lui riescono a rallentare la fuga verso l’omologazione della culture locali, fornendo un punto di vista alternativo che illumina la contemporaneità relativizzandola in un percorso storico che ha visto un paese, come l’Italia, passare in poco tempo dalla fame al benessere con tutto ciò che ne consegue.

“Voglia Dio concedere a tutti noi, a noi bevitori, una morte tanto lieve e bella”. Così si conclude il romanzo di Joseph Roth La leggenda del Santo Bevitore. Ecco spero che per Chiodo sia stato lo stesso.