In Abruzzo, alla (ri)scoperta del montonico

Sono in pochi a conoscere il montonico, ma la sua storia è antica e importante. Una fonte risalente al 1615 del Catasto Onciario testimonia che già in quel periodo, nel territorio teramano di Bisenti, esistesse un vitigno con questo nome.

Nel 1825 l’ampelografo Acerbi asserisce che il Centro Italia rappresentava la zona d’elezione per il vitigno, conosciuto anche con i sinonimi Chiapparone, Ciapparuto e Rappenollo. Più tardi Di Rovasenda (1877) sostiene che è coltivato nel territorio che va da Fermo a Chieti, dove assume varie e curiose denominazioni: Fermana Bianca, Firmano, Racciapolone, Racciapaluta e Ciapparone (in tutto l’Abruzzo).

Le ultime citazioni risalgono al Bruni (1962), che descrive il montonico coltivato nel Teramano precisando che fino agli anni Cinquanta era spesso esportato come uva da tavola e che per le popolazioni rurali fungeva da riserva alimentare grazie alle sue doti di conservabilità.

Veniva coltivato preferibilmente in alberata, garantendo abbondanti quantità tanto in collina quanto in pianura. È un vitigno diverso dal Mantonico bianco e dal Montonico Pinto tradizionalmente coltivati in Calabria. È iscritto al Registro Nazionale delle Varietà di Vite dal 1970.

Fino agli anni Sessanta il montonico era ampiamente diffuso in Abruzzo, in particolare nella provincia di Chieti e nei dintorni di Sulmona e di Teramo, nonché nelle Marche, soprattutto a Macerata e nel Fermano. Da allora è andato sempre più ritirandosi in ristretti areali. Oggi rimane presente prevalentemente nella zona di Bisenti e Cermignano dove anche in passato ha avuto la maggiore estensione di coltivazione.

Tradizionalmente l’uva si mangiava fresca o passita e si trasformava in vino e aceto: per secoli il montonico ha rappresentato un’importante fonte di sostentamento e reddito per la popolazione di questa zona povera e montana alle pendici del Gran Sasso.

È un vitigno molto vigoroso, che grazie alle sue innate doti di adattamento ha trovato in queste zone di alta collina e di montagna la sua giusta identità. Le avversità pedoclimatiche (clima freddo invernale e terreni duri, ciottolosi, calcarei) gli hanno donato le tipiche caratteristiche organolettiche, ovvero basso grado zuccherino, spiccata acidità, profumi floreali e minerali.

La produzione di vino è al momento praticata a livello professionale solo da pochissimi produttori, tra i quali vi segnaliamo questi quattro (in ordine alfabetico):

 

Ciccone, di Bisenti (TE)
Abruzzo Montonico Sup. Pretonico 2018
Vino di spiccata personalità, incentrato più sulle note rocciose e minerali che sul frutto, con un piacevole contrasto leggermente tannico.

 

D’Alesio, di Città Sant’Angelo (PE)
Abruzzo Montonico D’Alesio 2020

Buona interpretazione di un vitigno di non facile lettura: erbe aromatiche e note agrumate, tanta sapidità e un finale piacevolmente amarognolo.

 

Francesca Valente, di Bisenti (TE)
Abruzzo Montonico Sup. Emozioni n°3 2019
Sapido e saporito, ti chiaro timbro fruttato-floreale, tira fuori anche un delicato e curioso tratto e fumé.

 

Vini La Quercia, di Morro d’Oro (TE)
Abruzzo Montonico Sup. Santapupa 2020
Essenziale, leggiadro ma incisivo, esprime bene il carattere varietale più giovanile con toni citrini e floreali.