Il Piemonte è una grande terra di bianchi?

BancadelVinoI bianchi a casa dei rossi: questo l’invito alla degustazione, svoltasi mercoledì sera alla Banca del Vino di Pollenzo, che odora di sfida e pungola le papille del bevitore già dall’incipit. Era da provare, infatti, che una terra rossista nel sangue come quella piemontese potesse esprimersi ad alti livelli anche con le uve bianche. La domanda (o il dubbio) era legittima e le risposte (o conferme) nel bicchiere ci sono state, e anche molto interessanti. Cinque bianchi da tre territori diversi – Langa, Roero e colli Tortonesi – hanno sfidato, più che i “fratelli” rossi, il clima autunnale di una fredda giornata piovosa come da tempo non si vedeva.

Da sinistra a destra nel bicchiere si sono susseguiti il Langhe Bianco Dragon 2011 dell’azienda Baudana di Serralunga d’Alba, taglio di chardonnay, riesling e nascetta; il Langhe Bianco Rosserto 2011 di Giovanni Manzone di Monforte d’Alba da uve rossese bianco in purezza, che insieme alla nascetta sono gli unici due vitigni bianchi autoctoni della langa barolista; il Langhe Bianco Vigna Meira 2011 di Poderi Einaudi di Dogliani da un clone alsaziano di pinot grigio; il Colli Tortonesi Timorasso Brezza d’Estate 2010 della Cascina I Carpini di Pozzol Groppo dalla varietà locale timorasso, ultimamente assai rivalutata (e non per caso); e, infine, il braidese Langhe Bianco Montalupa 2008 di Ascheri: un 100% viognier, proveniente da una selezione massale di un vivaista francese della Côte du Rhone e piantato su suoli sabbiosi molto ripidi, in pieno sud, in località Montalupa nel comune di Bra.

Innanzitutto una constatazione: a dispetto delle annate recenti presentate, la terra non mente: il Piemonte dà grandi rossi da invecchiamento ma i bianchi non son da meno. Questi vini hanno dimostrato di poter maturare molto bene e dare grandi soddisfazioni all’appassionato anche dopo molti anni. E lo conferma l’esperienza: vecchie annate di Timorasso, così come di Riesling (due vini che nell’evoluzione convergono su sentori di idrocarburi) ma anche di nascetta (n.d.A. ricordo con piacere una verticale in Banca del Vino dell’azienda Elvio Cogno con sette annate sino al 1994) acquisiscono personalità e complessità durante l’affinamento. Dello stesso parere è Mauro Manzone, figlio di Giovanni, da cinque anni in azienda che ci racconta: <<Il rossese è un’uva che matura tardi, dal grappolo spargolo e dalle basse rese (n.d.A. motivo per cui era stata praticamente abbandonata in Langa nel dopoguerra) che ben coltivata e vinificata dà vini longevi>>. Io stesso nell’occasione di una vista in azienda ho potuto assaggiare un ottimo millesimo 2001. L’annata giovane proposta paga il legno ancora evidente (circa 12 mesi di tonneau da 500 lt) che deve ancora amalgamarsi nel corpo grasso del vino. Da attendere.

Complimenti anche a Maddalena Ghislandi de I Carpini, giovane realtà del tortonese, dirimpettaia del più conosciuto Walter Massa (il viticoltore che ha portato in auge il timorasso insieme all’amico, anch’egli produttore, Franco Martinetti) che nella sua interpretazione ricerca semplicità e franchezza (solo uso di acciaio) pur affidandosi a macerazioni più spinte che scalzano le note floreali e tingono di spezie le evidenti note fruttate di mela e sidro che subito colpiscono le narici.

IMG_1405

Terminiamo con il vino di casa, il Montalupa, e con il suo enologo, Giuliano Bedino, dal 1996 alla Ascheri, che ha illustrato con estrema chiarezza la linea aziendale e le scelte in vigna. Ascheri, che consta di tre tenute, ha deciso di puntare sulle varietà locali rosse nei vigneti langaroli e di osare invece di più, affidandosi al viognier e allo syrah, in quello roerino con l’obiettivo comune di fare vini che potessero invecchiare. Il progetto nato nel 1993, dopo un’attenta ricerca sui possibili vitigni da impiantare a seconda del suolo, e dopo numerose prove di vinificazione – variando la tipologia di contenitori e permanenza in legno – ha dato luce a un vino estremamente ben fatto, piacevole e godibile anche dopo 10 anni e che dà il meglio di sé in annate fresche. La smentita arriva subito, per altro dallo stesso Bedino, che ci dice che dalle temperature sahariane del 2003 è invece uscito un ottimo vino di gran beva e giusta acidità: ancora disponibile in Banca.

Gli assaggi ci dimostrano chiaramente che il vigneron colto e saggio può far rendere assai bene un’uva bianca su un terreno che storicamente predilige il rosso: rispetto delle fasi agronomiche, nessuna forzatura, ricerche su portainnesti e cloni così come assiduità e costanza in cantina nel cercare l’espressione più pura del vitigno danno i loro frutti. Certo che, attualmente, il sauvignon è meglio in Loira, lo chardonnay in Borgogna e il riesling in Germania ma i mezzi odierni e l’applicazione ci fanno avvicinare alla comprensione del nostro terroir e riserveranno grandi sorprese per il futuro.

 

Foto di Francesco Mel