I Pallagrello (bianco e nero): due varietà assolutamente da scoprire

In Italia si produce vino in tutte le regioni – caso pressochè unico al mondo – e in ognuna di queste vengono coltivati, da lungo tempo, alcuni interessanti vitigni che vengono banalmente definiti “minori” solamente perché, per vari motivi storici, non sono mai entrati nell’olimpo delle presunte migliori varietà nostrane.

Negli ultimi due decenni c’è stata una giusta riscoperta e una virtuosa valorizzazione di queste varietà autoctone, che in taluni casi è diventata anche fenomeno di moda, commercialmente assai rilevante: pensiamo, per esempio, alle attuali pressanti richieste del mercato per Falanghina, Pecorino, Nerello, ecc. … Per certi versi sembra che si sia improvvisamente sovvertita una tendenza, per cui oggi diventa quasi impossibile convincere qualcuno ad assaggiare una buona bottiglia di Chardonnay o di Cabernet Sauvignon (e ce ne sono tante in Italia di assolutamente interessanti), quasi ci fosse una crisi di rigetto per queste varietà che trionfavano in tutti i wine bar d’Italia solamente 15-20 anni fa. Ma si sa, il mondo del vino vive di inconcepibili estremismi modaioli…

Abbiamo intenzione di proporvi, una volta a settimana, un bel giro per la penisola alla scoperta di queste bellissime varietà. Seguiteci 🙂

 

 

PALLAGRELLO BIANCO E PALLAGRELLO NERO

 

Il nome di queste due varietà trae probabilmente origine dal pagliarello, il graticcio di paglia dove l’uva veniva tradizionalmente posta ad appassire.

In passato il pallagrello bianco è stato considerato semplice sinonimo della coda di volpe bianca: l’errore nasceva dal fatto che entrambi i vitigni hanno un grappolo che ricorda nella forma la coda della volpe. Questa similitudine morfologica ha convinto i contadini di essere in presenza di un’unica varietà. quando in realtà erano due uve distinte; questa convinzione era così saldamente ancorata che ha portato anche alcuni ampelografi a sostenere la tesi del vitigno unico. Coltivato in ambito molto ristretto rispetto alla coda di volpe, l’autentico pallagrello bianco – che le recenti analisi del Dna hanno definitivamente reso indipendente – trova la sua origine tra Piedimonte e Alife, nell’alto casertano.

Per quanto riguarda invece l’origine della varietà a bacca scura, se si accetta la tesi sostenuta da alcuni studiosi secondo cui il pallagrello nero – chiamato a giusto titolo anche coda di volpe nera per la forma del grappolo – sia un tipo di coda di volpe bianca a bacca nera, allora si può collegarlo alla Vitis alopecis di origine greca descritta da Plinio. Agli inizi del Novecento la varietà subisce un inesorabile declino: il suo rilancio, dovuto a qualche caparbio neoviticoltore del Volturno, risale alla fine degli anni Novanta.

I due pallagrello vivono il loro momento di massimo splendore durante la seconda metà del XVIII secolo, sotto il regno di Ferdinando IV di Borbone, che giudica il piedimonte rosso e il piedimonte bianco – così venivano chiamati, perché si pensava fossero originari del comune di Piedimonte Matese – come le uniche due varietà campane degne di figurare nella magnifica e famosa Vigna del Ventaglio di San Leucio di Caserta, un esteso vigneto a semicerchio con dieci raggi, destinati alle dieci varietà più prestigiose del Regno delle Due Sicilie.

In passato la coltivazione del pallagrello nero era accertata, oltre che lungo il fiume Volturno, in buona parte della Campania, nei pressi di Venafro (nel vicino Molise) e più raramente in Calabria. Il suo habitat odierno si è ristretto alla zona a nord-est della città di Caserta, nel territorio dei comuni di Alife, Alvignano, Caiazzo e Castel Campagnano. L’area di coltivazione del pallagrello bianco rimane per ora limitata alla provincia di Caserta, in prevalenza nei comuni di Caiazzo, Castel Campagnano, Castel di Sasso e zone limitrofe.

Il pallagrello bianco ha un grappolo cilindrico e alato, abbastanza piccolo. Anche l’acino è piccolo, di forma rotonda e di colore giallo-verde. Arriva a maturazione tra la seconda e la terza decade di settembre, con buona resistenza alla botrytis se non viene troppo ritardata la raccolta. Il grappolo del pallagrello nero invece è piccolo, cilindrico, senza ali e abbastanza spargolo. L’acino è piccolo, sferico, con buccia spessa di colore blu nero. Tradizionalmente era allevato a raggiera, ma i vigneti odierni a spalliera sono più razionali. L’epoca di maturazione cade di solito tra la seconda e la terza decade di ottobre.

 

Di seguito segnaliamo le migliori, a nostro avviso, etichette di pallagrello bianco e nero, prodotte da un numero purtroppo limitato di aziende campane.

ALE.P.A.

Alepa è oggi una realtà di riferimento se parliamo di pallagrello, e Paola Riccio, che la guida da più di 10 anni con idee e progetti sempre nuovi, ha ereditato dal padre la forte passione per il suo territorio. Il Riccio Bianco 2014 è il principe di casa: un must per l’azienda, dal carattere vivace e tipico; figlio di una lunga fermentazione a temperatura controllata, viene lasciato maturare per oltre un anno in vasche di acciaio. Un vino che esprime colori dorati e sentori ricchi e corroboranti di frutta a pasta bianca, oltre che di erbe aromatiche, fiori selvatici e iris: è succoso e tonico, immediato e dinamico interprete del suolo da cui prende vita; al palato è gustoso e mai banale, capace di soddisfare l’assaggio sia per la giusta pienezza di beva sia per la bilanciata vena acido-sapida.

 

CANTINA DI LISANDRO

A Castel Campagnano i coniugi Rosa Fusco e Almerigo Bosco, uniti dalla volontà di riprendere le tradizioni di famiglia, nel 2006 hanno fondato la Società Agricola Poderi Bosco, impiantando 10 ettari di vigneto a pallagrello e casavecchia. Il Lancella 2017, da uve pallagrello bianco in purezza,è sottile e poliedrico: al palato racconta di un’intensa sapidità, ben sorretta da una buona spalla acida. Il pallagrello nero invece da origine al Nero di Rena 2015, che nasce su suoli sabbiosi: la maturazione avviene parte in acciaio, parte in legno e parte in anfora; profuma di piccoli frutti scuri e ha cenni floreali di bella eleganza. Il Terzarulo 2017 infine è il blend autoctono di casa, da uve pallagrello nero e casavecchia: si presenta con un bouquet speziato e intenso con sentori di violetta, more, carruba e pepe; il sorso è ricco e piacevole, percorso da buon tannino e ottima sapidità.

 

SCLAVIA

Correva l’anno 2003 quando Andrea Granito diede sfogo all’ambizione che lo aveva conquistato, venendo poi affiancato da Lello Ferrara e da Pasquale e Fortuna Mormile: il ritorno alla campagna è diventato effettivo con l’acquisto di un terreno su cui dare spazio ai vitigni autoctoni della zona: casavecchia e pallagrello. Eleganti, minerali e territoriali i vini di Sclavia: lo si avverte soprattutto nel Pallagrello Bianco Calù 2017, fermentato in acciaio e vinificato con un saldo di fiano del 20%; possiede un bouquet di erbe aromatiche che si innesta su un giusto equilibrio acido-sapido e su una bella persistenza al palato. Il Pallagrello Montecardillo 2016, da pallagrello nero, regala un naso fruttato-floreale, una bocca piena e succosa e una chiusura ancora sapida.

 

NANNI COPÈ

Giovanni Ascione – uomo poliedrico, che riveste il ruolo di agronomo, enologo, amministratore e commerciale della propria azienda – festeggia il decennale della sua piccola grande avventura: una cantina nata nel giardino di casa da cui è uscito uno degli ultimi vini-evento della Campania, capaci di far parlare e stupire critica e appassionati. Il Sabbie di Sopra il Bosco 2016 è un blend di aglianico, casavecchia e pallagrello nero: è un vino completo, ampio, fresco, pimpante, assolutamente da non perdere. Legno e frutta sono già perfettamente fusi al naso, al palato è scattante, dinamico, bevibile. Intendiamoci, è una delle migliori annate perché ricorda molto la buonissima 2010 per il suo equilibro. Un rosso che, riprovato da solo, ci conferma l’enorme potenzialità che potrà esprimere con il passare degli anni.

 

La nostra piccola rassegna non è finita: la Tenuta Fontana, azienda vinicola della provincia di Benevento, curerà il ripristino dell’antica vigna ubicata nel Bosco di San Silvestro, oasi verde all’interno dei giardini della Reggia di Caserta. La procedura negoziata per l’affidamento in concessione della vigna per 15 anni è stata definita circa un anno fa: ora ci vorranno almeno un paio di stagioni affinché l’azienda possa rimettere a posto la vigna, riadattandola per la coltivazione del pallagrello, tanto amato dai reali borbonici.