I dolori del vecchio wine blogger

Quando qualche settimana fa Giancarlo Gariglio mi ha chiesto se mi avrebbe fatto piacere, ogni tanto, (tornare a) scrivere per Slowine ho avuto un sussulto.

Non è così interessante approfondire né perché il curatore della guida me l’abbia chiesto, né perché io abbia avuto un sussulto. Ciò che conta, per non stiracchiare ulteriormente questo già ridondante incipit, è che siano passate due settimane dalla richiesta, e che dopo il repentino “sì” alla sua proposta, io ci abbia pensato assai, incagliato (e ingarbugliato) nella peggiore committenza che uno scribacchino possa ricevere: «totale libertà e creatività, scrivi ciò che vuoi».

 

Ora, solo se si dispone di un tema, si è veramente liberi.

Fosse stato anche “obelischi e barbera”, “fra uncinetto e Chardonnay”, “affinità e divergenze fra gli aztechi e il Pinot Noir” o “Wagner biodinamico ante-litteram?”. Basta documentarsi un minimo e poi hai voglia a sbracare autocompiaciuti. Rischiando addirittura di passare per secchioni su obelischi e barbera. Ma in assenza di committenze mirate si naufraga nei gorghi delle più astruse ipotesi, scartandole in nervosa litania di no, no, no, e poi no, e poi ancora no.

E le settimane passano, fino a quando, spossati, autostrattonati in opposta direzione, si è preda di qualsiasi flebile fascinazione, e si finisce a far passare per buone o accettabili idee che non lo sono affatto. Ed eccoci qui.

Quel che si dice “mettere le mani avanti”.

 

La sindrome di Troy McClure

Non ci speravo, ma ho scoperto che esiste su wikipedia la biografia aggiornata di Troy McClure, il famigerato personaggio che, a intermittenza, si affaccia nelle puntate dei Simpson con il suo refrain declinabile all’infinito: Salve, sono Troy McClure. Forse vi ricordate di me per film come:

“Le avventure di Alice attraverso il parabrezza”.

“La guardia costiera”.

“I Muppets nel Medioevo”.

“Falsi allarmi tornado riducono la prontezza di riflessi” eccetera, eccetera.

Wikipedia, alla quale vi rimando per una spassosa ed educativa lettura in merito, recita: «Troy McClure è lo stereotipo dell’attore di Hollywood che ha fatto il suo tempo: famoso nei primi anni Settanta, la sua carriera ebbe un forte declino a causa delle dicerie riguardanti una forma di parafilia nei confronti dei pesci. Nella maggior parte delle sue apparizioni nella serie presenta brevi filmati, come video educativi e pubblicità».

 

Ora, tolta la parafilia, che in ambito psichiatrico e sessuologo è la pulsione erotica verso oggetti o animali non consenzienti, e fatta la tara sulla mia pressoché nulla notorietà venti, quindici anni fa negli ambienti della scrittura in qualche modo collegata al vino, Troy McClure sono io, siamo noi, giornalisti dell’altro millennio, quasi di un’altra era geologica per quel che concerne la comunicazione enogastronomica e i Simpson, ovvero la contemporaneità, sono i wine blogger di oggi e, in qualche modo, anche mia moglie che, recentemente iscritta e frequentante il corso di primo livello presso l’AIS, li segue con avida curiosità, pur non mancandole discernimento e spirito critico.

Ma come fuggirne se l’epifania del vino è recente, i tempi dirottano le passioni su nuovi media e se a dettare legge (in qualche modo anche didattica) sono il numero dei followers?

 

Per farla breve, ho scritto per Slow Food prima di fare tutt’altro, di cibo, paesaggi, biodiversità e vino, dal 1998 al 2007.

Nel pressoché totale disinteresse generale.

In parte dovuta al sottoscritto, che non aveva ruoli nell’assegnazione di bicchieri e fama nella celeberrima guida che ha fatto – bontà sua! – la storia dell’enologia italiana. E in parte dovuta al fatto che (forse nessuno se lo ricorda più) in quegli anni a parlare di vino e cibo eravamo quattro gatti, ma così autoreferenziali da supporre che il mondo della comunicazione o forse il mondo tout court orbitasse intorno ai nostri interessi.

Quando se ne esce si scopre un mondo altro, quasi basiti, e non è raro che ogni tanto si riaffacci la voglia di riaccucciarsi laggiù, nella compiaciuta e comoda eleganza d’antan di ciò che si è lasciato. Ed ecco il pronto “sì” a tornare a scrivere su queste pagine che un tempo erano casa, dolce casa.

 

Fantastici quegli anni?

Ma ricordate il mondo di venti anni fa?

L’universo del vino era in piena espansione, ma tutto sommato erano poche voci a raccontarlo. E il Gambero Rosso, e Wine Spectator, e Bibenda, e Decanter, e Raspelli, e Cernilli, e Maroni, e Sangiorgi, e Massobrio, e via sfilando sempre nelle stesse rituali processioni, talvolta con valzer di battibecchi, per quanto frizzanti. Cappucci aguzzi, paramenti, fiaccole e incensi. Confraternite illuministe. Belle, ieratiche, morbide e calde nel saio damascato d’ordinanza. Con soli due nomi che svettavano nel chiacchiericcio querulo ma comunque d’avangarde delle classifiche onanistiche degli esperti, che hanno saputo dare un respiro più umanistico a questo piccolo mondo antico di dandy fuori tempo massimo o di neo-gourmet di un’epoca che stava sbocciando: senza piaggeria, Carlin Petrini e Luigi Veronelli fra chi pensava e scriveva. Stessa pasta dei Rinaldi e dei Mascarello, al di là della staccionata, fra quelli che invece il vino lo facevano. E poi i Barolo Boys, la nouvelle vague, il Rinascimento post metanolo: ce n’era di fermento sulle colline! Ma questa è un’altra storia. Molto più complessa dello spazio che le si può dare qui. Resta il fatto che alle cerimonie di assegnazione dei Tre Bicchieri in un qualche salone ben agghindato, pur ampio che fosse, stava stipato tutto il mondo del vino che scriveva e di cui si leggeva allora.

Per quanto si avesse tutti la sensazione di stare al centro di un big bang epocale, con esplosioni a catena che deflagravano sia nel bouquet delle bottiglie, sia nelle penne di chi le degustava e giudicava, a guardalo con la prospettiva odierna quel mondo assomigliava a una corte francese settecentesca, di personaggi anche talvolta colti ma monocratici e monolitici nella reiterazione delle solite danze arcaiche, col clavicembalo che ne scandiva i passi e gli arditi calembour semantici a infiocchettarne i pensieri. Un mondo che allora fu già con lungimiranza spettinato dai venti burrascosi della poetica (e soprattutto dalla politica) slowfoodesca, ma recentemente è stato brutalemente spazzato via dalla rivoluzione che quella corte stessa ha contribuito ad apparecchiare (e armare), come sempre va nella storia. E oggi ci sono wine blogger da centinaia di migliaia di follower che ovviamente disconoscono la paternità di quei vetusti antenati, che legittimamente sgambettano ilari sulle macerie di quell’aristocratico buon mondo antico a suon di selfie abbraccianti e sboccianti magnum o salmanazar, spesso ahimè alternandoli a scatti di pura autocompiaciuta ricchezza, dagli orologi alla moda ai plateau royal in Costa Azzurra (che Dio li abbia comunque in gloria, i plateau intendo).

Ma che nella moltiplicazione morbosa dell’interesse intorno a un argomento che per noi era pionieristico, non vergine da snobismi, contribuiscono a una pornograficizzazione, per quanto inevitabile, del tema.

Perché ogni sovraesposizione è pornografica, detto per pura annotazione scevra da moralismi di sorta.

 

Ma vabbé, il discorso si fa lungo e non son certo di essere nel solco di quanto (non) mi ha chiesto Giancarlo. Di conflitti generazionali son zeppe, traboccanti le generazioni.

Per non dire di quanto sia patetico invecchiare e rivendicare un qualche merito, o primogenitura, o “era meglio quando”. Forse vi ricorderete di me per quell’articolo sul Fiano d’Avellino…

Dunque, proviamo a chiuderla sul prosaico aneddotico.

 

Hasta la revolución siempre!

«Martina» (al secolo, mia moglie), «mi fai un veloce Bignami degli influencer sul vino che oggi vanno per la maggiore»?

Ci armiamo di Instagram e partiamo.

Segue una rutilante carrellata di foto di bellocci e strafiche che scrivono in un italiano, talvolta eccellente talvolta meno, molto meno, che celebrano le qualità di questa o quell’altra bottiglia condendo le loro argomentazioni di luci giuste, contrasti cromatici azzeccati, spesso qualche boria di troppo intorno al pedigree delle etichette più blasonate, ma raggranellano una quantità di lettori (o like) che all’epoca noi ci sognavamo.

Ma non si diceva, all’epoca, che a ciò noi miravamo?

Ma non si diceva, all’epoca, che si voleva sdoganare il buon bere dall’asmatica, reumatica, polverosa accolita dei “sempre soliti quattro gatti”?

Martina, che è un po’ più giovane di me ed è stata folgorata sulla strada dei tannini da pochi anni, mi guarda (e compatisce) come un Troy McClure della malolattica o della solforosa. Oggi il vino è interessante come la moda o gli amori dei reality. Il vino è un reality show. Chi l’avrebbe anche solo sperato? Quante ragazze all’epoca ho annoiato roteando il bicchiere ampolloso sotto il loro e il mio naso, quando allora era un retaggio gozzaniano e oggi è – vivaddio! – mainstream?

Io mi ricordo che ero giovane, inesperto e sprovveduto, e tuttavia tutto quello che so l’ho imparato negli uffici di Slow Food in quegli anni. E non mi riferisco, ovviamente, solo al vino.

Su “La Gola”, che ho letteralmente divorato grazie al monumentale archivio di Slow Food Editore, scrivevano Capatti, Sassi, Volponi, Attisani, Veronelli, mamma mia che vertigini linguistiche! E quante divagazioni filosofiche intorno al collo di una bordolese, che non occhieggiavano con superficialità alla bella vita accostandoci Rolex e chef superstar, ma è innegabile sia solo cambiato lo strumento del compiacimento. Che forse allora era più spocchioso, intellettualoide, mentre oggi spesso si accontenta di essere meramente contabile. Ed è un dato di fatto che la platea si sia per un motivo o per l’altro enormemente dilatata. Non era ciò che si voleva?

 

“La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra”.

Se nella frase di Mao-Tse-Tung si sostituisce “classe” con “generazione” tutto fila.

E in quanto all’essenza di eleganza, gentilezza, cortesia direi che Instagram se la cava alla grande.

Insomma, ci siamo. Hasta la revolución siempre!

Mai avremmo detto, noi, Troy McClure del secolo scorso, che la rivoluzione avrebbe avuto questa portata, e soprattutto che i condottieri sarebbero stati under trenta ben vestiti, che anteponendo a un’etichetta di TripleA quello che noi chiamavamo ancora diesis (#), avrebbero indotto mandrie di coetanei a celebrare le puzze scorbutiche – che carattere! – di un vino naturale. Ah! Monsieur le TripleA!

 

La prossima volta, Giancarlo, se vuoi che questo bizzarro gioco continui, dammi un tema. “Affinità e divergenze fra gli aztechi e il Pinot Noir” però non vale, l’ho proposto io.