Ho fatto pace col Dolcetto

Devo ammettere che fino a un paio di anni fa guardavo al Dolcetto come probabilmente fa il 90% dei bevitori nostrani. Un vino stritolato dalle sue contraddizioni, difficile da amare. Non lo capivo.

Non capivo la corsa al Dolcettone doglianese, il vino importante che si faceva anche un po’ scontroso, che voleva imitare i vicini di successo senza – ahilui – averne la stoffa. Non capivo la corsa al Nebbiolo dei dianesi. Non capivo dove e se correva Ovada perché praticamente non la conoscevo, ma in questo caso era tutta colpa mia, e forse anche un po’ del mondo della critica enologica.

Non capivo perché i produttori dovessero fare serie interminabili di tripli carpiati per addomesticare una materia bizzosa, difficile da gestire in cantina e difficile da vendere una volta varcate le sue porte. Intuivo infatti come i mercati esteri potessero guardare con sospetto un vino che si chiama Dolcetto ma non è affatto dolce.

Eppure il Dolcetto è il vino dei padri e dei nonni. È il vino della schiettezza contadina, della tavola povera. È un vino per cui a un certo punto devi fare una scelta politica, che vuol dire decidere se schierarti con i re o con i sudditi. È il vino della malora di Beppe Fenoglio. È il vino che, mentre tutti si riempono la bocca – in tutti i sensi – di Barolo e Barbaresco, richiede un atto di fede, quasi un moto nostalgico e passatista. Un moto di ritorno al Dolcetto, alla sua dimensione golosa e gastronomica, al suo essere alimento quotidiano.

Ecco, è il Dolcetto come vino quotidiano, inteso come vino di consumo e non da prestazione o da grande occasione, che mi ha fatto fare pace col Dolcetto.

Ci è voluto un po’ di tempo. Ci sono voluti un po’ di assaggi. Ci sono volute alcune etichette che, sparse qua e là, hanno continuato a rendere onore alla sana rusticità di questo vino bistrattato, nella consapevolezza che il Dolcetto o è Dolcetto o non è, per farmi cambiare idea.

Ci è voluto Renzo Castella, indomito resistente dianese, con un magnum di Sorì Piadvenza 2015 scolato come aperitivo pre-grigliata estiva. Ci è voluta una visita da Anna Laudisi di Cascina Boccia, e qualche bicchiere del suo Ovada 2015.

 

Ci è voluto il Dogliani 2018 di Nicholas Altare, una vera sorpresa. Vini che hanno fatto riaffiorare altri assaggi, illuminandoli di una luce nuova, per quanto mi riguarda: i Dolcetti di Flavio Roddolo, di Alessandro Barosi di Cascina Corte, di Teobaldo Rivella, di Nicoletta Bocca di San Fereolo, il Dosset di Ferdinando Principiano, il Du7 di Roberto Garbarino e i due cavalli di razza (Piano delli Perdoni e Bricco Caramelli) dei Mossio, in un viaggio che passa da Diano a Ovada, da Dogliani a Monforte, da Barbaresco a Neviglie e Rodello.

Ho dovuto fare pace con l’amaro, e ci sono riuscito. Perché il classico finale amarognolo del Dolcetto richiede pazienza e un po’ di applicazione. Ma una volta che ci si mette d’accordo, che in bocca si rivela come l’amico che per farti dispetto ti dà un pizzicotto, e a te viene da ridere e al dolore non ci pensi, beh a quel punto è fatta: senza patimenti ne bevi una bottiglia, e non ci pensi più.

Quindi non vogliategli male, cari produttori. Non spiantate le vigne, o perlomeno conservatene almeno un po’, dedicandogli tutta l’attenzione (e le posizioni) che merita. Se non altro perché il Dolcetto è una fetta importantissima della storia enologica e contadina del Piemonte meridionale, anche se in questo momento non vi piace granché e non trova spazio sulla vostra tavola.

E magari provate a pensare che come ci ho fatto pace io, così in futuro potrebbero fare tanti altri bevitori. Abbiamo imparato a capire come il gusto segua mode passeggere e spesso faccia giravolte di 360° nell’arco di pochi anni: se nel frattempo il mondo del Dolcetto si sarà ridotto al lumicino, sarà una faticaccia risalire la china. Che dite, siamo ancora in tempo?