Ecco la quinta puntata del nostro Il grande viaggio nel vino italiano. Potete acquistarlo cliccando qui!
Queste sono le prime righe di queste cinque storie…
LA STAFFA – autore Francesco Quercetti
Ventisei anni, occhi vispi, sguardo furbetto, un passato da studente universitario, presente e futuro da vignaiolo di razza. È questo il profilo di Riccardo Baldi, l’enfant prodige di Staffolo, cresciuto in un luogo vitato ma distante dalle vigne. Fino a sei anni fa studiava Economia, aiutava saltuariamente il papà, commerciante di ricambi di elettrodomestici, nelle vendemmie della vigna che gestiva nei ritagli di tempo, ma non sapeva come si potava, che cosa fosse una pressa o un travaso. La voglia di intraprendere la professione di commercialista, però, tramonta ben presto: cresce in lui la passione per la viticoltura e l’idea di dedicarsi ai 3 ettari vitati di famiglia che non avevano mai dato risultati significativi. Ci incontrammo la prima volta nella primavera del 2011. In occasione della visita per Slow Wine conoscemmo un giovanotto grintoso e sicuro di sé…
CIRELLI – autore Fabio Giavedoni
«Ho 22 ettari di terra, per il mio progetto vitivinicolo sono troppi. Quando li ho acquistati facevano parte di un’unica proprietà, quindi ho preso tutto. Forse metterò giù ancora un po’ di vigna, vedremo… Poi ci sono gli olivi, gli alberi da frutta, il seminativo, gli spazi per le oche, ma avanza ancora un sacco di terra che dispiace vedere inutilizzata; d’altro canto io ho già troppo da fare con il vino. È per questo che ho deciso di promuovere un progetto che ho chiamato Incubatore Agricolo, una sorta di laboratorio di idee per produzioni agricole biologiche che al momento non hanno terra, che in questo modo avrebbero una sostenibilità economica: io presto gratuitamente la mia terra, loro insediano la loro attività, poi i prodotti vengono commercializzati assieme al vino – sotto il marchio distributivo La Collina Biologica – anche se rimangono di persone o società diverse e autonome. Sta già cominciando a funzionare…».
CASALE DELLA IORIA – autore Fabio Turchetti
Il cesanese. Punto. Il cesanese qui e ora, ma anche e soprattutto nel futuro. Se il pionierismo ha ancora un senso, oltre che meriti ineludibili, qui ne abbiamo un rappresentante esemplare, che ha operato per il suo territorio come nessun altro. Trattasi di Paolo Perinelli, classe 1956, ingegnere che ha fatto dell’attività vitivinicola la sua prima ragion d’essere. «Mi capita ancora di esercitare la professione per cui mi sono laureato, ma solo se dietro c’è un’idea stimolante, un progetto divertente». Romano, rimasto a soli 3 anni orfano del papà, titolare dell’azienda di famiglia dove operava anche lo zio, si è ritrovato a 18 anni a praticare la sua prima vendemmia, quando aveva in testa tutt’altro modo di passare le vacanze estive. Era l’epoca dove ancora qualcuno dei braccianti che collaboravano in cantina trasportava le uve con i muli, nel tragitto dagli appezzamenti fin su alla cantina di Acuto, direttamente in paese…
CIRO PICARIELLO – autore Giancarlo Gariglio
In Irpinia tutti lo conoscono come il geometra. Lui è Ciro Picariello, uno dei “bianchisti” più importanti della Campania, ma vorremmo spingerci oltre definendolo come uno dei produttori emergenti più talentuosi del nostro Paese. La cosa bella è che fino al 1990, ovvero fino all’età di 25 anni, non aveva mai fatto il contadino: «La mia è una famiglia di piccoli artigiani, proprietari di un’azienda edile. Mio padre e io la mettemmo su nel 1986 e ci lavorai per dieci anni. Ho un diploma di geometra, fondamentale per questo mestiere. Invece, la famiglia di mia moglie Rita aveva vigneti di proprietà, i suoi erano agricoltori da generazioni. Quando ci siamo sposati lei ha ereditato un po’ di filari di fiano. Invece di venderli mi incaponii nell’occuparmene. Sia mia moglie sia mia suocera Filicella mi presero per pazzo…».
LUIGI TECCE – autore Giancarlo Gariglio
«Nel 1994 mi proposero di partecipare a una rivoluzione e non me lo feci dire due volte. C’erano le elezioni. Il preside della mia scuola mi chiese di fare campagna elettorale per lui. Era candidato nella lista dei progressisti. Sfidava uno degli uomini di De Mita, che qui conservava ancora un potere straordinario. Eravamo sfavoriti. Pensavamo fosse impossibile e invece lui fu eletto in Parlamento. Incredibile. Tutto ci sembrò possibile. Invece, le nostre speranze si sbriciolarono velocemente, fu sufficiente arrivare a Roma per capire che eravamo nel pantano e nulla sarebbe cambiato. E così mi ritrovai a fare il portaborse e a vivere in un ambiente privilegiato. Nel 1997 morì a soli 58 anni mio padre Salvatore. Mi lasciava qualche ettaro di vigna, alcune vacche, dei polli, un po’ di campi di grano. Fu uno shock, passai in un battibaleno dal fare colazione con Andreotti allo spalare merda di vacca. Vi assicuro che fu molto più formativo dal punto di vista umano». Parlare con Luigi Tecce è così. Splendido. Travolgente. Emozionante…
Alcune foto degli interni del volume:










