Finalmente il tappo a vite!

Sull’utilizzo del tappo a vite si potrebbero fare molte e approfondite considerazioni. In particolare si potrebbe discutere almeno su due principali aspetti: l’impatto ecologico e la maggiore o minore sostenibilità ambientale di questa chiusura per le bottiglie di vino; la vera o presunta possibilità di utilizzare minori dosaggi di solforosa per i vini imbottigliati in questa maniera. Rimandiamo a più avanti – soprattutto se chi ci legge ci “stimola” ad affrontare questi temi – una riflessione sulle due questioni.

 

Oggi ci interessa affermare solamente una cosa, ovvero che per alcuni vini, se si considera solamente il puro aspetto organolettico, la chiusura con il tappo a vite rappresenta un vero e proprio toccasana. L’assaggio delle poche etichette disponibili in Italia con questa chiusura – in particolare i Riesling di Castel Juval o qualsiasi vino di Peter Pliger – Kuenhof (solo per citare due aziende che adottano la doppia modalità di tappatura, sughero o vite, a seconda dei mercati di vendita del vino) – ci ha sempre confermato l’assoluta bontà dell’adozione del tappo a vite.

 

Ma la prova più convincente di tutte me l’ha offerta un paio di anni fa Andrea Felluga – figlio del grande Livio, uno dei patriarchi del vino friulano – e per questo lo ringrazio ancora. Abbiamo assaggiato assieme cinque annate del vino più importante dell’azienda, il Terre Alte (blend di friulano, pinot bianco e sauvignon); per ogni millesimo era prevista una bottiglia della stessa partita di vino chiusa con tappo a vite, prelevata da una piccola dotazione aziendale “sperimentale”, e una chiusa con sughero.

 

La “dinamica” della degustazione è stata questa: appena aperti tutti i vini chiusi a vite erano quasi muti nell’espressione olfattiva e piuttosto rinchiusi in se stessi, mentre quelli tappati con il sughero si aprivano subito per bene nel bicchiere. Dopo un minuto i vini con il tappo a vite cominciavano a “farsi sentire” e dopo 3-4 minuti erano pienamente espressivi. Lasciando ancora un po’ i vini nel bicchiere, e al contempo riversandoli di nuovo dalla bottiglia aperta in altri bicchieri, si assisteva invece al “sorpasso gusto-olfattivo”: i vini chiusi con il sughero cominciavano a segnare il passo, diventando meno nitidi e ampi nell’espressione e cominciando (specialmente nei millesimi più vecchi) a mostrare qualche segnale di ossidazione, mentre quelli a vite diventavano sempre più espressivi, vivi e appaganti, sia all’olfatto che al gusto.

 

Entrambi alla fine di questa istruttiva e bellissima esperienza abbiamo condiviso il fatto che vini bianchi di questo stile, capaci di migliorare nel tempo, guadagnerebbero senza dubbio dalla chiusura a vite … peccato che il mercato, soprattutto quello italiano (ma anche in certi paesi esteri ci sono problemi in questo senso), considera “diminutiva” la chiusura con il tappo a vite – fa ancora tanto bottiglione del supermercato, sigh! – e sul collo di vini di pregio come il Terre Alte si aspetta senza dubbio il tappo di sughero!

 

Ovviamente la chiusura a vite non si addice per tutti i vini, e sarebbe oltremodo inadatto e improprio tappare in questo modo importanti bottiglie di Barolo, Brunello di Montalcino o Taurasi (tanto per fare qualche esempio di vini Docg). Ma per alcune tipologie di vino – i grandi bianchi prodotti in stile riduttivo, i bianchi aromatici, i rosati, i vini novelli e in generale tutti i vini giovani, bianchi o rossi che siano, che si apprezzano e si consumano entro un anno, o poco più, dall’imbottigliamento – siamo convinti che la chiusura a vite sarebbe una buona cosa, che aldilà di tutto garantirebbe il consumatore sulla piena espressione del vino e lo metterebbe al riparo dal fastidioso, ma purtroppo naturalmente inevitabile, problema del “sentore di tappo”.