Essenziale

La chiusura per legge dei luoghi non essenziali in questo periodo difficile mi ha portato ieri a fare una coda di un chilometro di carrelli al supermercato. Formavo il buzzo di uno strano serpente a maglie metalliche che di lì a poco sarebbe stato riempito dei necessari beni alimentari.

Da ingenuo non mi aspettavo la coda e non mi ero portato niente da leggere. Avevo il cellulare ma in questi giorni di bella solidarietà digitale i gruppi Whatsapp passano dall’utile al molesto in poco meno di un minuto; in quel minuto con tocco isterico avevo silenziato tutti i gruppi. Allora il mio cervello ha cominciato a ragionare sulla parola essenziale che il vocabolario traduce come sostanziale cioè che non può mancare, indispensabile insomma.

Così come spesso mi accade il ragionamento interiore si è rivolto al mio mestiere vecchio di quindici anni e quanto essenziale possa essere scrivere di vino. Un pensiero condizionato da queste settimane costrette dove parlare di vino, assaggi, esperienze gustative in anteprima pare davvero pleonastico se non inutile. Ho avuto davvero difficoltà nelle ultime settimane di caos socio-economico a programmare il lavoro.

La fila metallica si muove piano mentre vago in questi pensieri nemmeno troppo tristi e forse oziosi. Giro il termine essenziale nella mia testa e non riesco a farlo coincidere con quello che faccio da tanti anni per campare. A un certo punto squilla il telefono. «Ciao Leo» «Fabio – mi dice nel suo unico modo di parlare: concitato – abbiamo preso una decisione in famiglia. Ricordi l’ultima damigiana di bianco di Ortale che mio zio custodisce come tesoro? Appena finito ‘sto cazzo di virus, abbiamo deciso: l’apriamo e ce la beviamo tutta in un giorno. Naturalmente con te» «Grande Leo, presente se la scampo».

Ortale è una vigna vecchia sulle colline che è stata vinificata per anni dallo zio di Leo. Da qualche vendemmia vuoi per l’età delle viti, sempre più rade, vuoi per gli andamenti collassati del clima, regala poco vino. Peccato perché da essa ho assaggiato dei bianchi splendidi in potenziale capaci di aprire scenari luminosi nella mia educazione sui vini artigianali. Il pensiero della vigna, di Leo e della sua famiglia, mi strappa ai vagheggiamenti.

Questo è il vino essenziale per conto mio. Quello bevuto in quantità con gli amici, quello chiuso in cantina dentro bottiglie, più o meno costose, che raccontano storie e persone di altri luoghi, quello nelle damigiane proveniente da vigne sconosciute e custodito in cantine invisibili. Il vino nel suo tessuto di origine che assume valore simbolico e significato sociale; elementi questi connaturati alla sua nascita e diffusione. Raccontare questo tipo di vino, quasi intimo, è altrettanto importante quanto narrare il suo effetto globale fatto di economia e celebrità e non è un caso che questi pensieri mi trafiggano adesso che il respiro dei giorni alita sulle cose che contano davvero.