Di padre in figlio: Bruno e Danilo Nada

Per il secondo appuntamento degli incontri “Di Padre in figlio”, la Banca del Vino ha ospitato Bruno e Danilo Nada. Con loro si è aperto un frammento della memoria storica della Banca: le migliori tre annate degli ultimi due decenni custodite per tutto questo tempo proprio nelle cantine di Pollenzo.

Siamo a Treiso, nel cuore della Langa del Barbaresco, con una piccola perla di 10 ettari: Fiorenzo Nada è una storica Chiocciola Slow Wine premiata fin dalla prima edizione della guida.

Bruno, figlio del fondatore Fiorenzo, scomparso lo scorso anno a 96 anni, ha lavorato a lungo come insegnante, per poi dedicarsi dal 1998 esclusivamente all’azienda. È uno dei giovani della generazione che negli anni ‘80 e ‘90 ha sperimentato tanto e rotto gli schemi. Quella stessa generazione che aveva inizialmente intrapreso altre strade, rinnegando la vita di campagna dei genitori, per poi tornare al vino e trasformare per sempre le sorti di un intero territorio.

Suo figlio Danilo invece è entrato in azienda nel 2010 e oggi è lui il vero motore dell’azienda e fonte continua di entusiasmo.

Ecco i punti salienti del piacevole botta e risposta con Giancarlo Gariglio alla Banca del Vino.

 

nada

 

Giancarlo: Bruno, venivi da un altro settore. In campagna era certamente più che preparato Fiorenzo, ma in cantina? Come hai approcciato la vinificazione?

Bruno: L’idea era banale: mi ero accorto che sulla vite c’erano troppi grappoli, fino a 26. Decidemmo di diradare e ridurre la resa come si faceva in altri territori, cosa che qui all’epoca sembrava roba da pazzi. Ma non era sufficiente.
Allora che fare? Rivolgersi a un enologo? No, perché lui non vive la vigna. L’unica soluzione era prendere in mano direttamente tutta la produzione e imparare confrontandomi con persone che facessero lo stesso lavoro.

 

G: Danilo, anche tu hai studiato altro. Papà temeva che tu non rientrassi in azienda?

Danilo: Si, ho studiato altro perché a 18 anni non avevo ancora questo grande interesse e papà non mi ha mai forzato. In un’azienda vinicola come la nostra, dove non sei gestore ma lavoratore, serve grande sensibilità e se non si ha la passione, o non si decide da soli di intraprendere questa strada, è difficile andare avanti.
Il passaggio non è stato dirompente come tra papà e nonno; quando sono entrato in azienda i vini erano già qualitativamente validi e oltretutto abbiamo un’idea di vino molto simile. Non abbiamo fatto grandi cambiamenti, che comunque ci sono, fosse solo per l’annata sempre diversa.

 

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G: Veniamo ai vini. Come e perché è nato il Seifile?

B: Nasce da un primo tentativo di vinificazione fatto solo in sei filari nel 1986, quando è nato Danilo, e imbottigliato nel 1988. Per la serata abbiamo scelto tre annate, secondo noi tra le più belle del ventennio: 2016, 2010 e 2001.
Il Seifile è un blend, barbera all’80% e nebbiolo atto a Barbaresco Rombone per il restante 20. Raccogliamo la barbera prima, vinificandola da sola, e 20 giorni dopo raccogliamo il nebbiolo per poi assemblarli al momento della malolattica.

Con questo vino non dimentichiamo, ma anzi celebriamo, l’importanza del blend per la Langa con tutti quei nomi di fantasia che hanno rappresentato il motore della zona negli anni ‘90, ancora prima delle due famose denominazioni che iniziano per Bar. Anche io mi sono fatto conoscere proprio con questo vino, il Seifile ha avuto un successo incredibile.

 

G: In quegli anni era il taglio tipico, la “barbera nebbiolata”. E il vostro era un vino molto moderno all’epoca, per la scelta dei vitigni e l’uso della barrique, un vino non legato alla denominazione. Rivoluzionario allora, il concetto è un po’ superato oggi che si prediligono macerazioni più lunghe e meno estrazione, per vini più magri. Come la vivi?

seifileD: È ancora molto importante per noi anche se appartiene a un’altra “era” (e se sono naturalmente un nebbiolista). È un vino figlio di una precisa vigna di barbera, datata 1946, con piante vecchie e produzione bassa (non barbera tannica, ma grappoli spargoli e molto carichi naturalmente). Quello che otteniamo è proprio lo stile che la vigna conferisce: Seifile si farà finché ci sarà questa vigna; ci piace perché fa parte della nostra storia.
Poi si parla spesso di barrique in modo categorico ma c’è un mondo dietro, legni, passaggi, tostature, territori. Per il Seifile oggi non si usano più quelle tostate e “vanigliate” di un tempo.

B: Danilo è stato molto diplomatico. Oggi siamo tutti amanti del nebbiolo, un vitigno che ci fa emozionare. Ma amiamo moltissimo anche il Seifile: profumi e sapori di un altro tempo, grazie alla vigna, un museo a cielo aperto. Pensate ai criteri agronomici del 1946: nessuno! La barbera è stata messa a dimora perché produttiva; il clone neanche si sapeva, sceglieva il vivaista.

Gi assaggi:

2016: Frutto maturo, croccante, con il legno che lo rende complesso ma non lo copre. Potenza, non soverchiante perché grazie all’acidità della barbera c’è un bell’allungo in bocca.

2010: frutto evoluto, molto ricco; all’assaggio è armonico, con dolcezza predominante sul finale. Potenza e tannino ben integrati.

2001: evoluzione evidente al naso, con piacevoli note di china, grafite, goudron. La dolcezza è stemperata dall’acidità che ha tenuto bene i 20 anni.

 

G: Passiamo al Barbaresco Rombone. Raccontaci della vigna, in questa bellissima MGA di Barbaresco.

nada tromboneB: Rombone è dove abbiamo la cantina, a 260 metri di altezza, condizione ideale per il nebbiolo. Una MGA abbastanza estesa la cui parte più vocata è sud sud-ovest.

Detto anche “Rombone di tuono!” per la tanta sostanza, ma altrettanta eleganza.
Non siamo noi a farlo “di tuono”, è la vigna stessa. Infatti la particolarità è nella vigna di 54 anni, nei filari che ci siamo trovati in eredità: se funziona ha una marcia in più.
Abbiamo fatto in anni più recenti altri impianti che sono certamente più comodi per densità, possibilità di lavoro etc., ma sono da vedere in prospettiva.

D: La caratteristica della collina, dai suoli argilloso-calcarei della formazione di Lequio, è la freschezza che sorregge la potenza. Poco più in là, la MGA Manzola, con affioramento sabbioso, regala un vino più scarico e non esuberante: è proprio questa la magia del nebbiolo in questo mosaico di Langa.

La vinificazione avviene in acciaio e l’evoluzione per due anni in legno. Si era sempre fatto 12 mesi di barrique nuove (un errore necessario per arrivare al punto di oggi!) e altrettanti mesi di botte grande, oggi invece utilizziamo solo quest’ultime da 25 ettolitri.

Una batteria incredibile:

2016: accenni balsamici, bocca di estrema eleganza e palato suadente. Tannino affilato che poi si armonizza, tipico di Rombone.

2010: «da saltare sulla sedia!». Frutto preciso, profondo, scuro e bocca sapida, salivante, che trascina il sorso.

2001: si avverte l’evoluzione ma il succo ne invoglia la beva. Il 2001 era proprio negli anni di inizio utilizzo della barrique a Barbaresco, che poi man mano abbiamo ridotto fino a eliminiarlo del tutto nella 2016. Un percorso lungo dettato dalle annate equilibrate, gli autunni ottimali e l’equilibrio delle piante che ha permesso di lavorare bene sui tannini.