Cotarellate

Dopo aver dichiarato che il cambiamento climatico è un’opportunità per tutto il settore enologico (qui il link), il pluridecorato enologo Riccardo Cotarella ne ha sparata un’altra . «A fare i grandi vini ci pensano gli enologi, le aziende vitivinicole devono preoccuparsi di saperli raccontare, perché oggi più che mai la comunicazione è fondamentale per raggiungere gli obiettivi (quali? Ndr). Così com’è importante ridurre i costi di gestione delle imprese del settore o quanto meno razionalizzarli al massimo».

La frase, riportata dall’autore dell’articolo Alfredo Doni, è apparsa sabato scorso sulle pagine del Corriere dell’Umbria in occasione dell’uscita di un suo libro “Strategia di mercato e gestione dell’impresa vitivinicola” pubblicato da Edagricole e scritto insieme a Sergio Cimino, ingegnere industriale, e Jolanda Tinarelli, manager e consulente di direzione aziendale in imprese industriali e vitivinicole.

L’affermazione che i grandi vini sono fatti dagli enologi mi ha fatto saltare dalla sedia. Cotarella sembra proprio non considerare una parte fondamentale e fondante della nostra struttura viticola: quella delle aziende di piccole dimensioni inserite in un più complesso e radicato flusso di storia agricola nazionale nel quale la viticoltura si compie attraverso competenze autosufficienti con stili espressivi cangianti e originali.

Il ruolo di un’azienda è quello di raccontare, sì, raccontare cazzate magari. Ridurre il ruolo dell’agricoltura a mera imprenditoria è lo stesso errore che l’Italia del vino ha compiuto negli anni Novanta, anni del post metanolo in cui enologi come Cotarella hanno imperversato a danneggiare il tessuto più originale, e forse vendibile, della nostra vocazione enologica, quello del legame con il territorio di provenienza.

Certamente la dimensione operativa di Cotarella riguarda economie su scale nettamente più grandi rispetto alle dimensioni agricole nelle quali almeno io circoscrivo il mio campo d’indagine e d’interesse. Ma tali affermazioni disdegnano quel tessuto produttivo che ancora mantiene in vita il nostro paesaggio viticolo e ci avvicina al vino attraverso la parte più bella e familiare dell’enologia, quella umana. Da un enologo che ha un ruolo pubblico così importante mi aspetterei, forse, maggiore equilibrio.