Ciao Lino Maga

Lino Maga – papà del Barbacarlo, vino iconico della rivoluzione del vino italiano – se n’è andato. Vorrei rendere omaggio alla grandiosità di una delle figure chiave di questo mondo e affidarmi ai brevi e intensi ricordi degli ultimi anni, in occasione dei tanti incontri di conoscenza e amicizia che coincidono con la nascita e l’evoluzione della Guida Slow Wine.

La prima edizione della guida risale al 2010, anno in cui la storia di Lino aveva già ampiamente raccolto dietro a sé tutta la ricchezza di un passato di lavoro e impegno contadino, sfide e amare vicissitudini legali per veder riconosciuto in etichetta il nome della sua vigna Barbacarlo, ma anche meritata gloria manifestata da stima e amicizia di colleghi, giornalisti e cultori del vino di ogni angolo del mondo. In quegli anni, per la nostra neonata pubblicazione editoriale, andare a visitare l’azienda di Lino Maga aveva per me un significato di riconoscenza nei confronti di una storia dai tratti leggendari, ancor prima di essere una visita funzionale al racconto critico del presente. In sostanza, solcavo la porta di via Mazzini 50 a Broni – casa di Lino e del Barbacarlo – e diventavo una preda del contesto, incantato da cimeli e bottiglie autografate, sedotto da foto e ricordi degli amici Gino Veronelli e Giuan Brera.

Lino, tra un tiro di sigaretta e l’altro, mi ha sempre aiutato a ritornare al presente. E per questo lo ringrazio tanto.

Mi ha insegnato, da contadino vero quale era, il senso della misura, a tenere vivo il ricordo, l’incanto, il fascino, ma senza che tutto ciò condizionasse (troppo) il giudizio e una lettura attuale di un lavoro perpetuo, che va avanti, vendemmia dopo vendemmia.

La storia professionale ricca e travagliata di Lino era il suo humus, tanto imprescindibile e essenziale alla terra, quanto nascosto e intimo. Il Lino che ho conosciuto, infatti, non ha mai sfoggiato le sue conquiste, non ha mai pavoneggiato la sua ricchezza acquisita. Era giustamente orgoglioso della stima a lui rivolta dai tanti amici, non fosse altro perché quei gesti e oggetti di gratitudine erano impregnati di riscatto, di ricompensa al lavoro instancabile di custode della terra.

Nei tanti incontri di questi 12 anni di amicizia – grazie a lui più che a me – abbiamo sempre parlato di presente del vino e delle nostre colline. La mia tentazione di scavare in un passato che meritava giornate intere di ascolto, veniva magicamente spostata al qui ed ora, a sollevare insieme il bicchiere, a comprendere i caratteri della nuova annata di Barbacarlo, a disquisire sui lavori in campagna e di cantina, a visitare alla guida della sua Panda il nuovo vigneto ripidissimo del Montebuono, alle promesse reciproche di rivedere un giorno il vigneto Ronchetto di nuovo impiantato.

Il presente di Lino era nella continuità del suo lavoro, tanto nel monitorare le fasi di vinificazione, quanto nell’allungare uno sguardo severo a Giuseppe, suo figlio, perché si adoperasse con coerenza tra i filari, quanto, ancora, nell’accogliere appassionati e avventizi che bussavano alla sua porta.

Nei nostri incontri c’era sempre un posto e qualche essenziale parola rivolta all’Oltrepò di oggi, territorio che ha vissuto, amato e mai combattuto (perché la battaglia per il Barbacarlo è stata una delle più straordinarie conquiste di giustizia contadina a difesa delle colline di Broni e dell’identità del mondo del vino italiano). I suoi commenti erano serafici e negli ultimi tempi sempre più posati, ma pieni di verità e attualità. Non mancavano i richiami amari alla miopia istituzionale che affossa il mondo del vino locale oggi come allora, come ci ricorda lo screditamento del prezzo delle uve e dei terreni. In questo disvalore vedeva dispiacere, soprattutto rispetto alla possibilità di incentivare i giovani a lavorare la terra. Non mancava il contraccolpo positivo, il suo cenno di generosità e lode nei confronti di colleghi virtuosi che si danno da fare per il bene dell’Oltrepò.

In questa sua visione delle cose, si ritrova in pieno anche il mio e il nostro (a nome di Slow Wine) pensiero perché l’Oltrepò, soprattutto quello buio e soffocato da se stesso, sappia trarre luce e respiro dagli insegnamenti e dall’umiltà del suo vero maestro.

Ciao Lino.