Che è ‘na fojetta?

Qualche giorno fa condividevo con un amico romano il fatto che da piccolo ho vissuto qualche anno a Roma: i miei genitori si trasferirono nella capitale dal natio Friuli e io frequentai tutte le elementari e la prima media nella città eterna.

«Allora te bevevi e fojette…» mi ha chiesto il mio amico: ho negato, facendogli notare che benchè i miei, all’età di 8-10 anni, mi facessero talvolta assaggiare il vino (con un cucchiaino) sicuramente non mi permettevano di far fuori una fojetta :-).

Ma voi – e mi rivolgo a tutti coloro che non sono nati o vivono a Roma – sapete cos’è una fojetta?

Era ed è l’unità di misura più usata – molto più in passato che nell’epoca contemporanea dei wine bar di lusso – nelle vinerie e nelle osterie dove si poteva bere il vino sfuso nella capitale.

Storicamente corrisponde alla misura di mezzo litro, anche se fino alla metà del 1500 non c’era “molta precisione” attorno al contenitore in cui veniva servito il vino in città: gli osti romani erano usi utilizzare, per la mescita, vari recipienti di terracotta o di metallo che quasi mai venivano colmati esattamente con mezzo litro di vino, frodando in questo modo i clienti.

Per porre fine a queste “fraudolente inesattezze” nel 1588 Papa Sisto V – al secolo Felice Peretti (1521-1590), un francescano molto puntiglioso – decise di porre fine ai recipienti nei quali il vino non fosse visibile e fece coniare dei contenitori “ufficiali” in vetro dove si poteva controllare l’esatta taratura del vino che l’oste serviva.

Sisto V promulgò una bolla pontificia per regolare le quantità del vino ma approfittò anche dell’occasione per imporre una nuova gabella sulla vendita; i maligni dell’epoca sostenevano che prese la palla al balzo per arricchire le casse papali in vista dei tanti progetti di abbellimento della città che voleva realizzare.

Da quella data in poi la “fojetta ufficiale” doveva corrispondere esattamente a mezzo litro di vino, il contenitore doveva essere obbligatoriamente in vetro, con il collo stretto e la bocca larga, e doveva riportare la piombatura della Camera Apostolica, l’allora Ministero delle Finanze Pontificio.

Una volta definita l’unità di misura ufficiale sono sorte a Roma, in tempi successivi, tutte le altre misure riconosciute e adottate nelle osterie e vinerie della città che – come si può leggere sul sito dei due simpatici locali romani che portano il marchio “Dar Ciriola” (o che si può più banalmente verificare su Wikipedia…) – sono queste:

Er barzillai, chiamato così in ricordo dell’onorevole Barzillai che durante le campagne elettorali usava offrire il vino in questi grandi recipienti, che corrisponde a 2 litri;

Tubo, o tubbo come si direbbe a Roma, che corrisponde a 1 litro;

Fojetta, o foglietta (italianizzato per per gli stranieri), che corrisponde a mezzo litro;

Mezza fojetta o quartino, che corrisponde a un quarto di litro;

Chierichetto, chiamato così perché probabilmente era la parte che veniva sottratta da chi affiancava il prete nelle funzioni, che corrisponde alla strana misura di un quinto di litro;

Sospiro, o sottovoce, così chiamato perché era la misura che veniva richiesta a bassa voce, perché ci si vergognava di non aver denaro per una quantità maggiore, che corrisponde a un decimo di litro, in sostanza un bicchiere.