Bovale e Bovale Grande, due varietà sarde dalla lunga storia. Le migliori (ma poche) etichette in commercio.

In Italia si produce vino in tutte le regioni – caso pressoché unico al mondo – e in ognuna di queste vengono coltivati, da lungo tempo, alcuni interessanti vitigni che vengono banalmente definiti “minori” solamente perché, per vari motivi storici, non sono mai entrati nell’olimpo delle presunte migliori varietà nostrane.

Negli ultimi due decenni c’è stata una giusta riscoperta e una virtuosa valorizzazione di queste varietà autoctone, che in taluni casi è diventata anche fenomeno di moda, commercialmente assai rilevante: pensiamo, per esempio, alle attuali pressanti richieste del mercato per Falanghina, Pecorino, Nerello, ecc. … Per certi versi sembra che si sia improvvisamente sovvertita una tendenza, per cui oggi diventa quasi impossibile convincere qualcuno ad assaggiare una buona bottiglia di Chardonnay o di Cabernet Sauvignon (e ce ne sono tante in Italia di assolutamente interessanti), quasi ci fosse una crisi di rigetto per queste varietà che trionfavano in tutti i wine bar d’Italia solamente 15-20 anni fa. Ma si sa, il mondo del vino vive di inconcepibili estremismi modaioli…

Abbiamo intenzione di proporvi, una volta a settimana, un bel giro per la penisola alla scoperta di queste bellissime varietà.

Per visualizzare le “puntate precedenti”, ovvero i post pubblicati su altre varietà, cliccate alla voce Vitigni d’Italia nella lista Argomenti qui a lato.

 

BOVALE e BOVALE GRANDE

 

Le origini di questa varietà sarda sono ancora ignote, anche se con molta probabilità le prime apparizioni sull’isola sono da ricercarsi nel periodo della dominazione aragonese (1324-1700).

Nel tempo si sono formate due varietà distinte: il BOVALE detto anche BOVALE SARDO, e il BOVALE GRANDE, che recenti indagini genetiche hanno confermato diverse tra loro.

 

 

BOVALE O Bovale Sardo

Le stesse indagini hanno ribadito, al contempo, la diversità genetica del Bovale sardo dal Tintilia e dal Nieddera; si rivela semmai una marcata similitudine con il Cagnulari e con la varietà spagnola Graciano, mentre la presunta analogia con il Mourvèdre francese – diffuso in Spagna con il nome di Morastrell – sembra poco credibile, nonostante i termini Muristellu o Muristella con i quali il Bovale è ulteriormente conosciuto.

Altri sinonimi frequenti sono Bovaleddu, Bualeddu, Bovale Piticcu, Cardinissia e Cadelanisca. È iscritto al Registro Nazionale delle Varietà di Vite dal 1970.

Il Bovale sardo è una varietà raccomandata in tutte le province della Sardegna, diffuso soprattutto nel Cagliaritano, nel territorio di Oristano e Terralba, nell’Anglona e nel Logudoro. Rientra nella composizione delle Doc Campidano di Terralba (in purezza) e Mandrolisai (unito a cannonau e Monica).

Il grappolo è di media grandezza, cilindrico o cilindrico-conico, abbastanza serrato e spesso alato. L’acino ha medie dimensioni e forma sferoidale; la buccia è spessa e consistente, molto pruinosa, di colore nero-viola cupo. La vendemmia si effettua generalmente verso la fine di settembre o all’inizio di ottobre.

È più spesso vinificato assieme alle principali varietà rosse sarde; in purezza dà origine a un vino dal colore rubino carico con evidenti riflessi violacei. L’impronta olfattiva è intensa e fortemente vinosa, con richiami alla frutta rossa matura. In bocca ha carattere e pienezza, anche se talvolta può risultare leggermente tannico. Migliora con l’invecchiamento.

 

BOVALE GRANDE

Le prime note sulla presenza del Bovale Grande in Sardegna risalgono al botanico Moris (1837), che distinse le due varietà che portavano lo stesso nome: il Bovale Grosso (ora Grande) – detto anche Bovali Mannu e Bovale di Spagna- e il Bovale piccolo detto Bualeddu. Un secolo più tardi sarà il Bruni (1962) a utilizzare per primo il termine Bovale Grande o Bovale di Spagna, differenziandolo dalle varietà sarde Cagnulari, Bovale e Nieddu Mannu alle quali veniva spesso apparentato.

Recenti indagini hanno confermato la diversità genetica, riconosciuta ma troppo spesso ignorata, dal Bovale sardo e dal Tintilia, così come ha rilevato che non esistono parentele con il Nieddera e con la varietà spagnola Bobal. Si è evidenziata una marcata similitudine con il Carignano e con le varietà spagnole Cariñena e Mazuela.

La sua diffusione in Sardegna è attualmente contenuta in circa 27 ettari, coltivati soprattutto in provincia di Cagliari. È previsto in purezza nella sola Doc Campidano di Terralba o Terralba, mentre rientra assieme ad altre varietà in quasi tutte le Igt della Sardegna. Viene conservato e coltivato anche nelle collezioni gestite dall’Università di Sassari a Oristano.

Il grappolo si presenta con forma conica e con dimensioni medio-grandi; è compatto e in genere alato. Gli acini sono grandi e di forma ovoidale; hanno una buccia spessa e non molto pruinosa, di colore blu scuro. La polpa è incolore e consistente, dal sapore più dolce rispetto al Bovale. L’epoca di maturazione delle uve è piuttosto tardiva e la vendemmia in genere viene effettuata nel mese di ottobre.

Il vitigno è sempre utilizzato in vinificazione assieme ad altre varietà a bacca nera, alle quali apporta un colore violaceo brillante e una buona componente acida. Le rarissime vinificazioni in purezza – in massima parte sperimentali – restituiscono un prodotto molto fresco e vinoso, con forti sensazioni di piccoli frutti rossi, dalla corposità piena e fragrante, marcata da un finale piuttosto tannico.

 

Di seguito il brevissimo elenco – in ordine alfabetico – delle tre aziende che producono etichette interessanti di Bovale recensite in Slow Wine 2020. A seguire l’indicazione di alcuni vini prodotti in Sardegna in cui il Bovale entra, con quota significativa, in assemblaggio con altre uve.

 

AUDARYA, Serdiana (SU)

Nicoletta e Salvatore Pala, giovani e determinati, rappresentano la terza generazione di una famiglia di viticoltori. Nel 2014 hanno deciso di mettere la propria firma sui vini di un territorio vocato da sempre: è nata così Audarya, che significa nobiltà d’animo.

Il parco vitato è suddiviso in quattro tenute. Dalla cima della collina su cui si trovano la cantina e la tenuta Audarya si scorgono le altre tre: Is Crabilis, Su Stani e Acquasassa. I vigneti hanno in media 20 anni di età: bovale, monica, nuragus e nasco, varietà tipiche di questa zona, affiancano malvasia, vermentino e cannonau, su suoli argilloso-sabbiosi arricchiti da un substrato di marna calcarea.

Con le sole uve di bovale è stato prodotto il Nuracada 2017 (1.500 bt; 27 €): si distingue per i sentori chinati e di erbe aromatiche e per il sorso rotondo e piacevole.

 

OLIANAS, Gergei (SU)

L’azienda è nata nel 2000 ed è un inno alla ricerca della sostenibilità. In vigna si alternano uomini e animali quali oche, pecore e cavalli da tiro. Centrale è la conservazione dell’equilibrio ambientale, ottenuto preservando la presenza di insetti, anche del sottosuolo, e producendo cornoletame. In cantina c’è anche una parte dedicata alle anfore toscane e georgiane, che si alternano a botti e tonneau per gli affinamenti.

In vigna si lavora per i nuovi impianti di cannonau a piede franco e di bovale, che si aggiungono ai 19 ettari vitati presenti al momento. Per i vitigni rossi il terreno è argilloso-sabbioso, di medio impasto e più riparato dai venti, perciò più caldo.

Tra le varie etichette prodotte è piaciuto molto il Perdixi 2017 (10.000 bt; 17 €), da sole uve bovale: mostra un naso opulento e variegato, con un tannino che al palato imprime una timbro austero e scalpitante.

 

QUARTOMORO DI SARDEGNA, Arborea (OR)

Piero Cella e sua moglie Luciana Baso gestiscono dal 2011 questa piccola cantina nel cuore di Arborea. Luciana la definisce «la cantina didattica di Piero», dove suo marito “si diverte” a recuperare i vitigni autoctoni del territorio. In realtà si tratta di un’attività meticolosa, condotta con dedizione e passione. Del resto, da anni Piero svolge il lavoro di enologo, arricchendo e valorizzando la biodiversità della Sardegna.

Ogni anno cresce la percentuale di ettari vitati di proprietà, a fronte dei numerosi e piccoli terreni vitati in concessione, dislocati nel territorio. La filosofia di Piero e Luciana è chiara e sincera: vitigni autoctoni in terreni vocati alla viticoltura, nel rispetto della tradizione. L’età delle vigne varia dai 50 ai 90 anni, con predilezione per le coltivazioni ad alberello.

Il BVL 2017 (3.800 bt; 18 €), interamente prodotto con bovale, è un vino ricco, corposo e con sontuose note speziate.

 

ARGIOLAS, (Serdiana, SU)

Turriga 2015, da uve cannonau, carignano, bovale e malvasia nera, è il vino più rappresentativo dell’azienda: un caleidoscopio di sentori che trova corpo in un lungo sorso vellutato.

CANTINA LI DUNI, Badesi (SU)

Succoso il Nalboni 2016 – riuscito assemblaggio di cannonau, bovale e monica, mentre è più complesso il Tajanu 2015, in cui oltre alle tre varietà sopra citate entra anche una piccola quota di pascale.

PALA, (Serdiana, SU)

È piuttosto interessante il S’Arai 2016, assemblaggio di bovale, cannonau e carignano, marcato dalle note dell’affinamento, con un corpo strutturato e il tannino ancora giovane.

MASONE MANNU, Monti (SS)

Gustoso e fresco lo Zeluìu 2018, un vino curioso e originale ottenuto da uve cannonau e bovale vinificate in bianco, con solo un leggero contatto in pressa delle bucce.