Bordolesi veneti mon amour

La storia dei bordolesi in Italia ha la sua culla nei Colli Euganei, intorno alla metà dell’Ottocento; precisamente a Lispida, nella parte a sud-est di quel territorio.

Certo, il Cabernet era “transitato” anche prima, in Piemonte, ma essendo quello il regno del Nebbiolo, follia sarebbe stato anche il solo pensiero di scalfirne il ruolo. Qualità intrinseca, fillossera e Grande Guerra convinsero poi gli studiosi, gli operatori e le genti venete a dare impulso alla coltivazione, in larga parte della regione, di questi figli d’Aquitania (girondini ben prima della Révolution) discendenti della biturica romana. Collina, media, bassa e alta; la pianura del Piave e quella di Lison-Pramaggiore; financo a vigneti odierni che accarezzano le cime; uno scenario vasto, ricco di sfaccettature, identità, “slangs”.

Un susseguirsi vivaldiano di terroirs e crus che sembra scaturire dai cromi di Giorgione e Tiepolo rappresenta il vero e proprio spirito di una terra purtroppo massacrata dal cemento, dai capannoni sempre più spoglie cattedrali nel deserto ed inutili, soffocanti e devastanti centri commerciali.

Dopo la seconda guerra mondiale, l’imperativo della ricostruzione e l’avviarsi della massificazione nei diversi settori della vita sociale ed economica condusse ad un produttivismo forsennato, senza regole e foriero di gravi danno al sistema Paese. L’agricoltura fu messa alle corde e la viticoltura, nel nostro caso, divenne scempio della banalità. Tiranneggiava il vino industriale e languiva il frutto del sudore dei contadini. Enotria Tellus arrancava nella profanazione delle sue profonde radici. Poi, dopo la tempesta che ci tolse la dignità, la cocciutaggine del sole con i suoi raggi che riprendevano a dar linfa alle menti produsse uno scatto d’orgoglio.

A partire dagli anni Settanta di quel secolo che drammaticamente chiamiamo breve cominciarono a farsi largo il concetto, l’idea, il desiderio della qualità. Anni che sconvolsero il nostro mondo (John Reed ci perdoni) proiettandolo nell’agone internazionale con risultati di indiscutibile valore e prestigio. Il Veneto conosciuto per il “tanto”, fu in prima fila nell’azione rinnovatrice, grazie ad un drappello di giovani produttori che scombinarono virtuosamente gli spartiti delle maggiori Denominazioni (Valpolicella, Soave, Conegliano-Valdobbiadene) iniziando, al contempo, l’opera di uscita dall’oblio di altre non così famose, ma ugualmente ricche di potenzialità (Colli Euganei, Breganze, Montello e Colli Asolani).

Si inserisce, a questo punto, il nostro tema. L’erbaceo spinto, aggressivo, crudo del Carmenère, scambiato per Cabernet Franc, con i suoi quintali per ettaro letteralmente esplosi in schizofrenia, fu dai vignaioli più saggi ricondotto alla ragione; si mitigò l’abbondanza del Merlot, vennero estrinsecate le grandi qualità del Cabernet Sauvignon e si diede al cesare Cabernet Franc quel che era suo.

All’affermato Capo di Stato di Loredan Gasparini, il cui nome deriva dall’apprezzamento del generale De Gaulle, si aggiunse il ruolo pionieristico e divulgatore di Fausto Maculan, la sontuosità ancora attuale del Cabernet Riserva 1990 di Vignalta e la decisa personalità del Rosso dell’Abazia di Serafini e Vidotto.

La “Route 66” dei bordolesi veneti venne aperta ed impreziosita da gioielli di indiscutibile charme dei quali Slow Wine ha sempre raccontato. E così, proprio per una puntigliosa affermazione dell’esercizio della critica, ci siamo ritrovati, produttori e degustatori, ospiti delle Sorelle Bronca a Colbertaldo di Vidor, là dove il Prosecco sanguina le sue dolci ferite.

 

I partecipanti, sulla base delle valutazioni di Slow Wine, sono stati: Case Paolin, Il Filò delle Vigne, Il Mottolo, Maculan, Masari, Serafini e Vidotto, Sorelle Bronca, Vignalta, Zonta. Confronto aperto, serrato, ficcante, senza edulcorazioni di sorta. Vini dal timbro deciso, con accenti squisitamente territoriali, ma anche permeati di respiro internazionale, capaci di unire arabeschi tratti di finezza, eleganza e potenza.

La sfida al mondo è lanciata; leale, coraggiosa e nobile, impreziosita dal leone che per consenso unanime ha ruggito più di tutti: il Breganze Cabernet Vigneto Due Santi 2012 di Zonta.