Bollicine d’Italia: le migliori etichette di Metodo Classico del Friuli Venezia Giulia

’Italia, lo sappiamo, può vantarsi di produrre vino con storica tradizione in tutte le sue regioni. Forse solo la Spagna ci eguaglia su questo campo.

Le bollicine, e intendiamo in particolare quelle “nobili” prodotte con Metodo Classico, non fanno eccezione a questo privilegio: se in passato, in alcune regioni italiane, erano piuttosto rare le etichette prodotte con questa modalità è vero che oggi – sull’onda dell’evidente affermazione che hanno avuto sia la produzione che il consumo di vini spumanti nel nostro paese – troviamo ottime bottiglie di Metodo Classico in quasi tutti i distretti vitivinicoli d’Italia.

Ed è proprio su questa produzione che si concentreranno questi nostri articoli, che contiamo di pubblicare con scadenza settimanale.

Slow Wine insomma va alla ricerca per voi delle migliori bollicine regionali: seguiteci!

 

 

FRIULI VENEZIA GIULIA

 

 

Nella storia della vitivinicoltura del Friuli Venezia Giulia i vini spumanti – prodotti con ogni tecnica, con Metodo Classico e per mezzo di rifermentazione in autoclave – hanno sempre trovato pochissimo spazio.

In regione ci si concentrava sui vini rossi fermi – che solamente 25 anni fa rappresentavano il 60% dell’intera produzione vinicola della regione – e su bianchi di grande pregio, che nel tempo hanno avuto riconoscimenti in tutto il mondo.

Solamente di recente le “bollicine” hanno cominciato a conquistarsi una fetta considerevole della produzione regionale: questa nuova epoca ha coinciso con “l’avvento” del Prosecco e con l’estensione della coltivazione della glera in tutte le provincie del territorio friulano.

Esistono però alcune etichette storiche, e altre di recente comparsa, che esaltano in maniera pregevole tanto le varietà autoctone che quelle internazionali, con attente vinificazioni da Metodo Classico (ma vedremo che c’è anche un interessantissimo e storico vino da rifermentazione in autoclave…): su queste si concentra la nostra ricerca.

 

Le frecce (tricolori) all’arco di Pittaro

È stato nel 1972 che Piero Pittaro ha iniziato a costruire la sua cantina nel bel mezzo del terreno pianeggiante e sassoso delle Grave del Friuli, giusto di fronte alla base di atterraggio della pattuglia acrobatica nazionale delle Frecce Tricolori. La sua forte determinazione – e il lungimirante sogno di realizzare un Metodo Classico che esprimesse il territorio friulano – lo ha portato a diventare un punto di riferimento in regione per la produzione di spumanti (senza abbandonare la produzione di vini fermi degli esordi). L’enologo Stefano Trinco ha accresciuto nel tempo un’ottima padronanza con le vinificazioni da Metodo Classico.

Le due principali etichette aziendali sono entrambe prodotte con uve chardonnay e pinot bianco: il Brut Etichetta Oro (60 mesi di sosta sui lieviti) ha bel naso ricco e floreale, con una bolla fine e un palato dinamico e teso, mentre il Brut Etichetta Argento (30 mesi di sosta sui lieviti) è più immediato e agile, col suo sorso fragrante e sapido.

 

Piè di Mont, un progetto innovativo

Piè di Mont è il progetto enologico della famiglia Rizzi, che ha preso avvio nel 2005. Prima di questa data Paolo e Roman, padre e figlio, operavano già nel settore vitivinicolo lavorando terreni e impiantando vigneti per diversi produttori friulani. Questa attività ha permesso loro nel tempo di individuare i terreni migliori per piantare le uve destinate alla sola ed esclusiva produzione di vini da Metodo Classico: una scelta decisamente inusuale e curiosa nel panorama produttivo di questa regione.

Il Brut Piè de Mont nasce da una cuvée con proporzioni già stabilite nel vigneto (che è un vero e proprio cru): 60% di chardonnay, di cui una piccola parte viene affinata in legno, 20% di pinot nero e 20% di ribolla gialla. Rimane circa 3 anni sui lieviti e viene confezionato in genere con un residuo zuccherino sui 4 grammi per litro. Il naso è ampio e fragrante, con evidenti note di cedro candito, pompelmo ed erbe aromatiche. La bocca ha spessore e leggerezza al tempo stesso, oltre a una bella dinamica gustativa e un finale perfettamente asciutto e terso.

 

Le due K di Kante

Edi Kante nel 1980 ha trasformato la storica attività agricola della famiglia in una delle più dinamiche e virtuose realtà vitivinicole del Carso, incentrata sulla produzione di vini di qualità. La sua personalità, il suo carisma e i suoi “guizzi di genio” si riflettono su tutta la produzione: le ultime “intuizioni” si sono rivolte verso le produzioni da Metodo Classico, che possono contare su una cantina – affascinante e unica, interamente scavata nella roccia carsica – ideale per la maturazione di questo genere di vini.

Il KK è un blend paritario di chardonnay e malvasia – permanenza sui lieviti per almeno 12 mesi, niente dosaggio finale – in cui la polpa croccante e intensamente fruttata è garantita dalla prima varietà mentre la malvasia si percepisce soprattutto nel finale leggermente ammandorlato e salmastro. Il KK Rosé viene invece interamente prodotto con pinot nero: si presenta un bel colore rosa luccicante e un finissimo perlage; al naso le note di piccoli frutti di bosco si fondono con sensazioni fragranti e complesse, per chiudere al palato con lunga persistenza sapida.

 

Storica e originale: la Ribolla Gialla Brut di Collavini, prodotta con metodo Charmat

Il marchio Collavini è legato alla viticoltura friulana dal 1896, anno di fondazione dell’azienda. Negli anni Sessanta è stato Manlio Collavini a dare forte impulso all’azienda “inventandosi”, tra l’altro, il cavallo di battaglia della cantina, con l’idea di spumantizzare la ribolla gialla. Da allora l’inconfondibile bottiglia con la capsula gialla è diventata sinonimo di bollicine di qualità. In tempi più recenti sono stati in tanti a copiare il “fenomeno” Ribolla Gialla Spumante: ma mentre è stato facile confondere il consumatore con una capsula dello stesso colore è stato invece quasi impossibile replicare la qualità “dell’originale” Collavini.

Il segreto del Brut Ribolla Gialla sta nei tempi di rifermentazione in autoclave, che in genere si prolunga per oltre 24 mesi: è questa “pazienza enologica”, unita ad una attenta selezione di uve, a definire la ricercata e fine effervescenza, l’intensità fruttata e la profondità gustativa di questo vino che, come la gloriosa Settimana Enigmistica, può vantare “innumerevoli (e vani) tentativi di imitazione”.

 

 

 

 

 

Questo articolo, leggermente modificato, è apparso anche sulla rivista online di Civiltà del Bere.