Biancame/Bianchello: nonostante il diminutivo è un gran bel bianco! Le migliori etichette in circolazione.

In Italia si produce vino in tutte le regioni – caso pressochè unico al mondo – e in ognuna di queste vengono coltivati, da lungo tempo, alcuni interessanti vitigni che vengono banalmente definiti “minori” solamente perché, per vari motivi storici, non sono mai entrati nell’olimpo delle presunte migliori varietà nostrane.

Negli ultimi due decenni c’è stata una giusta riscoperta e una virtuosa valorizzazione di queste varietà autoctone, che in taluni casi è diventata anche fenomeno di moda, commercialmente assai rilevante: pensiamo, per esempio, alle attuali pressanti richieste del mercato per Falanghina, Pecorino, Nerello, ecc. … Per certi versi sembra che si sia improvvisamente sovvertita una tendenza, per cui oggi diventa quasi impossibile convincere qualcuno ad assaggiare una buona bottiglia di Chardonnay o di Cabernet Sauvignon (e ce ne sono tante in Italia di assolutamente interessanti), quasi ci fosse una crisi di rigetto per queste varietà che trionfavano in tutti i wine bar d’Italia solamente 15-20 anni fa. Ma si sa, il mondo del vino vive di inconcepibili estremismi modaioli…

Abbiamo intenzione di proporvi, una volta a settimana, un bel giro per la penisola alla scoperta di queste bellissime varietà. Seguiteci 🙂

 

BIANCAME

 

Pur giovandosi della nomea di vitigno antico, il biancame – noto indistintamente anche con il nome bianchello – fonda la sua storia su notizie nebulose che confinano con la leggenda.

Così fa pensare il racconto della sconfitta di Asdrubale, fratello del cartaginese Annibale, avvenuta sulle rive del Metauro (territorio tra Marche e Romagna) e causata dalle abbondanti libagioni del bianco nettare reperito in zona. Più scientificamente ne parla Andrea Bacci da Sant’Elpidio a Mare (Ascoli Piceno) nel suo Naturalis Historia del 1596, dove pone l’accento sui vini prodotti in loco richiamando più volte questo vitigno a bacca bianca.

Molti studiosi di ampelografia sono certi che si tratta di un biotipo di trebbiano toscano, anche se alcuni sinonimi riconducono a una possibile parentela con il greco, da cui il sinonimo greco bianchello o l’errato greco bianco (con questo nome si riconosce invece un vitigno calabrese, che nulla ha a che vedere geneticamente con il biancame): nessuna delle due supposizioni può dirsi però certamente fondata. Gli altri termini usati per descrivere il biancame – tra cui balsamina bianca e biancone – fanno tutti riferimento al pallido colore della sua buccia, che contraddistingue la varietà.

Attualmente il limitato bacino di coltivazione del biancame comprende l’alveo del fiume Metauro, con l’eccezione delle zone montagnose appenniniche, sino alla città di Fano, in provincia di Pesaro e Urbino. Qui si fregia dell’omonima Doc Bianchello del Metauro fin dal 1969. Appena più a nord la Doc Colli di Rimini Biancame ne prevede l’utilizzo anche in purezza, mentre nella Doc Colli di Rimini Bianco rappresenta la parte minoritaria rispetto al trebbiano romagnolo.

La vigorosa pianta del biancame crea un grappolo medio-grande, di forma cilindrico-conica, abbastanza serrato o mediamente spargolo. Gli acini hanno grandezza nella norma, forma sferica e buccia sottile, con accenni di pruina e colore giallastro. I tempi di maturazione, tardivi, permettono la raccolta a partire dalla seconda metà di settembre.

Per le sue caratteristiche di sapidità e freschezza è giustamente interpretato dai maggiori produttori con una vinificazione in acciaio, per un vino giovane, fruttato e di pronta beva: un eventuale contatto con i legni di affinamento spegnerebbe il delicato spettro olfattivo di fiori e mela che il vitigno porta sempre con se, anche se qualche risultato interessante in questo senso va sicuramente registrato. Vino di immediata fruizione e di struttura filiforme resiste pochi anni all’invecchiamento. Interessante è il suo utilizzo per produrre vini da dessert sul modello del Vin Santo toscano.

Qui di seguito il piccolo elenco (in ordine alfabetico) delle cinque aziende del Pesarese che, a nostro avviso, meglio interpretano la varietà, spesso con una gamma articolata di vini.

 

Crespaia, Fano (PU)

Nata solo nel 2011 Crespaia ha saputo imporsi puntando sul vitigno locale biancame con rigore produttivo e fermezza commerciale: i meriti sono del patron Rossano Sgammini e del fido agronomo e tecnico Aroldo Bellelli. Le vigne allignano su terre a prevalenza argillosa con parti sabbiose, e vengono gestite in stretto regime biologico. Il Bianchello del Metauro Sup. Chiaraluce 2016 è interpretazione del millesimo fresco, con maggiore freschezza e minore ampiezza del solito: si esprime su registri di vivacità aromatica e acidità, con discreto dinamismo e buona polpa fruttata. Ancora più delicato il Bianchello del Metauro 2017, che offre croccante freschezza, note vegetali e un lieve ed elegante finale floreale.

 

Di Sante, Fano (PU)

I Di Sante sono giunti alla terza generazione di vignaioli, e nel frattempo la cantina è passata dal centro storico di Fano alla collina di Carignano. L’azienda è oggi gestita da Tommaso, che ha seguito la strada avviata dal nonno Timoteo: la sua meticolosità e le sue idee scrupolose hanno fatto sì che l’azienda scegliesse in modo sentito l’agricoltura in regime biologico: ci troviamo di fronte a un vignaiolo capace e curioso, e in questa svolta sostenibile ogni passo è stato ponderato e viene compiuto con prudenti valutazioni e sperimentazioni. Il Bianchello del Metauro Sup. Giglio 2017 ricorda, nell’impatto olfattivo, un cesto di mele, pesche e fiori, a cui fa seguito un sorso ricco e salino. Il Bianchello del Metauro Gazza 2017 ha minore articolazione ma è succoso, tonico e pimpante, con una piacevole chiusura di frutta dolce.

 

Fiorini, Terre Roveresche (PU)

Mentre studiava Tecnologie Alimentari a Udine Carla Fiorini ha deciso di intraprendere gli studi in Enologia. Dopo la laurea, che le ha fornito preparazione e ispirazione, nel 1997 è entrata nell’azienda di famiglia: seguendo le orme del padre Valentino ha scelto di puntare con convinzione sulle uve del territorio, biancame e sangiovese. Le vigne si trovano in un corpo unico in contrada Campioli, a 350 metri di quota, e godono di un microclima unico che ha agevolato la conversione al biologico iniziata nel 2012. Il bianco è sicuramente il colore di casa Fiorini, sia per quantità prodotta sia per incisività qualitativa. Di fronte a un’annata calda il Bianchello del Metauro Sup. Tenuta Campioli 2017 si esprime in larghezza, mostrando un corpo soffice e avvolgente, di bella presa, a cui la sapidità dà quel guizzo che assicura una beva tonica. Il Bianchello del Metauro Sup. Andy 2016, in parte vinificato e affinato in tonneau, si apre lentamente tra note di zucchero filato per mostrare poi un bel lato aromatico, fatto di fiori, erbette e frutta dolce, che poggia su un sorso voluminoso e ricco, a cui manca solo un pizzico di dinamismo. Infine il più economico Bianchello del Metauro Sant’Ilario ha note di fiori di campo e bocca fresca e agile.

 

Roberto Lucarelli, Cartoceto (PU)

Quando Roberto Lucarelli iniziò l’attività di vignaiolo, nel 1986, forse non credeva di poter costruire un’azienda così ampia, che ormai si attesta sui 50 ettari vitati, che in grande parte poggiano su suoli sciolti con arenaria, pietrame e ciottoli, e vengono gestiti in regime di conversione biologica. Una crescita costante, sia in termini quantitativi che qualitativi, fatta a piccoli passi e a suon di sfide vinte con caparbietà e attenzione in ogni fase produttiva. Il vino di punta della cantina è senza dubbio il Bianchello del Metauro Sup. Rocho 2017, che supera l’annata calda offrendo una strut- tura robusta ravvivata da una bella vena sapida; gli aromi non si afflosciano su toni dolci e rimangono ben impressi nel ricordo gusto-olfattico. Vivo e ampio il Bianchello del Metauro La Ripe 2017, che si muove su registri di freschezza, con il sorso agile e dinamico che invita alla beva.

 

Claudio Morelli, Fano (PU)

La mission di Claudio Morelli è «focalizzare l’attenzione sul Bianchello, perché siamo nati con questo vino e i nuovi impianti sono stati fatti con questo vitigno». Ereditando il mestiere di famiglia Claudio ha creato un’azienda con un’importante superficie vitata, sviluppandola su canoni di modernità, valorizzando le uve in purezza e lasciando la parola ai diversi territori – i poderi Roncosambaccio, Le Terrazze e Sant’Andrea in Villis – in cui crescono per mostrarne le diversità. C’è sempre molta linearità stilistica nei suoi vini: esempio tangibile è il Bianchello del Metauro La Vigna delle Terrazze 2017, che si rivela molto intrigante per la freschezza aromatica, rivelata da erbette, frutta fresca e sprazzi minerali, a cui fa seguito un palato ampio e saporito. Molto buono il Bianchello del Metauro Borgo Torre 2017, che ha un pizzico in più di complessità e ricchezza, con il sorso sostenuto ma vivo e tonico. Approccio semplice e corretto per il Bianchello del Metauro San Cesaro 2017, che rivela un po’ più di staticità gustativa.