Anna Maria Abbona e la dolce resa

È un martedì. Il cielo è minaccioso, cupo, ma appare un arcobaleno dietro la torre di Pollenzo a illuminare la degustazione a La Banca del Vino che ha come protagonista Anna Maria Abbona con il figlio Federico.

La cantina Anna Maria Abbona sorge a Farigliano sulla collina Moncucco, dove ci si arrampica per 12 km per scorgere dall’alto il Tanaro.

 

Anna Maria cresce con il nonno Angelo e i suoi racconti su cibo e vino; lui le trasmette il sentimento di appartenere a una terra fortunata nonostante l’abbandono delle campagne e l’isolamento che continuano tutt’ora.
Il padre di Anna Maria, negli anni delle migrazioni verso Torino e il richiamo della Fiat, rimase a presiedere la zona e lei ne parla così:

«Rimase non perché avesse una lungimiranza particolare ma era un contadino a cui piaceva la sua vita, il suo posto. Non voleva rinunciare a quelle che erano le sue prerogative, alzarsi la mattina andare a caccia alla lepre oppure guardare i suoi alberi da frutto. Ha scelto di fare una vita anche un po’ difficile… ma ha voluto mantenere questo presidio».

Invece le prerogative di Anna Maria cambiano quando, a 25 anni, fresca di altri studi e del mestiere di grafica pubblicitaria, torna a vivere la sua collina con il marito, Franco Schellino. Riprendono in mano i vigneti piantati nel ’43 e nel ’36 dal nonno ma ormai abitati dai rovi. I risultati di questa sfida si vedono nel bicchiere. Oggi, piano piano, sono arrivati a 20 ettari coltivati in totale, 14 sulla collina Moncucco.

degustazione

Agricoltura

Tutto parte da qui. Federico, classe ’90, lavora da qualche anno nell’azienda di famiglia; spiega il vino e la cura della collina con gestualità pratiche e battute che rivelano uno stretto rapporto di esperienza con le pendici irte delle vigne.
E per onor di cronaca, lo potrete trovare a torso nudo a decespugliare per buona parte dell’estate.

Con tipico riserbo sabaudo e una espressione piemontesissima «mi fa un po’ specie (mi fa strano ndr) dover raccontare la mia storia», inizia a descrivere il suo sentimento verso la terra. Parla con franchezza e spirito, e alla domanda sul perché non abbiano la certificazione in biologico descrive i loro problemi con la flavescenza con precisione, «Non abbiamo ancora una soluzione!». Ha ereditato per linea diretta la passione sfrenata per il dolcetto e il suo senso di appartenenza alla agricoltura.

Dolcetto ed etimologia della dedizione

L’azienda crede fortemente dal principio nel progetto Dogliani Docg e portano avanti con dedizione l’immagine del dolcetto.

Dedicarsi deriva dal latino (se) dedĕre, significa arrendersi, una totale e costante resa di sé per un fine.
Qui credo che abbia senso parlarne: resa totale e totalizzante a un vitigno.
Quindi mentre Ulisse impiegava dieci anni a tornare verso Itaca in mare tra amori e burrasche, Anna Maria e Franco dedicano dieci anni a curare, sperimentare e bere il dolcetto. Esplorano in lungo e in largo questo vitigno per regalarci quella che diventa la loro cifra identitaria.

Assaggiamo il Surì dij But 2019. Un dolcetto di Dogliani, selezione di più vigneti con una età media di 50 anni dai 30 ai 500 metri sopra il livello del mare, che Giancarlo Gariglio, curatore della serata,  celebra con un «floreale clamoroso». Lungo in bocca, un perfetto accompagnamento al pasto.

Seguono Maioli 2018 e San Bernardo 2016, entrambi da singola vigna. Importanti, sfidano il tempo. A qualcuno scappa un incredulo «posso fare un complimento? Non è più un dolcetto!». sottintendendo un legame con il grande delle Langhe. Federico scuote la testa: il dolcetto è e può qualsiasi cosa.

Fedele aiutante nella battaglia di promozione del dolcetto diventa il Barolo. Nel 2010 comprano 2 ettari a Monforte, «hanno una pendenza del 27%, nessuno li voleva… troppo ripidi, ma noi siamo abituati e poi sono vicini, esattamente a un’ora di trattore da casa» e impiantano nebbiolo.

«Lo abbiamo fatto per illuminare il dolcetto. Perché il cuore è sempre stato lì».

Il Barolo viene dunque usato come biglietto da visita, corsia preferenziale per fare avvicinare – in grande stile – coloro che ignorano l’immensità del dolcetto. Spicca il barolo Bricco San Pietro 2014 in freschezza e sapidità. Le vigne si appoggiano su una strisce di marna blu e l’umidità viene rilasciata lentamente.

Qui si dedica la propria vita a una terra che si considera fortunata, contribuendo a renderla tale.