Amarone, dove vai?

Alcune riflessioni alla luce della recente Anteprima dell’annata 2015, per capire che strada ha intrapreso il grande rosso veronese.

 

Leggendo la parola Amarone chiunque sia appassionato di vino percepisce un senso di rispetto, autorità e potenza, sensazioni evocate dalle caratteristiche organolettiche di questo vino e dall’importante nomea con cui negli anni si è affermato nel mondo. E a buona ragione.

L’Amarone, infatti, è figlio di un processo produttivo lungo e delicato, durante il quale l’uva viene fatta appassire per lungo tempo, perdendo oltre il 40% dell’acqua presente nell’acino prima di essere pigiata. Il processo dell’appassimento implica non solo una concentrazione di zuccheri, acidi e polifenoli, ma delle vere e proprie modificazioni chimiche delle sostanze che sono contenute nell’acino, originando legami chimici nuovi.

L’Annata 2015 del grande rosso veronese è stata presentata qualche giorno fa presso il Palazzo della Gran Guardia a Verona. L’assaggio dei 68 campioni alla cieca, tra cui 39 già imbottigliati e 29 prelevati da botte, ci ha portato a qualche riflessione.

Per anni abbiamo denunciato il fatto che l’Amarone avesse seguito la moda “cicciona” di alcuni altri grandi rossi internazionali, eccedendo in zucchero residuo, tannino sferzante ed alcol smisurato. Erano le nostre papille a “guidarci” verso la speranza di una beva meno opulenta. Nel 2014, complice l’annata infelice, abbiamo assistito ad una netta inversione di tendenza, con vini decisamente più bevibili, secchi e dotati di ottima freschezza.

E arriviamo così a questa annata, la 2015, ritenuta da alcuni esperti del settore molto equilibrata. Quelle che seguono sono considerazioni generali, scaturite dall’assaggio seriale di 68 vini della stessa annata, con tutto il beneficio del dubbio derivante dal fatto che, al momento attuale, non sono vini pronti e che buona parte dei campioni è stato prelevato dalla botte. Fatta questa doverosa precisazione ammettiamo di essere rimasti alquanto sorpresi dall’incontrare durante la degustazione dei vini che erano sì freschi e tannici, ma che al tempo stesso mancavano di quella componente materica che ti aspetti da un vino ottenuto attraverso l’appassimento delle uve. Non parliamo di dolcezza, ma proprio di materia, di estratto, di colore, di tannini morbidi, di glicerina e di calore alcolico. Alcuni campioni erano organoletticamente più simili a dei Valpolicella Superiore, o tutt’al più a dei Ripasso. Insomma, come sempre ci vuole misura: va bene dimagrire un po’, soprattutto se si è in sovrappeso, ma l’Amarone ha una sua identità specifica, che va a tutti i costi preservata, perché la sua elegante potenza è ciò che lo ha reso grande nel mondo.

In questo panorama siamo stati rassicurati nel notare che l’Amarone di cui siamo innamorati c’è ancora e ancor più di conforto è stato notare come siano diverse le aziende giovani che lo producono così. La scalpitante prestanza unita alla finezza estrema degli Amarone di Bertani, Marinella Camerani, Secondo Marco, Ca’ la Bionda e Benedetti Corte Antica hanno trovato dei degni rivali in vini di aziende di più recente costituzione, come Massimago, Vigneti di Ettore, Pietro Zanoni, fino ai giovanissimi I Tamasotti, e Capurso (che ha debuttato in questa Anteprima). Un segno importante che la Valpolicella è un territorio vivo, che sa evolversi e rinnovarsi, ma che sa anche custodire i suoi tesori preziosi.

E l’Amarone è uno di questi.

 

 

 

foto di copertina: depositphotos.com